Una poesia di Alessandro Bellasio

Alessandro Bellasio

CLESSIDRA

«Una vena, spargendo all’improvviso
l’albume del proprio sangue in stasi,
divenne la parola, la grande
navata in cui il pensiero
scolpì il pensiero, bruciandolo.
Non si riebbe, neanch’esso,
mai più dal trauma, quella
fitta, altissima e
a forma di torre
piantata al centro
di sé, tra i soffitti dove
il vuoto ancora
aleggia sulle acque, con nevi immobili,
bicchieri, urina e gusci
in levitazione su di lui. Fu
l’assoluta
mancanza di ossigeno, l’aria
strappata
che dominava quelle altezze o forse
fu il peso
schiacciante che devasta, sulle cime,
il tempo – lì davvero
globo azzurro, densa, insostenibile
deità di asma… Fu
un movimento brusco
che lo ridestò da questa parte
della ferita, dove giunse solo – cavo
d’acciaio
per i tiranti della mente, bulbo
oculare e
vento sottile
planato con il suo silenzio sulla valle…
Non seppe, poi, mai più di sé,
riavvolto, all’improvviso,
nel nastro di acque oscure, scomparve
nel canneto, in una scia di limo
e minuscoli insetti
che lo riconobbero, chiamandolo per nome.
Al suo risveglio – raccontano i saggi –
apparisti tu».

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Francesco Negri, “Ultimo stadio”

Milano, Stazione Centrale

NOTA DI LETTURA DI ALESSANDRO BELLASIO

Bildungsroman sfigurato, avventura tragico-picaresca in chiave ultrapop, pastiche espressionista con un occhio al sampling (dichiarato) e uno al cut-up (non dichiarato), Ultimo stadio, romanzo d’esordio di Francesco Negri, è un viaggio al termine della notte sparato in un acceleratore di particelle, prima ridotto in pezzi e poi riassemblato. Non solo in virtù del procedimento di sampling preso in prestito dall’hip-hop, ma per la distorsione e la frantumazione spaziotemporale con cui viene imbastita la trama, con continui salti tra gli anni immediatamente precedenti e quelli immediatamente successivi al “crovid-19”, in una Milano sterminante e sterminata, tutta periferie e pattume, disperazione e sorveglianza assoluta. L’attualità la fa da padrona, ma l’epoca è assunta con lucidità implacabile, a tratti con vera furia, in un moto di odio e di rivolta che, tuttavia, più che al sovvertimento punta al rilancio della posta in gioco, spingendo all’estremo le contraddizioni del nostro tempo e portandole fino al parossismo, all’intollerabile.

La vicenda ci immette nel cuore delle vite di tre giovanissimi amici, cresciuti a fame vera e fame chimica tra le panchine e i casermoni della Barona, periferia sud della metropoli, che di eccesso in eccesso passano dal tifo ultrà alla fama artistica internazionale, transitando per il carcere, i boschetti di Rogoredo e i salotti mondani della società bene. Negri compie una scelta coerente con le proprie premesse (il mondo è dato per frammenti impazziti, vediamo cosa succede frammentandoli ancora di più e scaraventandoli tutt’intorno a velocità supersonica), e aziona una macchina narrativa al cui interno storie, riflessioni, personaggi, sentimenti ed esperienze vengono sempre bruciati sul nascere, come se non ci fosse tempo per dilungarsi troppo perché ogni cosa è già distrutta nel momento stesso in cui è intravista, toccata, e molto più spesso comprata. Consumata prima di consumarla, cosicché tutto ciò che ancora si può fare non è che reiterarne la sparizione, con il fantasma del (auto)sacrificio, infatti, sempre sullo sfondo. Sparizione che però non è mai assoluta (ed è questa la sua, la nostra dannazione) perché tutto è infinitamente permutabile, perfettamente reversibile, in un mondo basato unicamente sul loop della propria autoconsunzione, che come tale non termina mai.

emerge è così un ritratto fedele della velocità (e voracità) anfetaminica con cui si è obbligati a esistere e estinguersi nell’epoca dell’ipercapitalismo planetario, ridotti a materiali di scarto prima ancora di essere entrati nel ciclo produttivo, e condannati comunque e da sempre a una vita larvale. D’altro canto, la decisione preliminare di accostarsi mimeticamente all’oggetto del proprio furore, nel tentativo di destrutturarlo dall’interno, accentuandone al massimo le linee di faglia e esasperandone le tensioni oppositive, trova riscontro in una lingua e in una sintassi più travolte che stravolte, in un cozzare e deflagrare dei segni che lascia inviolato il codice che li governa, nel tentativo (impossibile?) di batterlo sul suo stesso terreno, svelandone tutta l’ipocrisia e il nichilismo di fondo. Non poco, perché nel panorama (non solamente nostrano) di sempre più soffocante omologazione letteraria, culturale, esistenziale, il gesto di sfida e la vitalità tachicardica del romanzo di Negri rappresentano una vera boccata di ossigeno per chi non si accontenta della paccottiglia concertata a tavolino che, sempre più disinvoltamente e impunemente, viene spacciata per letteratura. Continua a leggere

Gabriele Gabbia, “L’arresto”

Gabriele Gabbia

LA PAROLA DIFFRATTA DI GABRIELE GABBIA
di Alessandro Bellasio

Libro scarno e ripido, L’arresto di Gabriele Gabbia (L’arcolaio, 2020) possiede il magnetismo proprio dei libri a lungo meditati e nei quali la parola ha stretto un patto di sangue con il pensiero, con una visione del mondo innegoziabile, univoca. Poche poesie, anch’esse scarne e ripide, a tratti quasi sbreccate o amputate, dove l’autore – alla seconda raccolta dopo La terra franata dei nomi – fa i conti con una condizione perfettamente espressa fin dalla copertina: uno spioncino attraverso il quale si scorgono delle sbarre. È da lì che si incontra il mondo – o meglio che non lo si incontra, ma lo si guarda nel tentativo di rievocarne il ricordo. L’arresto è, in prima istanza, il posto di blocco o lo sbarramento che media l’esperienza dell’essere, dell’esistere. Ed è quindi anche cella di detenzione, la prigionia di chi osserva le cose da una condizione di allontanamento originario, di esclusione dal dominio della presenza: l’arresto è questo essere sottratti da vivi ai vivi, fino alla vertigine di non essere più nessuno, o tutti.

Io sarò voi –
i morti, tutti,
noi, voi
dopo di me,
quando
solo, soffierò
lo sguardo,
da ciascuno
di voi tutti
su ognuno
di me.

L’assenza è la cifra di chi è sottratto, la cifra dell’arrestato: egli viene meno, non c’è più. Ed è allora che le cose cominciano a giungergli da molto lontano, screpolate, diffratte. L’esperienza in Gabbia è vissuta e restituita già sempre come ricordo, prima ancora che accada, ferma «da sempre verso questi occhi in cui | tutto è stato». Nel dominio dell’assenza è la sostanza stessa a farsi vacua, volatile – e la vita è «il divenire incarnato di un calco». La tensione si raccoglie e si rivolge così verso l’interno, dove tuttavia non trova più l’appoggio di alcuna interiorità, ma solo la stessa voragine ontologica che aveva precedentemente rinvenuto nell’esterno. L’occhio allora arretra, si blocca, non ha che sé stesso sospeso a mezz’aria, nel vuoto, e la parola è questo grafema oculare arrestatosi un attimo sul nulla, prima di svanire. Continua a leggere

In ricordo di Franco Loi

Franco Loi

di Alessandro Bellasio

La voce più appassionata, struggente a tratti, di una lingua che non esiste più, che non si sente più, che più nessuno parla. Il milanese di laboratorio di Franco Loi esisteva solo in lui, per lui, certo, eppure c’era un’intera città che in quella lingua trovava forma, sensi, felicità. Poco si può aggiungere su un poeta tanto conosciuto e amato, se non che era forse proprio la gioia, perfino nelle poesie più nere e disperate, il tratto saliente della sua poesia, la sua energia segreta, quella forza centrifuga che la portava in giro per le strade, gli odori, i volti di una città che vi si specchiava, che vi ritornava dentro come nella sua custodia, come nel suo vestito. «Cunuss vör dí vardà e inamuràss» (conoscere vuol dire guardare e innamorarsi), scriveva Loi, e davvero nessuno più di lui ha saputo guardare, ascoltare, fiutare Milano e, dunque, amarla, conoscerla.

La gioia, accompagnata d’altro canto da una pietas lucidissima e spontanea, mai sentimentale né artefatta, così connaturata a una poesia fatta dei gesti, delle emozioni, delle parole di ogni giorno; e però sempre intesi a partire da un tratto mitico, da un trasporto epico. Epopea milanese, nella quale, tuttavia, sfilano ben riconoscibili le questioni essenziali e ineludibili del nostro destino: la morte, il dolore, la perdita. I testi di Loi (rigorosamente legati all’oralità, all’immediatezza del vissuto, all’istante) sono costellati da questo smarrimento, dalla meditazione sconsolata sulla fine, sull’irreparabilità del tutto.

Rari i poeti che con lo stesso nitore accorato siano mai riusciti a immortalare l’addio a un amico, come nella lirica che Loi scrisse in memoria del poeta Giulio Trasanna, suo maestro.

 

E nüm sèm chi amô, Giüli, a camenà,
liend, sulient, dré ´l luster del murtori,
e gh’è ‘n festà là nel prâ, tra i pagn al vent,
de fjö che scappa e pö ríden, e de dònn
ch’j se vòlta e j se sègna, e stan lí,
ne l’aria fèrma, a vardà, o a pensà,
e pö, prest, turnaràn a la sua câ,
a cüntàssela-sü, de la vita, e di mort,
ch’àn vist, o ch’àn sugnâ, e de biròcc cuj piüm…
E in due te sét, tí, amîs?
Ché la tua cartapelgura, i brasc,
el còll resgâ, j èm vist, lí, un mument,
cume a dundà sü ‘l büs lungh de la cassa,
nel finí vöj de quèl’umbra, lunga
cum’i ciel e i ciel quan’ se sprufunda,
quèl che nient nüm ne sèm, e fa paüra.

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Esecuzione dell’ultimo giorno

Lorenzo Chiuchiù

L’IRREVERSIBILE

Su Esecuzione dell’ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù

di Alessandro Bellasio

Da una parte, gli scrittori con la parola giusta per ogni occasione, sia essa lieta o funesta; dall’altra, gli scrittori con quelle e solo quelle, ineludibili parole – le parole del loro destino. Perché è del destino, è della frontalità irriducibile dell’esserci, che qui si tratta. Di un musicista, randagio e geniale, bersagliato dalla verità e dalle sue apparizioni saettanti, dedito anima e corpo alla realizzazione di un progetto devastatore e senza ritorno: comporre l’ultima sinfonia, la sinfonia dell’estremo, la partitura capace di intercettare la musica delle sfere e di piegarla a sé, evocando la fine del mondo. Questa (prendendoci licenza deittica) la vicenda al centro di Esecuzione dell’ultimo giorno, primo romanzo di Lorenzo Chiuchiù, nel quale avvertiamo tutta la potenza tellurica della sua poesia, ma qui votata a un respiro, a una orchestrazione che imbocca la via, a sua volta ultimativa e totalizzante, della letteratura assoluta. E per ottemperare a questo voto, Chiuchiù decide di seguire l’eco di una storia terribile e lontana, quella di Aleksandr Nikolaevič Skrjabin, pianista russo che ebbe l’intuizione di un’opera musicale capace di far divampare il cosmo, svellendone i cardini sonori. Da questa traccia prende ispirazione il racconto, che segue poi in realtà una direzione completamente autonoma, anzitutto tramutando Skrijabin in Viktor Semënov: il nome, carico di fatalità (nomina sunt numina), della piazza dove Dostoevskij, ormai certo della fine, venne graziato.


Ed ecco allora il problema: quale lingua convocare, che possa rendere giustizia alla scintilla e alla fiammata di un materiale tanto incandescente? Chiuchiù azzarda, e, come il suo Semënov, persegue la sola cosa che valga ancora la pena di perseguire, l’impossibile. O meglio: ne viene perseguito, perché si tratta di una scrittura dove, finalmente, non abbiamo l’impressione che chi prende parola si senta a casa propria, e che ci blandisca per farci accomodare: non vediamo disporsi davanti a noi il bel salotto di un repertorio autoriale, no, qui ci troviamo agli antipodi rispetto alla letteratura-prontuario – a quella forma di scrittura, subalterna e degradata, cui ci hanno abituati decenni di pubblicazioni votate all’immediatezza mortifera della trasparenza e della comunicabilità, che nella sua cifra significa poi reversibilità dei contenuti e permutabilità degli stili. Niente di tutto questo, e non per scelta, ma per forza di cose. Qui siamo in piena guerra, il lettore è travolto fin dalla prima riga, fin dal primo giro di frase, dalla furia del testo. Ma ciò accade perché è lo scrittore, lui per primo, ad essere stato sferzato, ad aver subìto la collisione frontale con quei nuclei psichici, con quelle potenze, e ad esserne stato polarizzato. Qui non ci sono coordinate, ambientazioni, nemmeno Perugia è davvero Perugia, bensì una città mnestica – siamo in territori siderali e inabitabili, siamo nell’irreversibile e vi sentiamo soffiare il vento gelido delle forze. Tutto è unico e conclusivo, è l’elementare a prendere parola e a dettarsi: chi scrive ha il compito di trasferirne nell’idioma lo scintillio e il brivido, sapendo che non vi sarà una seconda chance. Assistiamo così allo scatenarsi di una lingua fatta di accensioni e di torsioni, di illuminazioni ed estasi fulminee, dove ogni singolo atomo prosodico, ogni componente sintattica è agitata da tensioni estreme, proprio come quell’uomo, Viktor Semënov, di cui immortala tutta la furia, l’amore e il desiderio divorante. Continua a leggere