Anedda/Biagini/Donati, la poesia (s)occorre

COMMENTO DI ALBERTO FRACCACRETA

La riflessione poetica d’impianto ecologico sta crescendo a dismisura (a ragione, verrebbe da dire). Il problema — gnoseologico, epistemologico ma persino concreto — è enorme e i poeti si stanno battendo alla grande. Negli Stati Uniti e un po’ ovunque nel mondo è sorta da alcuni anni una vera e propria branca della lirica che si chiama ecopoetry: vi sono coinvolti numerosi autori che sarebbe riduttivo, se non offensivo, bollare come “naturalisti”: essi sono molto di più. Ovviamente hanno un occhio di riguardo verso la natura. Ma affrontano anche temi disparatissimi — politica, società, relazioni, filosofia — servendosi di un cannocchiale ecologico per mettere a fuoco prospettive poetiche al di là di ogni ideologizzazione.

Il rischio delle etichette è che il campo si può restringere fino a pochi nomi o, al contrario, lo si può allargare oltre il consentito. Ad esempio, il compianto Philippe Jaccottet rientra nell’ambito dell’ecoliterature, avendo praticamente dedicato tutta la sua carriera di poeta alla natura, ai boschi di Grignan, agli alberi, agli uccelli, a un paesaggio mozzafiato? Farei dunque una distinzione (imprecisa e sommaria, pardon).

Da un lato esiste una ecopoetry propriamente detta: ed è quella di Forrest Gander — tanto per fare un nome, ma con lui i suoi maestri: Robert Hass, Gary Snyder etc. —, ossia un tipo di letteratura che in maniera programmatica si propone di combattere le devastazioni ambientali attraverso lo schermo opaco dei versi. Ma, dall’altro, esiste anche una poesia ecologica integrale (mutuo il sintagma «ecologia integrale» da Papa Francesco), in cui il monito ambientale si estende a tutte le relazioni con i propri simili e con il cosmo (le interrelazioni): qui Jaccottet ci rientra benissimo e, a mio giudizio, possono rientrarci molti poeti italiani tra cui senz’altro Antonella Anedda ed Elisa Biagini.

Poesia come ossigeno. Per un’ecologia della parola è un testo (un pamphlet), suddiviso in quattro parti: nella prima assistiamo a un «dialogo a tre teste» (Riccardo Donati, Antonella Anedda, Elisa Biagini), che si snoda tra lingua, innocenza, presente, paura, silenzio. Nelle altre tre sezioni (Pensare; Leggere e riflettere — I versi che (s)occorrono; Scrivere — Dentro la bottega) le teste diventano due, il curatore molto galantemente si ritrae, le poetesse accedono assorte al loro stesso «pensiero poetante». E per quale ragione esso sarebbe ecologico? Facciamo riemergere il curatore, Donati, il quale nell’introduzione al volume scrive: «Ciò che la poesia fa, quando è frutto di studio e rigore, passione e sincero coinvolgimento, è esattamente questo: dire in forma sintetica la complessità». L’ecologia della parola sta in questo: nel non inquinare con i detriti inutili e dannosi della prosaicità, nel dire poco in breve spazio (e se vogliamo nel consumare poca carta!).

Vediamo cosa scrive l’Anedda: «Questo è un libro a tre teste in cui abbiamo provato a parlare di nuovo di poesia. In modi diversi per genere e generazioni, incontrandoci sulla necessità di un linguaggio in grado di emozionare senza retorica, autentico ma non banale. Abbiamo provato a parlare di desideri e non di leggi, di possibilità e non di purezze o primati da difendere. Parafrasando il poeta Wallace Stevens, che ne descrive tredici, esistono molti modi di osservare un merlo. Esistono molti modi non solo di fare, ma di leggere poesia. La poesia non salva la vita, tanto meno quella mentale, ma — ed è questa forse l’unica consolazione — conserva la specie della scrittura, facendo quello che fanno i vermi nella formazione del terriccio».

E la Biagini: «C’è ancora bisogno di parlare di poesia? Veniamo da anni di distorsione e abbrutimento linguistico, di livellamento delle parole e dei cervelli, dove la cosiddetta cultura è spesso asservita all’intrattenimento e non è più momento pedagogico, qualcosa che scuote le coscienze e le certezze. Si continua a ricorrere a una lingua semplificata e a effetto, dai toni urlati e demagogici. Si continua a ignorare come questo modo di esprimersi sia il sintomo di un malessere assai profondo e complesso, un aver disimparato come stare con gli altri.

Dobbiamo dunque abbandonare ogni speranza e smettere di leggere e scrivere poesia (o fare arte in generale)? Assolutamente no. È vitale, politico, ovvero inestricabilmente connesso ai motivi dello stare insieme: scrivere (e prima di tutto leggere) versi è un qualcosa che ci rende esseri umani più attenti e sensibili, ci aiuta a continuare a crescere».

Come vermicelli o come semplici lettori, nel terriccio e nel non abbrutirsi, nella natura e nella politica è possibile crescere in un’ecologia integrale della persona umana. Chiosa Donati: «Ecco, piuttosto, cosa della poesia (s)occorre: il fatto di essere un oggetto […] con niente da offrire se non la capacità di aiutare qualcuno». L’ecologia diviene solidarietà, vicinanza, apertura, carità.

Concetto peraltro ribadito in un altro scritto molto interessante della stessa Anedda: si tratta di un saggio poetico — sul modello di quelli di Jaccottet e Zagajewski ma punteggiato di lemmi e brevi argomenti che aumentano l’intenzione diaristica e la concertazione filosofica —, Geografie. Continua a leggere

Parole che (s)occorrono

ll desiderio e il dovere di un confronto con noi stessi, con gli altri, col mondo circostante e col tempo in cui viviamo: la poesia è oggi più che mai un linguaggio capace di affrontare la complessità del reale senza lasciarsi abbagliare e fagocitare dai facili miti del momento. Parole e non fatti, si dice correntemente, con un certo disprezzo. «Ma – come sottolinea Riccardo Donati – i fatti sono cose concluse, statiche, sono participi passati, mentre le parole, invece, sono faccende, sono le cose che avvengono, che circolano tra noi. Sono, insomma, il mezzo gerundio della realtà in divenire. E questa realtà, interiore o esteriore che sia, è complessa. Ciò che la poesia fa, quando è frutto di studio e rigore, passione e sincero coinvolgimento, è esattamente questo: dire in forma sintetica la complessità.»

Questo volume nasce da un confronto tra due poetesse e un critico che dialogano tra loro sul senso di scrivere e leggere versi oggi.

Raccoglie inoltre un’antologia commentata di alcune delle più significative voci poetiche di ogni tempo e latitudine: Saffo, Lucrezio, Ovidio, Osip Mandel’stam, Emily Brontë, Emily Dickinson, Anne Sexton, Zbigniew Herbert, Bartolo Cattafi, Andrea Zanzotto, Eugenio Montale, Paul Celan e altre e altri ancora. Il libro si chiude con una riflessione delle due autrici sulla natura e la pratica della loro scrittura.

Un libro rivolto a chi già legge poesia e ancor più a chi non la legge ma intende fermarsi a riflettere sulle cose che succedono per raccogliere le idee e rifondare la propria capacità di dirsi, di dire. Un libro per lavorare sul vissuto e costruire una comunità pensante, incoraggiare la lettura e la riflessione, favorire la pratica della scrittura intesa come gesto individuale e azione collettiva, intervento sul mondo.

Poesia come ossigeno. Per un’ecologia della parola” di Antonella Anedda e Elisa Biagini, a cura di Riccardo Donati (Chiare Lettere Editore, 2021).

Continua a leggere

Antonella Anedda, da “Notti di pace occidentale”

Antonella Anedda

Se ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell’ombra della sera
per la sera che di colpo crollava sulle nuche.

Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta a una ringhiera
per l’attesa marina – senza grido – infinita.

Scrivi, dico a me stessa
e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma
perché gli occhi mi allarmano
e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta
– da brughiera –
sulla terra del viale.

Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato.

Antonella Anedda, da Notti di pace occidentale, Donzelli Poesia, 1999 Continua a leggere

Apri gli occhi e resisti

RECENSIONE DI ALBERTO FRACCACRETA

 

Non è operazione semplice l’approntare una monografia — di sicuro rigore scientifico — su un autore vivente. Il curatore e critico, in questo senso davvero militante, scommette con assoluta certezza sulla solidità della voce poetica o letteraria presa in esame. Intuisce, sa già che essa è, per così dire, un classico e gioca d’anticipo, batte vie interpretative inedite, osa su un campo non del tutto solcato, servendosi per altro di una bibliografia (giocoforza) ancora incompleta. Un’operazione coraggiosa, eppure necessaria se riguarda una poetessa del calibro di Antonella Anedda, la cui opera in versi e in prosa è rivisitata con stupefacente chiarezza interpretativa da Riccardo Donati nel volume Apri gli occhi e resisti, composto di dieci capitoli che affrontano l’intero universo aneddiano entrando nel solco di alcuni essenziali prolegomeni di poetica.

*
La nettezza della lirica di Anedda parte infatti da un lévinasiano «spazio per l’autentico» che invita all’apertura, a «farsi “pellegrini del linguaggio”» rinnovando «l’idea romantica del poeta come wanderer ma soprattutto quella, medievale e dantesca, dell’homo viator». La visione delle cose, in particolare degli oggetti, rasenta la purità dello sguardo.

Di qui la povertà (anche epistemologica, e dunque à la Jaccottet, vero e proprio maître de poésie), la pietas, il resistere — donde il richiamo al titolo e ai versi «di chi apre gli occhi e resiste» —, di qui la vocazione appunto all’autenticità, all’Eigentlichkeit che pervade le linee della poetessa romana. «A cosa mira, quando parla, questa voce? — prosegue Donati — Certamente non a sedurre né a consolare, producendo, come fa la letteratura dozzinale, identificazione emotiva. Non perché sia algida e distaccata, tutt’altro, ma perché le emozioni che porta sulla pagina si sottraggono al vacuo circuito tautologico di confermare sé stesse, configurandosi semmai come tappe — ancora l’immagine del pellegrino che avanza con passo purgatoriale — di un arduo percorso di incremento cognitivo ed etico». Siamo dinnanzi a una poesia fortemente contraddistinta, come quella di Seamus Heaney ad esempio, da un impulso di conoscenza ed ethos, comprensione e integrità. Continua a leggere

Carmelo Princiotta, “Dalla poesia mi aspetto una nuova musica relazionale”

Carmelo Princiotta, credits ph Dino Ignani

BISOGNA DI NUOVO IMPARARE A SCRIVERE?
DI CARMELO PRINCIOTTA

Non so come sarà la poesia dopo il Covid. Non so nemmeno come sarà la nostra vita. Che cosa davvero significherà questo dopo, se ci sarà un dopo inteso come discontinuità oppure no. So che la poesia è costellata di molti dopo, sia storici che letterari: dopo la guerra, dopo Auschwitz, dopo Montale, dopo i Novissimi, dopo il ’68. E che ogni poeta ha declinato il suo dopo nei modi più vari, vivendolo volta per volta come nostalgia, ebbrezza o esaurimento. La percezione di un dopo ha spesso autorizzato il ricorso a categorie come quelle di postumità e postremità, che in futuro verranno forse trattate così come noi oggi trattiamo per lo più le decadenze e i decadentismi, perché sappiamo quante cose terribili e straordinarie sarebbero venute dopo. Più di recente, all’insistenza sul dopo, spesso avvertito come cappa, ipoteca, impossibilità, si è sostituita, negli studi letterari, l’attenzione all’oltre, non necessariamente secondo la logica del superamento, ma certo in quella dell’oltrepassamento, o, se vogliamo, di un ricominciamento che abbia coscienza non della fine, ma di una fine, forse intermittente.

«Bisogna di nuovo imparare a vivere» recita un verso di Anna Achmatova che Biancamaria Frabotta ha inserito ne La materia prima, il libro inedito con cui si chiudeva nel 2018 il suo Tutte le poesie 1971-2017: La materia prima un’interrogazione acuminata e trepidante della senescenza, biologica, storica, cosmica, e insieme una ricognizione del fondamento ultimo del nostro stare al mondo, che oggi possiamo leggere come un libro profetico, per la sua insistenza sulle «cure primarie» (questo il titolo della prima sezione). La risorgenza e la penultimità si intrecciano in un continuo contrappunto, come Espero e Lucifero, il «pietoso pianeta» che segna sia la fine che l’inizio delle nostre giornate, con l’ambiguità che è tipica di Venere. Il contrappunto è la vitalità di una poesia cosciente della nostra ineluttabile (più che della propria eventuale) mortalità. Perché a Frabotta gli esseri umani interessano più delle poesie. E le poesie interessano per la loro relazione con l’umano. Questo è il punto del dopo-Covid. Continua a leggere