Maria Grazia Lenisa, “La rosa indigesta”

la_rosa_indigestaParliamo di… Maria Grazia Lenisa, La Rosa Indigesta, Contrasti, Bastogi Editrice 2006, pagg. 96, E 10,00.

Nota di Lettura di Rosaria di Donato

Maria Grazia Lenisa: Metamorfosi della Rosa

La Rosa Indigesta di Maria Grazia Lenisa, ha come sottotilo: Contrasti. Non è casuale il riferimento a questo genere letterario tipico della letteratura popolare, ma che in Italia è stato amato anche da autori come Cielo d’Alcamo, Jacopone da Todi e, nel ‘900, da Gabriele D’Annunzio. In realtà, come suggerisce la stessa Lenisa, si tratta, a proposito della Rosa Indigesta, di “una forma mentis ironica e drammatica che travalica il genere”[1] dando vita a brevi quadri sequenziali in cui il dialogo subentra alla narrazione.

L’opera è composta da tre parti: La rosa indigesta; Fragmenta; Priapee e altro.

Nella prima parte i personaggi sono Il Maestro di camera, la Discepola (M.G.L.), Max Bender, Priapo, un branchetto di ragazzi e altri che danno vita a un contrasto che non è solo letterario, ma anche psicologico nel contesto di una forma metrica connotata da un accentuato sperimentalismo. Del resto il contrasto, l’ossimoro, è già nel titolo dell’opera.

La Rosa siamo noi, l’umanità votata alle illusioni, alla carnalità, alla bellezza, alla sensualità, al misticismo, all’eternità, alla morte. Ciò che è indigesto è proprio il senso della finitudine: nessuno può tollerarlo. Siamo petali di un fiore inappagato che non vorrebbe appassire, che anela all’eterno. Ma non ci è concesso realizzare nella realtà ciò che può appartenere solo alla poesia: per M. G. Lenisa essa  costituisce un sovrammondo illimitato. Per l’autrice tra poesia e vita c’è sempre una differenza, un procedere su piani diversi.

 

LA VITA RIVALE DELLA POESIA

 

Fatti Corpo, poesia, per verso amore,
arrossate le gote per la voglia, suda
le ascelle, senti che ti scorre fra le cosce
quel liquido tepore.
E’ il turbamento che fu detto amore?
No, solo sesso, eccesso di bellezza
d’un altro Corpo.[2]

 

A cosa servono le garbate e inquietanti ritualità che ci sono tra Maria Grazia, emblema dell’amore per la poesia, e l’affascinante Maestro di camera? Probabilmente, a preparare il distacco dalla vita.

L’erotismo, il misticismo, secondo l’autrice, sono manifestazioni di una  più acuta sensibilità e, pertanto, tendono a voler superare il limite della morte consentendoci così  di divenire ciò che realmente siamo, ciò che saremo nell’eternità.

La sensualità diviene un aspetto dello spirito umano: non l’amore/sesso, ma una sensibilità elevatissima che fa fiorire la rosa  d’inverno rosa che non ti aspetti d’inverno/tra il fogliame assente…[3] simbolo della purezza impossibile pervasa d’eternità.

L’estro con cui la Lenisa elabora le metafore della sua poetica è intriso d’ironia, ma anche di nostalgia verso un mondo, un’umanità che pensa

di attuare nella propria esistenza l’imperituro che, invece, è possibile solo oltre la soglia della morte dopo la resa dei conti.

La Poesia, d’altro  canto, è affidata ai posteri, al giudizio delle generazioni che saranno.

 

CONSIDERAZIONE

 

Giunge il tempo irreparabile a chi,
inventato amore, la Poesia ama,
gioca con l’ultima illusione corporale.

 Il sesso era fonte vitale d’alta montagna
 tra sonagli, escrementi vari.

 Consumato il bisogno, restano il cielo,
le “nuvole” da guardare nel deserto,
a labbra asciutte.[4]

Nella seconda parte[5], M. G. Lenisa diventa essa stessa un personaggio dell’opera dedicandosi ironicamente un canzoniere, quello di Max Bender:

E fra tante ragazze spudorate
con i glutei spaccati a fil di seta,
i capezzoli sugheri bagnati…
(quanto champagne contiene la saliva!)
assaggio e sputo. Niente mi ha stregato
come i versi di Maria Grazia Lenisa.[6]

C’è comicità, forte ironia nei versi composti da Laura (sempre M.G.L.) in stile petrarchesco, ma parodistico, che compaiono in questa sezione dell’opera e che già erano stati pubblicati, precedentemente,  nel Croco a cura di Domenico Defelice. Lo stile è assolutamente libero e anticonformista, o, meglio ancora, direi, iperbolico e senza veli. Esagerato nell’ossimoro semantico e concettuale; ardito nelle metafore; licenzioso nelle similitudini:

Sono tutto un incendio
e non mi ama.

E, se mi amasse, resto nella storia
con il pène di carta
in tanto corpo? Ago perduto nel pagliaio
è Apollo.[7]    

Tuttavia,  il canto è sempre dedicato alla Poesia, esperienza che sola ci consente il trasumanar  inventando una misura nuova, una forma che si sposa al contenuto con ritmo incalzante di un ruscello in piena che non perde il corso. La maestria dell’Autrice è tale e tanta da giocare  con le parole come il buon Mercuzio di Shakespeare. Si vince la morte restando sulla pagina grazie all’Autore.

Non  conosce la mirra il ragazzino
né il vecchio della strada.
E’ il profumo
divino del sudario dove morte non c’è,
rifiutato.[8]

Maria Grazia Lenisa è abile anche nell’immedesimarsi con i personaggi che animano La Rosa Indigesta e nello sdoppiarsi o nello scambiarsi con loro. E’ una professionista della comunicazione, della comunicazione diretta e indiretta, proprio come Soren Kierkegaard, da lei citato all’ inizio della seconda parte:

“se fossi un dio, farei quel
che Nettuno fece con una
ninfa, la trasformerei
in uomo…”[9]

 

La terza sezione propone la poetessa che si traveste da Priapo in un campo di crisantemi rossi nel contesto dei carmina priapea che lei stessa compone:

 

TRAVESTIMENTO


Si mise in un campo nel mezzo
di crisantemi rossi, spaventapasseri
col cappello, camuffata da Priap
imbelle.

C’è molto vento, resta un bastone
e vola il cappello.

Nessuna – credo – reciti tal parte
eccetto Shakespeare:
“And thou away, they very birds are mute”.[10] 

Qui si ricordano, tra asprezze, sadismi, tenerezze, molti poeti.  Si forgia lo stile di una nuova poesia, si riflette sulla finzione letteraria, ci si interroga sul ruolo della scrittura poetica,  si svela l’inganno dell’arte simboleggiato dall’enigmatico sorriso della Gioconda.

E’ metapoesia ciò che la Lenisa elabora maggiormente in questa parte dell’opera che può considerarsi anche un testamento spirituale e un manifesto letterario:

Ben venga la follia, Dino
Campana,
sembra che sorda la poesia
non sia.
Gli “exempla” sono tanti…
Oh tuo libro perduto e ri-
trovato
nell’acre fiato freddo di Edoardo.[11]
L’autrice definisce la sua opera il mio decamerone, ovviamente in versi e non in prosa, ricollegando idealmente l’originalità  della sua poetica con la tradizione: con la ri-flessione sulla lingua e con la ricerca e l’innovazione letteraria.

E’ dunque La Rosa Indigesta una silloge che conclude il ciclo della rosa inaugurato da Cielo D’Alcamo dove la Lenisa appare in una veste giullaresca e colta che suscita un riso amaro dal risvolto filosofico. Rosa fresca aulentissima è un’immagine, una sensazione, una celebrazione della poesia e dell’amore che vive nelle parole di un testo antico eppure moderno.

La Rosa Indigesta è una provocazione, un’ interlocuzione sul senso della vita e dell’arte formulata attraverso l’arguzia delle parole composte in una forma nuova, inedita, iper-sperimentale.

Nella sua modernità, la Poetessa torna alle origini del Volgare e incarna a pieno il ruolo che l’intellettuale  aveva nelle corti medievali, nelle città, nella società dell’epoca: dissacrare l’apparenza con sferzante ironia; suscitare il riso liberatorio custode della coscienza critica; adescare il pensiero e condurlo in un altrove metafisico che solo può rischiarare la realtà con la luce del Vero.

M. Grazia Lenisa non nega l’ Umanità, anzi la sublima trasformando la carnalità in Eros e la bellezza in Mistica. Questi sentimenti  divengono nella sua poetica guide verso l’Eterno: ma non era già così per Platone? per Dante Alighieri?

Tuttavia, nella Rosa Indigesta,  c’è una connotazione in più rispetto agli  illustri predecessori: l’esperienza metricologica… è metafora di quel fenomeno stupendo che è la grande Poesia, finalmente conciliata con la Natura e con la benignità della Mater, origine e principio terapeutico, magico, creativo come Maria Grazia Lenisa sostiene nella nota critica che conclude l’opera.[12]

[1] M. G. Lenisa, Introduzione, in La Rosa Indigesta, Bastogi Editrice 2006, pag. 7.

[2] M. G. Lenisa, in La Rosa Indigesta, op. cit., pag. 48.

[3] Ibidem, pag. 23.

[4] Ibidem, pag. 24.

[5] M. G. Lenisa, Fragmenta… /(2004)/(Canzoniere bifronte), in La Rosa Indigesta, op. cit.  pag.      53.

[6] Ibidem, pag. 56.

[7] Ibidem, pag.57.

[8] Ibidem, pag.59.

[9] Ibidem, pag.54.

[10] Ibidem, pag. 82

[11] Ibidem, pag. 88.

Edoardo Sanguineti.

[12] M. G. Lenisa, L’Esperienza Metricologica, in La Rosa Indigesta, op. cit., pagg. 93,94.

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Commenti (2)

  1. Ringrazio Luigia Sorrentino per avere pubblicato questo mio scritto su Maria Grazia Lenisa! E’ un’autrice che non ha bisogno di presentazione: è una voce autorevole della poesia del ‘900; una scrittrice e una poetessa che stimo moltissimo e che vorrei venisse letta da tutti.

    Un saluto,

    Rosaria D Donato

  2. Desidero congratularmi con Rosaria Di Donato per aver reso omaggio, con il suo scritto, alla memoria di Maria Grazia Lenisa: una poetessa indimenticabile, davvero capace di sublimare l’Umanità “trasformando la carnalità in Eros e la bellezza in Mistica”.

    Sandro Angelucci

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