Elena Salibra su “Olimpia”

olimpiaOLIMPIA_FRANCESE

 

Olimpia: un viaggio tra l’infinito e il mortale

Intervista a Luigia Sorrentino a cura di Elena Salibra

Luigia Sorrentino è autrice del poema Olimpia (Interlinea, Novara, 2013, Prefazione di Milo De Angelis, Postfazione di Mario Benedetti)http://www.interlinea.com/schedenovita/Sorrentino_Olimpia.htm),  pubblicata in francese con Recours au Pòeme éditeurs nel maggio 2015 nella traduzione di Angèle Paoli, (http://www.recoursaupoemeediteurs.com/ailleurs/olimpia).
Il libro è diviso in 8 canti intervallati da 7 prose poetiche:  L’antro, La città, L’atrio, Il giardino, Il lago, Il contrasto tra il divino e il tempo, La discendenza, Iperione, la caduta, Il confine, La permanenza, la distanza dal limite, La deformazione, Il sonno, L’ingresso alla montagna, Giovane monte in mezzo all’ignoto, La città nuova.  

La struttura evoca la tragedia greca e culmina nei sei cori della sezione Iperione, la caduta, che rimanda all’Iperione di Hőlderlin  con tutte le sue implicazioni neoplatoniche.
Il contro canto corale è emanazione di una forza verbale che mette il lettore di fronte alla continua opposizione tra ciò che è eterno – immoto e immobile – e ciò che è mortale – in moto e mobile.  Il personaggio femminile, Olimpia, è una creatura divina che immerge la condizione umana nella propria natura,  in un percorso tra l’infinito e il mortale.  La notte arcaica, che è in ognuno di noi, è una notte stellata e piena di stupore. Ad Olimpia ci accomuna “ un tempo sospeso tra mente e cuore” (p. 58).  La sospensione del tempo e del cuore fa percepire l’eterno e annulla il superfluo, l’effimero, che caratterizza il mortale. Dal buio dell’indistinto scaturisce la luce che si dissolve nello specchio d’acqua di un lago veicolata dal vento e da una leggera brezza. Per via analogica si esprime una serie di mutamenti che rimanda alla caduta di Iperione e alla sua rinascita:

 

la luce si disperdeva,
cadeva la massa corporea
appoggiato alla densità della goccia
egli era là nel suo confine
il mutamento fu uno svanire
arbitrario
dal fondo del vento sprigionava
trascinando fuori da sé qualcosa che lentamente appare

 

[…] nel sollevarsi contro la nebulosa
divenne la brezza distesa sull’acqua
a lei si infranse perdutamente alla nettezza di lei che si apriva
davanti a lei si lasciò cadere, infine

 

Iperione (coro 5, p. 61)
La lentezza ritmica del quinto coro accompagna il lettore nella mutazione della percezione, che si colloca tra il visibile e l’invisibile. La dispersione e la caduta della luce sembra coincidere è annullarsi nella  dimensione dell’eterno, veicolate solo dal vento e dalla brezza distesa sull’acqua. L’eterno si può immaginare, dunque, attraverso la percezione di una natura impalpabile, la quale custodisce in sé la purezza di uno stato originario.

 

L’antro è la nicchia in cui prende forma la creatura femminile salvifica in bilico tra tempo ed eterno. I suoi connotati sono sfumati: c’è un bianco, il bianco della luce della verità, che tutti li comprende:

 

lei era lì
non era più la stessa
il volto sbiancato nell’intangibile
nulla più le apparteneva
si rivoltava in un’altra che l’offendeva
nell’involo mostruoso in lontananza
lei era un soffio chiuso
tutto era in sé pieno, attaccata
alle pareti, lei era ormai radice

 

Come il soffio di Psyche di pascoliana memoria, si tratta di una creatura platonica, che cela in sé il senso di ciascuna esistenza individuale:

 

il volto si profila
il volto che siamo stati è istintivo
incarnato nel rito che si consuma qui
nella consolazione siamo venuti
mutarono i suoi occhi quando chiese
la vita eterna
la sua giovinezza si spense
divenne una cicala
poi solo una voce, un soffio
divenne

 

L’essenza della creatura femminile a poco a poco prende forma poi si riduce semplicemente a un soffio e a una voce. La donna scende dalla montagna e si ferma nel vestibolo di un tempio forse pagano abbagliato dalla luce e sostenuto da classiche colonne:

 

la soglia era ciò
che a noi stessi fu ignoto
per molti anni
come le cose che invecchiano e si annullano (p. 30)

 

Separati dalla donna ci sono gli spettatori silenziosi, noi, che condividono l’esperienza unica e assoluta e assecondano una natura meravigliosa e un hortus conclusus

 

 

ora come un tronco la voce
infilza i nostri cuori
e li accresce, in tutto ciò che siamo
in mezzo alle querce e agli ulivi
in tutto ciò che siamo stati
nel vento, da tralci di rose incarnate
chiama a sé i suoi figli
si posa sulle foglie d’acanto
si posa sulle foglie d’acanto
venendo a noi nel suo ritorno (p. 18)

 

Il noi si muta in un io che insegue i gesti e le movenze lente di Olimpia:

 

– tu esisti qui
io sono in questa pietra
la  forma terrena, vicino a te-

I dettagli si trasformano in forme pure e diventano essenziali.

 

Per  Olimpia tutto è una svolta, una sorpresa, lo specchio d’acqua di un lago di forma ellittica e circoscritta ( “In un’ellissi chiusa dal vento ingoiava la luce [il lago], rivoltandola nella materia fangosa che ribolliva in superficie” p. 39), un giardino meraviglioso bagnato da una fonte “calma d’acqua”; come un refrain ritorna da un testo all’altro in corsivo “qui visse la donna”. La creatura femminile rappresenta il punto di raccordo tra spazio e tempo scandito dal silenzio:

 

nella sua sostanza di silenzi
eseguiti, lei era immobile e armata
sotterranea presenza di tutte le cose
centro
congiunzione tra spazio e tempo,
colossale dentro la superficie,
simile a una guglia rocciosa […] (p. 69)

In questo contesto sfumato e dissolvente è possibile immaginare la morte:

è il morire che vedo
il venir meno, questo
incepparsi improvviso del respiro
mentre si accascia il nostro fare […]

La morte assale d’improvviso le creature in movimento e cancella il moto di uomini e cose. Così l’io lirico è capace di attraversare il varco e di avvicinarsi ad Olimpia, inondata di luce per eccesso di bianco:

 

allora sono io che attraverso
la crepa, il muro,
sono io che vengo vicino a te
nel tuo ultimo tempo –

 

L’ultima sezione, La città nuova, costituita da un sola prosa lirica, fa percepire al lettore un senso di rinascita in una realtà deformata, perché guardata da un vetro scheggiato:

Dal ponte di ferro sul quale sostammo vedemmo la cupola sventrata, accerchiata dalla città nuova. Appariva dalla lente deformata del vetro scheggiato. In basso, dalla piazza di cemento circondata da abitazioni a terrazza arrivava il canto dell’umano a cui nessuno resiste. Lontano, il confine di un orizzonte tagliato da una sorgente d’acqua che da qualche parte si congiungeva al mare.

 Olimpia, gioia di esseri non esperti di gioia!

 

INTERVISTA di  Elena Salibra

Roma, 26 ottobre  –  22 novembre 2014

___

Sei poetessa e giornalista professionista della Rai. Come concili i due lavori?

 

Lo scrivere poesia, non ha molto a che fare con il lavoro del giornalista, ma le due diverse scritture, non sono incompatibili.

Il giornalista, lavorando sulla cronaca dei fatti, si avvicina alla realtà per osservarla nella sua evoluzione. Il poeta sente la necessità di allontanare da sé gli eventi della cronaca per osservarli da una certa distanza. La lontananza ha un potere di visione enorme che dirige a una consapevolezza. Il poeta non  riferisce, implementa, assorbe la realtà e dubita, si pone le domande. Il dubbio è una forza vivida, divide la verità totalizzante che il giornalista cerca, se ne distacca. Il dubbio è lungimirante: vede più lontano, intuisce l’andamento delle cose, e, talvolta, lo precede. Dalla lontananza, quindi, la realtà è percepita dal poeta, in maniera completamente diversa. Il linguaggio della poesia non ha nessun legame con il gergo giornalistico, con la notizia che deve entrare in una struttura ben definita: chi, dove, come, quando, perché. Lo scrivere poesia non osserva tale schema, non nomina, non definisce il luogo, non fa il resoconto, non risponde alle domande, anzi, le pone, (spesso l’interrogativo contiene già la risposta) oppure riporta al grado zero ogni possibile risposta.  Come persona, ogni giorno, cerco uno spazio per colmare il vuoto che separa il lavoro del giornalista da quello del poeta, confortata dalla consapevolezza che la poesia è lì, non lascia mai il suo posto. A qualsiasi ora del giorno o della notte, so che posso andare da lei, per incontrarla in un nucleo centrale, divorata dal poco tempo e dal poco spazio. Quando sono lì, la materia si trasforma in canto o in elegia e quello che è accaduto – il trauma – si compie nel movimento, nell’azione della poesia, un atto infinitamente prezioso, che riscatta il tempo che ci è stato tolto.

 

 

Parlaci della tua esperienza come ideatrice e direttrice del primo Blog di Poesia della RAI (http://poesia.blog.rainews.it).

 

Il blog è il mio aspetto più sociale e comunicativo.  E’ un momento di ascolto e di dialogo con le persone che operano nel mondo della poesia, dell’arte e della cultura. E’ un luogo di approdo in cui tutti trovano ospitalità. Il pasto si consuma lì, seduti, in piedi o di passaggio. Ognuno può partecipare al banchetto, sapendo però, che quando il proprio lavoro si trasforma in una res publica, ci si espone al pericolo. Il corpo è denudato, è dato “in pasto” ad altri.

 

Qual è secondo te la funzione della poesia oggi?

 

La funzione della poesia è la stessa da sempre. Fin dai tempi antichi il poeta si pone le stesse domande. Il nodo centrale, è la condizione umana, il poeta le dà voce, te la fa vedere sotto gli aspetti più diversi. La poesia in se stessa, porta una fiamma che si trasferisce a un’altra persona. E anche questo è un insegnamento che viene da lontano. Prometeo, il primo uomo, ci ha tramandato questa azione quando ha rubato il fuoco sacro agli dei per consegnarlo all’umano. Lo ha nascosto nello stelo della ferula che porta sulle spalle. Quel fuoco è conoscenza, ma soprattutto intuizione. Il poeta compie lo stesso gesto di Prometeo consapevole dei rischi ai quali va incontro nel momento in cui offre all’uomo il fuoco della poesia. Che cosa ne farà l’uomo? Come impiegherà la fiamma?  Non possiamo saperlo. Il poeta, come un archeologo, affonda lo sguardo in una notte remota, arcaica, cerca l’impronta di una forma perduta, prova a decifrarla, vuole comprendere. Più di ogni altra arte, la parola della poesia esercita un potere salvifico, di medicamento, vuole  restituire all’umano la propria interezza. Giacomo Leopardi ci rivela che la parola della poesia viene da “interminati spazi, sovrumani silenzi e profondissima quiete”. Intermitati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete. Dove si trovano gli interminati  spazi? E perché  il silenzio è sovrumano ? Cosa vuol dire  profondissima quiete? Queste domande contengono già la risposta e ogni poeta la conosce. La fiamma sostiene la parola e la invia altrove. Il poeta si misura con la natura umana e terribile, la sua parola è testimonianza.  Il poeta costruisce uno spazio vitale, un ponte sul vuoto, per porre o colmare la distanza tra il sé, limitato e mortale, e l’eterno. Questa riflessione non significa estraniarsi da quanto accade nel mondo, anzi, vuol dire accogliere, contenere, nello spazio della poesia, la coscienza del proprio tempo. Tutta la “materia” della poesia è determinazione dell’esistenza. Un’esistenza che è il sintomo del suo eterno decadere-divenire.

 

Hai pubblicato varie raccolte poetiche: C’è un padre (Manni, 2003), La cattedrale (Il ragazzo innocuo, 2008), la silloge L’asse del cuore (“Almanacco dello specchio”, Mondadori, 2008), La nascita solo la nascita (Manni, 2009) e infine il poemetto  Olimpia (Interlinea, 2013). Qual è il rapporto tra la tua prima produzione poetica e quest’ultimo poemetto che in qualche modo si discosta dalle opere precedenti?

 

Nella mia prima opera di poesia C’è un padre vi sono poesie giovanili scritte alla fine degli anni Ottanta, anche se ho pubblicato quei versi soltanto nel 2003, molti anni dopo. Se si rileggono quei frammenti di scrittura riportandoli all’età che avevo quando li scrivevo, si comprende che la voce cercava una sua strada in un ritmo di germinazione che frantumava l’ordine precostituito e immobile del linguaggio, lo trasformava in un ritmo “mobile”, consegnato a un altro tempo. Quelle poesie presentavano già una forma oracolare, con immagini scolpite, permeate da formule attive, figurative. Una parola lontana dalla maturità espressiva arrivata dopo, ma pur sempre cellula della materia poetica che si è andata sviluppando nelle opere più recenti, fino all’ultima, Olimpia, che recupera nella lingua della poesia, nel frammento di un tempo tragico, estremo, la condizione umana, abitata dalla morte e perseguitata dalla distruzione della civiltà.

 

Quali sono i poeti che hanno pesato sulla tua formazione?

 

La risposta a questa domanda richiede molto tempo, dovrei fare diversi nomi. La formazione di una persona che quotidianamente si misura con la parola poetica è lunga e impegnativa. Una sola vita non basta, si impara ogni giorno qualcosa di nuovo e la perfezione, forse, non si raggiunge mai. Sono entrati nella mia formazione i poeti contemporanei, naturalmente anche molti poeti che non ci sono più e che mi hanno fulminato con i loro versi, ma ci sono anche amici, colleghi, persone incontrate e mai più riviste… Ci sono gli studi condotti, la filosofia, l’antropologia…. c’è la dinamica degli affetti, lo studio sul canto degli uccelli, il manuale di otorinolaringoiatra di mio padre e di mio fratello, e, soprattutto, i tragici greci, i primi grandi poeti. Credo che il fondamento tragico conservi lo stato nascente della poesia. Esso è una porta di accesso alla natura umana, è una traccia che non può essere ignorata per avvicinare la realtà.

 

 

Il tuo nuovo libro, Olimpia, mi incanta e mi sorprende, è il libro della tua vita. Perché questo titolo?

 

Olimpia è il nome di una donna, di una città, di una condizione. Il luogo al quale rimanda il titolo, è certamente identificabile con la Grecia, con lo splendore di un’epoca, ma anche con la sua distruzione. Siamo in uno tempo e uno spazio assoluto, come scrive Milo De Angelis nella prefazione al libro. Un tempo dominato dalla forza che, come scrive Simone Weil, sottomette gli uomini. Una forza davanti alla quale la carne dell’essere umano si ritrae. Nel nome Olimpia, dunque, vi è certamente il ritorno al frammento del passato, un ritorno alla tradizione, ma vissuta nella contemporaneità, nell’essere qui e ora. Il terrore e i massacri causati dalle guerre e dalla forza nel mondo di oggi sono la dimostrazione che il nemico è ancora in noi.  Dobbiamo sconfiggerlo, essere capaci di tale sforzo. Olimpia prova a compiere questo sforzo, esce dalla forma della pietra per plasmarsi a un’essenza vitale, potente, che ricongiunge la radice degli opposti, riduce il contrasto e fornisce all’umano un luogo adeguato nel quale ritrovare il sé sacro.

 

Nel poema ti misuri con la tradizione classica ma anche con la poesia moderna. E’ forse una rivisitazione in chiave contemporanea dei miti ellenici. Sei d’accordo con questa interpretazione?

 

Come ti dicevo prima, Olimpia è legata al mondo classico, ma anche alla contemporaneità, alla nostra cultura. C’è il frammento di una civiltà antica, ma non come intenzione precostituita. Olimpia è il frutto di un ritorno nei luoghi dell’adolescenza nei quali mi si sono presentate alcune domande che già da ragazza mi ponevo. Ed è con esse che ho provato a misurarmi. Le risposte sono arrivate da lì, dal dialogo con i luoghi.  Il poema ha assunto una forma mitica, non mitologica. Il mondo titanico che è affiorato, è quello della prima volta, è il regno dello stupore, dell’urto tra forze primordiali. Un’esperienza vissuta agli albori della vita, nelle prime letture fatte a scuola, nell’adolescenza, e che sopravvive nell’età adulta in una dimensione quiescente. La figura della donna, si colora della forza di una madre che si avvicina a un figlio problematico, che ha paura della morte, e lo costringe ad accettare la propria condizione, a confrontarsi con la fissità della sua triplice natura.

 

 

Questo tuo nuovo libro ha anche uno spessore filosofico profondo. Come si può definire secondo te il rapporto tra parola poetica e verità filosofica?

 

Il rapporto tra parola della poesia e verità filosofica come giustamente osservi, è molto profondo, riguarda le nostre origini e nasce da un’antica disputa che si è risolta molto rapidamente con quelli che venivano definiti “i presocratici”.  La filosofia, come ricorderai, nasce in Grecia, sotto forma di poema e Parmenide è stato uno degli ultimi a utilizzare la lingua della poesia per scrivere di filosofia, (dopo di lui solo Empedocle si esprimerà ancora in versi.) Nel suo poema sulla Natura, Parmenide sostiene che il tutto è uno, è eterno, non generato, immobile e limitato. Olimpia nel proporre tematiche analoghe (il limite, la soglia, il confine, l’immobilità, il tempo, l’eterno) sembra riportarci a quell’antico legame tra filosofia e poesia, ma anche al remoto conflitto fra poesia e filosofia. All’immobilità Olimpia contrappone la mobilità, un’essenza  mercuriale che sosta ai crocevia e “sfoglia con indifferenza gli alberi” che poi si trasforma in una materia plastica che accetta il limite. Quindi la parola della poesia compie un gesto di persuasione  che libera da qualsiasi retorica il linguaggio e confida in una parola che rimarca la sostanziale differenza tra la lingua della poesia e quella della filosofia. Se da un lato è vero che la filosofia deve molto a Parmenide, che scelse la forma del poema per esprimere in modo diretto il suo pensiero, la poesia gli deve meno. Perché l’operazione che compie Parmenide è contro la poesia e per l’affermazione di un pensiero filosofico dominato dalla razionalità.  Egli rovescia il modo di pensare di Omero e toglie alla poesia il suo reale significato. Insomma, Parmenide ingaggia un contrasto altissimo, un corpo a corpo con la poesia, ed è con lui che avviene la scissione, la separazione tra poesia e filosofia. Olimpia ripropone quell’antico  conflitto, ma la furia distruttrice che ha separato madre e figlia, sprofonda nella stessa radice. Alla fine, la poesia, la madre che esce da un volto pietrificato, prevale sulla fredda ragione. La donna si mette la bocca del dio, cerca le risposte in uno spazio profondissimo, sotterraneo, che colma il contrasto, unisce i due opposti, rende visibile l’invisibile.

 

 

C’è anche una particolare riflessione sul tempo. La dialettica tempo e ed eterno in che modo si colloca nel poema?

 

L’impronta che il tempo lascia in Olimpia è una forma perduta. Il poema ci dice che ciò che abbiamo perduto per sempre è il nostro tempo. La poesia ci dice che è dato conoscere, diventare consapevoli del proprio tempo di decadenza, dice anche, che si può  recuperare un linguaggio sacro che l’umano possiede ancora nelle formule della religione, di un vivere religiosamente, come sottolinea Mario Benedetti nella postfazione e nella lunga citazione di Romano Guardini. In Olimpia la parola è azione e apre uno spazio prima inaccessibile, addirittura antecedente al pensiero. Olimpia fronteggia continuamente forze opposte e contrarie alla poesia, ci fa capire che  riempiendo lo spazio vuoto con un atto puro e liberatorio attraverso il linguaggio si risolve anche il problema con l’eterno di fronte al quale noi siamo semplici apparizioni.  Siamo noi a diventare accessibili a diverse forme di realtà. La domanda iterata: “è quella la porta?” apre  lo spazio che riempiremo, o il vuoto, la mancanza di memoria,  in cui precipiteremo.

 

 

 

Dal punto di vista metrico si coglie un ritmo nei versi di Olimpia che si ottiene attraverso un uso particolare degli ictus. E’ come una partitura musicale che raggiunto il suo acme si ripiega su se stessa e discende. Il ritmo, che d’un tratto sfuma e si perde nei meandri della mente, dà un senso di dissolvenza e di non finito al discorso lirico. Sei d’accordo con questa lettura?

 

 

Si, certo… Percuotere, battere, disporre, la materia della poesia sulla pagina, avvia una musica, poi a una dissolvenza, a uno sparire dello sparire. La forma di questa poesia ha il suo “tempo”, il suo ritmo, vale a dire, un fenomeno profondo e decisivo dell’esistenza, della creazione umana. Ciò che sta agli albori della creazione, è mutuato dal ritmo del pensiero e dalla poesia. L’anima lirica dà voce alla parola. La prima parola pronunciata in Olimpia risponde a una domanda antichissima e svela: “lei era lì”. La prima allocuzione è già una rivelazione, riferisce il luogo della poesia, l’“in”, la permanenza che è dentro di noi.  La radice di questa voce, sprofonda poi, nella nostra stessa vita e nella vita si compie, chiudendo il cerchio. E’ l’unità della poesia, un’unità sacra, dalla quale proveniamo.

Il confine tagliato da una sorgente d’acqua, che troviamo nell’ultima prosa del libro, è il luogo in cui nascerà la città nuova, Olimpia, concepita dall’unione tra Alfeo – il fiume più grande, e per Zeus il più “favoloso per l’amore”- e la ninfa Aretusa, trasformata in fonte da Artemide. L’azione di benevolenza che compie Artemide, è nel ritmo della poesia, nella rinnovata armonia tra umano e divino. Per questo Olimpia, la città nuova, è la vera polis , è la città della gioia, che soltanto grandi uomini e grandi donne potranno ricostruire. Nella consapevolezza del binomio vita-morte è necessario diventare “esperti di gioia”, e, allo stesso tempo, con un gesto semplice, conclusivo, bisogna separarsi dalla gioia, senza rancore, inebriati d’assoluto.

____

Da “Olimpia” di Luigia Sorrentino
Giovane monte in mezzo all’ignoto

eravamo saliti sul monte

verso la colossale figura del tempio

ridotto in macerie

dopo la terribile lotta tutto era svanito

la morte si era aperta

uno di noi aveva abbandonato il suolo

non cercavamo più nulla

nell’azzurra penombra del bosco
qualcuno vedrà come noi

l’eroe caduto nella pietra

in fresca chiarezza

***

tutta la nostra attesa era

in una madre che ritorna

nel regno dei vivi e dei morti

frantumato dinnanzi a lei
tutto si era placato fra i tronchi

dei lecci

senza steli stavamo sulla spianata

trasportati qui dove si tace di gioia,

tace su tutto chi possiede

quello spirito del futuro

sopra le rovine

***

 

ciò che crediamo perduto possiamo

riaverlo, te l’ho già detto,

spopolato!

 

non scompare la fonte

tesse il suo divino l’umano

giovane monte in mezzo all’ignoto

ti ho trovato addormentato

con l’orecchio alla terra,

così trascorri il tempo che ti parla

 

saluta la bellezza

tu sei nato, sei importante

tu sarai un grande uomo, una donna

grande sarai, tu deciderai l’azione

il ringiovanimento dei popoli,

sarai fratello e sorella,

primavera, che sciama nel vigneto

***

sul ciglio della collina vedemmo

una sola volta l’unica,

la sua bellezza raccolta in una

sola luce liberata

 

o forse, tutto quel rosa consumato

dove l’abbiamo sentita era

la nostra presenza

 

abbandonata prima che potesse

sfiorire era accolta, ascoltata

nell’equilibrio dei fiori

affidati al rigore prezioso della natura

nella spontanea armonia congiunta

ai germogli, sotto l’oleandro che ancora

nasce, lei c’era, è esistita

***

sa e canta con la bocca

la lode della rosa, il cuore acceso rovina

 

il tempo brucia ma resta

non chiamate la rosa

avvolta dal verde

 

quasi da vicino,

lasciate ciò che è immobile attorno

a lei, penetra prima sempre la sua

spina

per poi tornare

rosa

rosa arcaica non più

ma chiaro brivido che all’indietro guarda

e sorregge il lontano in quell’istante

la rosa
_

elena_salibra_w6001-204x300-2L’intervista di Elena Salibra (nella foto) a Luigia Sorrentino, ad eccezione della parte introduttiva che è inedita, è uscita su “Soglie”, la rivista quadrimestrale di poesia e critica letteraria dell’Università di Pisa. E’ stata realizzata tra la fine di ottobre e la fine di novembre 2014. E’ l’ultima intervista di Elena Salibra, amica cara e poetessa indimenticabile, prematuramente scomparsa, il 4 dicembre del 2014. http://independent.academia.edu/SoglieRivistaquadrimestralediPoesiaeCriticaletteraria

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