L’occulta “Bufera” di Eugenio Montale

Eugenio Montale, La bufera e altro, edizione commentata da Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai

NOTA DI LETTURA DI ALBERTO FRACCACRETA

Il libro forse più oscuro, stratificato, notoriamente più discusso di Eugenio Montale. Sin dal titolo: la bufera, cioè «la guerra, in ispecie quella guerra dopo quella dittatura; ma è anche guerra cosmica, di sempre e di tutti», come sottolineò il poeta stesso in una lettera a Silvio Guarnieri. E che valore epistemico si può conferire invece ad altro? Riempitivo, esornativo? O sostanziale? L’Altro? Si attendeva da molto tempo — benché nel 2012 sia uscito un bellissimo commento a cura di Marica Romolini — un’esegesi mondadoriana dell’opus magnum di Montale, unica silloge dell’autore genovese a non essere stata ancora censita criticamente (assieme agli Altri versi, usciti però direttamente nell’Opera in versi del 1980 e non come testo autonomo): finalmente la lacuna è colmata, La bufera e altro (edizione commentata da Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai, con scritti di Guido Mazzoni, Gianfranco Contini e Franco Fortini, «Lo Specchio» Mondadori, pp. 544, € 24) è disponibile, l’«Everest dell’interpretazione» scalabile. Continua a leggere

Santa Teresa d’Avila, “Muero porque no muero”

NOTA DI LETTURA DI ALBERTO FRACCACRETA

La tradizione a cui fanno riferimento i testi poetici di s. Teresa d’Avila (1515-1582) è senz’altro quella trobadorica: com’è segnalato nella notizia biobibliografica che segue i quindici testi selezionati e magnificamente tradotti dal curatore (Muoio perché non muoio, traduzione di Emilio Coco, Raffaelli editore, pp. 76, € 12), «tutto succedeva, scrive María de San José, ridendo e componendo “romances” e “coplas”». Il romance, in particolare, la forma poetica più tipica della tradizione spagnola, è sorto con i cantares de gesta e con i giullari, equivalenti iberici dei trovatori. La copla, cobla in occitano, è invece la strofa basica della poesia medievale. Le liriche sicuramente attribuibili a s. Teresa sono almeno una trentina (altre potrebbero essere state scritte da consorelle come María de San José), e la prima pubblicazione apparve nella miscellanea Escritos de Santa Teresa, con il commento di Vicente de la Fuente, nel 1862. Un’edizione singola delle Poesías uscì nel 1957.
Quelli di Teresa sono, in sostanza, testi d’amore. Ma di un amor mysticus, il cui destinatario è il «dolce Cacciatore», il Dio totalmente inaccessibile e absconditus che comunque «ferisce di dolcezza» — per utilizzare un’espressione di Jaufré Rudel, sicuro modello stilistico e tematico di questi versi — l’animo della poetessa. Ecco perché Teresa sente di partecipare a un’antinomia sostanziale dell’esistenza, e tutto l’apparato sintattico messo in campo ne testimonia la contraddizione e la razo: essendo l’Amato al di là della morte ma essendo Egli l’autore e la fonte della vita, in valore del passo evangelico di Mt 16,25 «chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà», la santa spagnola muore per il suo non morire. In altri termini: desidera perdere la vita per poterla guadagnare. Ma tale atteggiamento ossimorico non si ferma soltanto alla dicotomia suprema, bensì riguarda gli aspetti più minuti del quotidiano: «Sia nel pianto la mia gioia,/ soprassalto il mio riposo,/ la mia quiete dolorosa,/ e bonaccia la mia angoscia.// Tra le burrasche il mio amore,/ mio regalo la ferita,/ nella morte la mia vita,/ nel disprezzo il mio favore.// Mio tesoro l’indigenza/ il lottare il mio trionfo,/ mio riposo il lavorare,/ la tristezza il mio contento» (Aspirazioni). Con ardite antitesi petrarchesche, Teresa vuole rammentare a sé stessa e al lettore i paradigmi essenziali della vera vita: «Solo Dio basta». Questa è l’Efficacia della pazienza, questo è il duro richiamo a un esserci più marcato in profondità, solcato da un’inscalfibile consapevolezza. E quale poeta ai giorni nostri saprebbe tracciare un iter poetico più efficace del Cammino della croce? Quale poeta potrebbe oggi sperticarsi nelle Lodi alla croce o meravigliarsi della Bellezza di Dio con tale energia narrativa e fervore lirico?
Le poesie di s. Teresa — percorse da un’irriducibile venatura metafisica, che le rende attuali a ogni latitudine geografica e storica — sono uno scrigno di sapienza e di abnegazione, dedizione assoluta. Qualità, queste, assai utili per una società distratta come la nostra, che tuttavia potrebbe iniziare ad aprire gli occhi dinanzi a un simile bacino d’interiorità così ricco ed elevato.

Santa Teresa d’Avila, Muoio perché non muoio, traduzione di Emilio Coco, Raffaelli editore Continua a leggere

La giovane poesia Europea, Jan Wagner

Jan Wagner

Wagner, la poesia si fa «minuscola»
Di Alberto Fraccacreta

La nuova poesia europea sembra avere una sempre maggiore attenzione per i dettagli. Se il mondo è caoticamente frammentario e flash ordinari popolano le nostre giornate, il poeta ha il compito di riportare alla pagina oggetti bizzarri e parole desuete, dare spazio al marginale e all’infimo, saper estrarre da esso un microcosmo di elucubrazioni e transazioni psicologiche, se non metafisiche. Questo, almeno, pare il compito che si è prefisso uno dei più interessanti poeti europei nati negli anni Settanta, Jan Wagner, critico e traduttore, amburghese residente a Berlino, vincitore del massimo premio letterario tedesco – il Büchner – nel 2017. Dentro le sue liriche è possibile imbattersi nella «castalda/ che domina già nel nome», nell’amento del salice, in focene, asini siciliani, koala come «pulciosi budda» con «quel viso/ sereno di un taccagno o di un ciclista», prugnoli, zanzare («come se d’un tratto tutte le lettere/ si fossero staccate dal giornale/ e stessero come sciame nell’aria»), tovagliolini, more di gelso, palline da tennis, carline, recinzioni, tazze, api, barili dell’acqua piovana ovviamente e addirittura Lazzaro, «dapprima cieco come una patata» poi «d’un tratto, in fila per il pane», con «quella piuma di voce ronzante,// come se qualcosa in lui si fosse lacerato». Una poesia dunque, quella di Wagner, legata alle cose, concreta e leggera, con l’ironia tipica di Hans Magnus Enzensberger e la passione argomentativa e iterativa di Philip Larkin, ma foriera di un graffio spirituale che lascia il lettore in uno stato di pensosa acquiescenza.

È stata recentemente pubblicata da Einaudi la sua silloge Variazioni sul barile dell’acqua piovana (traduzione di Federico Italiano, pagine 176, euro 14). Cosa ci può dire in merito al libro?

È la mia sesta raccolta di poesie, pubblicata in Germania da Hanser Berlin nel 2014. Il titolo – nell’originale di quelle parole composte tedesche incredibilmente lunghe, Regentonnenvariationen – suggerisce due cose che mi sono sembrate importanti per la maggior parte delle poesie incluse: una certa musicalità (accennata dal termine “Variationen”) e un interesse per i piccoli oggetti apparentemente banali – che, in verità, sono argomenti preziosi se ti capita di scrivere testi poetici. Un bicchiere d’acqua non è soltanto un bicchiere d’acqua se un autore come Iosif Brodskij lo utilizza in una sua lirica ma conterrà tutto, questioni di morte, perdita, vita dopo la morte, come se sottolineasse l’idea di un passaggio. Prima e dopo aver scritto Regentonnenvariationen, ero quindi interessato a bustine di tè, funghi prataioli ripieni, motoseghe – nonché personaggi storici come Colombo o scienziati dimenticati da tempo: i cosiddetti grandi argomenti contano e tutte le fuggitive cose diurne non si escludono a vicenda nella poesia, mi sembra, ma possono illuminarsi a vicenda. Regentonnenvariationen, come suggerisce il titolo, si interessa anche dei tesori nascosti del mondo naturale, e quindi troverai poesie su erbacce e animaletti, o anche quelle sul Canaletto e sui barbieri morti. Continua a leggere

Luca Nicoletti, “Il paese nascosto”

Luca Nicoletti

Nota di lettura di Alberto Fraccacreta

Da sempre il carattere più autentico della poesia è la meraviglia, l’incontro taumatico con la realtà. Che i poeti cerchino, infatti, l’«innocenza essenziale» lo ha sottolineato a più riprese Derek Walcott. Questo è senz’altro uno dei fili conduttori dell’ultima silloge di Luca Nicoletti, Il paese nascosto (prefazione di Giancarlo Pontiggia, peQuod, pp. 101, € 15). Ci sono almeno due linee tematiche che ne confermano la tendenza: l’incontro decisivo con la madre e lo svelarsi, lento e crepuscolare, di quel “paese nascosto” popolato da persone, cose e animali («La lucertola che si disseta/ aspetta senza paura/ le gocce che lascio cadere/ sulla piccola foglia»), capaci di formare una sottocutanea e sottintesa comunità, una tribù poetica legata ungarettianamente alla memoria (con accenni mituali che fanno pensare anche a Giuseppe Conte). Paese nel quale si dipana appunto il “meraviglioso” heaniano, partendo proprio dallo sguardo assorto del rettile: «Torna a bere, mi guarda/ il suo occhio m’incontra,/ sembra dirmi/ la sua meraviglia». Il gioco d’occhi e lo scambio irriflesso di stupore guidano la poesia di Nicoletti lungo «un passaggio alato», dov’è possibile risolvere «il nome, e l’assonanza/ nella metrica dei campi» (San Clemente prelude), tersa immagine di una letteratura tattile.

La silloge è divisa in due parti principali, composte a loro volta di cinque (nessuno crede, fuori campo, itinerari intermodali, sull’orlo dell’estate, notiziario del mio io) e quattro sezioni (esile mito, il juste milieu, Parco della Resistenza, Le traversate di Petit), a certificare una sorta di voluta slabbratura tra il dettame inziale e le conclusioni “provvisorie”: come se mancasse un pezzo, un tassello. Si può, tuttavia, immediatamente notare l’attenzione al luogo con valenza “odigitrica”, cioè di via — in senso sacro — che viene indicata dalla stessa tensione lirica. Come sottolinea Giancarlo Pontiggia nella Prefazione, «i versi di San Clemente prelude definiscono non solo un territorio e un paesaggio di familiare e ancestrale verità, ma anche il moto stesso dell’ispirazione poetica: una “via” che “emerge dal profondo”, e i cui caratteri sono già inscritti nei propri declivi». Se nella prima sezione la presenza della Romagna e i miti fondativi campestri circondano, o meglio serrano il pensiero del soggetto («parole delle cose di noi/ rimaste lontano, in un tempo diventato spazio/ disseminato di momenti/ trasformato in luoghi»), in fuori campo appare, come si diceva, il passaggio della madre del poeta: passaggio intermittente, crepitante di luce, eppure slancio etico, esemplarità della persona in vita («se penso/ a quel modo, a quel saper essere umana/ già sulla soglia del mondo,/ guardando così/ il suo vecchio mondo»).

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Seamus Heaney, “Sweeney smarrito”

Seamus Heaney

NOTA DI LETTURA DI ALBERTO FRACCACRETA

Impossibile dar conto della bellezza mistica che si prova nel leggere, o meglio nell’auscultare, Sweeney smarrito (a cura di Marco Sonzogni, Archinto, pp. 252, € 16), traduzione italiana della traduzione (inglese) di Seamus Heaney del poema medievale Buile Suibhne, che narra la pazzia e la trasformazione in uccello del re di Dal-Arie «a compimento della maledizione di Ronan il santo». Se è vero quel che dice Walser («ormai sono solo un orecchio, un orecchio indicibilmente commosso»), qui siamo di fronte a una sfilza di nomi, descrizioni e immagini lussureggianti. L’udito ne esce polverizzato. Lo stesso Heaney nella sua Introduzione all’opera ci avverte: «Per trovare una poesia con una così struggente sensibilità per le bellezze e i rigori del mondo naturale dobbiamo andare a Re Lear e alle folli parole di Edgar travestito da povero Tom — esso stesso interessante parallelo della condizione di Sweeney. […] È stata la nudità e la durevolezza della scrittura di Buile Suibhne, il duplice registro di godimento e penitenza, che mi hanno tentato a cimentarmi con la traduzione».
Pubblicate nel Regno Unito tra il 1983 e il 1984 (Faber & Faber), anno d’uscita di quella pietra miliare della lirica heaniana che è Station Island, finalmente le gesta del re Sweeney (alter-ego del poeta, come si può facilmente arguire dall’assonanza), già noto al pubblico italiano attraverso il romanzo di Flann O’Brien, Una pinta d’inchiostro irlandese (traduzione di Rodolfo Wilcock, Adelphi 1993), sono disponibili nella loro arcaica estaticità. Sweeney Astray — questo il titolo originale, che fa da pendant al residuale Sweeney Redivivus di Station Island — è la riscrittura in prosimetro di una leggenda gaelica (ma il personaggio principale è realmente esistito) che circolava tra VIII e il IX secolo. L’antefatto è riassunto nelle prime pagine del testo: «Un giorno, quando Sweeney regnava su Dal-Arie, Ronan vi giunse per fondare una chiesa chiamata Killaney. Da dove si trovava Sweeney udì il tintinnio della campana di Ronan intento a tracciare il perimetro del sito, e chiese alla sua gente cosa fosse quel suono. — È Ronan Finn, figlio di Bearach, dissero. Sta fondando una chiesa sulla tua terra e quello che senti è il suono della sua campana. Eorann, sua moglie figlia di Conn di Ciannacht, provò a trattenerlo e s’aggrappò all’orlo del suo mantello cremisi, ma il fermaglio d’argento che aveva sulla spalla si ruppe e schizzando via attraversò la stanza. Lei riuscì ad afferrare il mantello, ma Sweeney era già fuggito, nudo come un verme, e in men che non si dica piombò su Ronan». Continua a leggere