Maria Clelia Cardona, “I giorni della merla”

Maria Clelia Cardona, credits ph Dino Ignani

I SEMI DELLA GIOIA

 

La gioia è un campo recintato
dove germogliano semi dispersi –
l’invasiva gramigna delle
menti nostre inebriate, la  malva rosa
che pur ferita dal falcetto svetta,
la campanula azzurra che rampica a terra
e l’ardore del sole in sé chiude.

 

SEMI SMARRITI

 

Trasvolano nella volta notturna della mente
stelle cadenti intorno a un desiderio
che tremola in basso – esile appello –
semi celesti di felicità
smarriti, germoglianti forse altrove
in oltrumano grano bianco.

 

CICLAMINI

 

Come spesso una frana di gran scena, una lite screanzata
fa deviare il corso delle storie. Ci si ritrova
in un cammino cieco, una strada sterrata senza uscita,
invaghiti dall’autunnale, nascosto apparire dei ciclamini –
fiori che vivono vicini, ma ognuno
a sé.
La voce blesa del navigatore avverte: « Errato, errato, tornate
indietro, se potete. Se.».

Da: I giorni della merla, di Maria Clelia Cardona, Moretti & Vitali, 2018 Continua a leggere

Noemi De Lisi, il vocabolario dell’anima

Noemi De Lisi

Nel tuo profondo che ignori avrei voluto raggiungerti,
nello strano evento delle tue braccia macchiate di lividi
e della mia bocca che trema nel dire: “Non volevo farti questo”.
In ogni stretta, morso, schiaffo che ti ho dato per scoprire
la parte dove ti riassumi tutta e avrei potuto impararti subito.
Strapparti via quello che di me rimane nelle tue intenzioni,
spogliarti fino a non riconoscermi più: “Chi è stato a farti questo?”.
Dimenticare me per primo poi ricordare te in ogni cosa,
ripetertelo a memoria e imitarti così bene da confondermi.
Diventare te per poterti finalmente amare nell’unico modo,
diventare te senza lasciarti ricordare nulla della mia vita:
delle mie serate per strada a camminare da solo, senza soldi,
di quella vecchia casa piena di rumori e pianti di mia madre,
del letto sempre disfatto, le scarpe scollate, il dente spezzato,
della foga sopita nel mio corpo che batte quando resto immobile
mentre una voce mi chiama da dentro col tuo nome e sanguino.

***

La città sembrava la mia casa,
i vicoli spogli, lucidi a volte
nella notte dopo la pioggia
erano il lungo corridoio fino alla mia stanza,
quella che tu dicevi vuota
e io ti odiavo perché dicevi una cosa non vera.
Per questo ti immagino mentire su tutto,
forse non sei neanche partita e mi segui
per la città, attenta che non mi volti.
Mi guardi camminare racchiuso nelle spalle con le mani in tasca
e lo fai come se mi spiassi dalla finestra della stanza,
quella che mi teneva sveglio tutta la notte:
“Dalla finestra sento il gallo cantare ogni ora,
non l’ho mai visto ma mia madre dice che c’è da sempre.
Dalla finestra si vede una specie di giardino in fondo,
lì c’è il gallo e ogni volta che canta,
qualcuno apre gli occhi e mi spia dalla finestra.”
Quando te lo raccontavo mi davi uno schiaffo:
“Sono stanca di tutte le tue storie!”.
Mi siedo sul marciapiede e mi tengo la guancia
come se mi avessi appena colpito, come se stessi dormendo
e non mi volto per non sorprenderti a spiarmi
lì dietro lo spigolo di un palazzo.
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Bruno Di Pietro, da “Colpa del mare”

Bruno Di Pietro

Amici morti per il fuoco
se l’acqua è inizio
ora interrogare il dopo
conoscete lo scopo
del pensare.
la cenere ha confuso il mare
deluso il cielo.
Il nostro era un viaggio terreno
e questa è terra di ulivi
di tramonto
terra di sale
da Elea a Metaponto.

**

ora la finestra ha vetri infranti
e la ruggine assale le fontane
segnano il tempo, stanche meridiane
filari di occasioni e di rimpianti Continua a leggere

Nadia Campana (1954 – 1985)

Nadia Campana

Guardiamo dalla cima del monte
il filo di calma che è nato
del mio petto tu conti ogni grano
e ogni cuore si prende di colpo
il suo tempo: un amore
è tornato e si è accorto
il suo disco ci copre.
Adesso tu devi guardarmi
per quella collana di sì
nella mia pelle che apre
la piana la strada
e i fondi della notte
i centesimi della sete.

*

Noi, la lunga pianura immaginaria
ci inghiotte come sacramenti della notte
Sei stato una quantità esatta
nella pioggia che afferra i visi
Ma adesso in ogni angolo della stanza
aspetteremo fuori dall’esplosione
un legno che io, qui,
ho costruito (lasciami fare)
prodigi scelti dal caso, pioppeti da percorrere!
Il tenero è nel mezzo e nell’interno
umiltà di una porta
ascoltando treni, a un passo, come
una febbre nel ricordo esattamente
Guarda il campo
è così calmo, smisurato, stamattina.
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La terra degli addii

Ciro Tremolaterra

QUANDO IL POSTO SI SVUOTA

COMMENTO DI LUIGIA SORRENTINO

“Amorevolezza” ( IOD edizioni, 2017) è la raccolta di poesie che mi ha portato in dono Ciro Tremolaterra, una persona distinta, dotata di rara gentilezza. Nel libro di poesie che portava con sé c’è tutta la sua vera natura umana, l’ amorevolezza, autentico tesoro. Versi dedicati prevalentemente alla madre scomparsa. La malattia della donna però è solo il pretesto per entrare in una dimensione esistenziale che illumina la sofferenza del mondo.  Lo sguardo è sul tramonto. Si sta seduti nella terra degli addii e il vedere è silenzioso. La partenza della persona amata è negli occhi amorevoli del figlio che guarda e registra ogni piccolo segno, senza fare domande, né alcun inventario, perché non sa che cosa sta cercando lì, non sa che cosa troverà in quel posto.

 

RALLENTA

Rallenta sempre quando sei di fronte
alla rabbia, alle voci che feriscono
o finiscono in questo vento lieve
(e guarda in alto se può farti bene).
Pensa alle cose semplici e spontanee
al sole amico, continuando piano
svanisca del maltempo la paura
che ti trascina. Non stancarti invano. Continua a leggere