Fabio Jermini, “Singolarità”

Fabio Jermini

 

Il pozzo delle anime

 

 

¿Dove vanno la donna
che tiene per mano un bambino
l’uomo seduto su un assale, quel tale che calca
con passo sicuro le tavole di un ponte sospeso?

Sagome d’avorio stagliate contro l’azzurrino.

¿Eroi di quali storie
miti, leggende, celtiche saghe?
¿Quali i moniti o gli ordini? ¿I fatali divieti?

È un complesso ipogeo
tra gneiss, argilla e ghiaia
un tempo una grotta – poi stanze spettrali
impilate, simmetriche (¿un tempio, un sepolcro?)

Sulla soglia, due are, una trave
una stele bislunga
con messaggi cifrati:

†La prima ½ h è gratuita
da 1 h, 1 fr. ogni ½ h fino a 3 h†

†È severamente vietato (?) fumare†

 

 

Alienazione

 

 

Brillano d’ambra le piramidi
nel deserto di tegole
mentre imbruniscono
pedoni schierati, i comignoli
(non ittiti, assiri, persiani
ma isole, cunei, catene)
… e qui si acutizza l’arrocco
la distrazione, la devianza… l’agguato
l’agguato è nei tonfi monotoni
e nei trilli, quando scintillano
le linee di contatto
nel quotidiano moto immobile
della coorte che s’ingorga.

Piovra dai tentacoli elettrici
da Étoile a Sismondi, da Maisonnex a Rive
la vera noia è stare alcione in alpe, uncicato
all’orizzonte degli eventi…

È venerdì. Pont-d’Arve gorgoglia
di clacson, di gavazze e di bestemmie
e dietro le persiane
– schermo di segrete lussurie –
qualcuno
si masturba
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La poesia e il disegno di Dagnino

Massimo Dagnino

I MIEI GATTI VI OSSERVANO
di 
Massimo Dagnino

(2019)

      La pioggia abbassa la terra
nel giardino fiori lambiscono l’ombra
immaginaria del suo corpo. Guarda piovere
dal suo sguardo domestico fino a diffidare
del sonno. Potrei rilasciarmi,
come i gatti,
sui cornicioni, a spingermi nel loro inumano
onirismo.
Nel temporale erano cresciute
le zucche, sul tumulo di terra. Il rovescio anticipa
l’inconcludente e alberi alti
asciugano la notte, a voragine
il vigneto colmo declina
nell’incuria della voce: anfiteatro popolato
da gatti alleati, non si lascia tradurre
l’epigrafe irregolare, scivola
in raucedine la strada.

***

Passo del Turchino

l’afa si fa stasi
le viscere gonfiano corpi e fiori
di passiflora deposti (disposti)
dalla madre non arriva
nel sogno il buio tra il fogliame
cronologico l’abitato si estingue.
Fisso il cerchio rosso del segnale
nell’affondo di colline, quel rosso lanciato
a torpedine in collisione.

La casa limitrofa a emanazione
del buio, senza controllo la crescita
asfittica di ortensie tra volti inattuali
commisurato al parlare
un vacuo temporale figura animali
nei lampi a vuoto
un treno fermo, distanziato nei giorni
nello squarcio di vigne – scartati dal tempo –
i miei gatti vi osservano

Ma la segnaletica sbarra la struttura del buio.

Svelta accorcia le scale per infiltrarsi
nel disordine del frutteto, compulsiva non smette
di lavarsi il manto mordicchiandosi da pulci
fastidiose: spia
i cani aguzzando
le orecchie e a inarcarsi nel sonno
nell’ala d’ombra ignara della specie
di piante dove dormire fino al richiamo del nome.
Mastica dove ha più denti
Incisivi, isola la carne e io mi vedo
Nascosto al suo pasto
Notturno, presto reattiva alla pioggia
Ipnotica nel soffio felino
Estingue legami.

28 giugno 2019

***

L’immagine ritorna mentre sparisce
fra piante e la villa in mattoni, si orienta nel suo
territorio fatto di scale, terrazzi, alberi
letti, cartoni su cui rinvigorire
le unghie: si annuncia quando arriva a mangiare.
Ma ora l’insieme si trasla
le zampe sporche, ringhia infastidita
nel nervosismo della coda: ti fissa
mentre le gratti il collo riportandomi
trasfigurato alla mia specie.

Spaventata si avvolge nel suo sonno.
A sollevarla nell’aria mostra una strana gioia
nel labbro leporino, inaspettata
della nuova latitudine.

***

Arriva dallo scollamento del buio, riconosco
la sua andatura indifferente.

La lascio stare
mentre si addormenta seguendo
il profilo curvo della collina.

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Stefano Raimondi, da: “L’Atalante”

Stefano Raimondi

A N T E P R I M A    E D I T O R I A L E

“L’ATALANTE” [i]

Ci sono istanti che sembrano avere
parole esatte: silenzi tolti dal respiro
come da un impaccio, come
fossero tagli dentro i tagli.
Sono questi i lasciti, i resoconti
di quello che si chiama amore
-o quello strano modo di amare-
che fa restare anche
dentro un fiato che chiede
da che parte appannare
disegnare cuori sopra i vetri
da che parte stare
sulla parte fresca del cuscino.

*


Si educano gli amori
– mi dicevi –
si educano a resistere
o a guardarsi dalla parte
che non si può mentire.

*

Lascia che si avverino le mie profezie
che le ali degli uccelli taglino in due
il volo, che il Nord dimentichi
il suo punto e uno scaraventarsi d’onde
racconti la storia per intero, come
se a planare fossimo noi senz’aria
senza i corridoi sbadati delle correnti.

*

Tenersi rasenti alle promesse.
Chiudere il braciere.
Sapere delle ceneri calde.

Si fanno di notte i passi lenti
con le mani a tentoni sugli spigoli
e il buio diventa un’altra cosa:
entra nella gola.

Sono quelli i tragitti più lunghi
le mani che si cercano, gli occhi
che si tengono oscuri apposta
per vedersi, baciarsi poi nel vuoto
di un abbraccio, che potrebbe
essere dappertutto o qui vicino
tolto da un sì detto di soppiatto:
a sangue.

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Valerio Magrelli, “Graffiti”

Valerio Magrelli

NOTA DI FABRIZIO FANTONI

Splendida e intensa la poesia inedita Graffiti di Valerio Magrelli.

Nell’immagine dei muretti istoriati dai graffittari ai margini della ferrovia si condensa tutto l’isolamento e la solitudine dei ragazzi abbandonati da un mondo che ignora le loro appartenenze, le inquietudini di una generazione e vanifica il loro naturale desiderio di esserci, di lasciare il segno di una presenza.

In questa poesia ritroviamo intatto quell’intimismo del poeta di Ora serrata retinae o di certe poesie di Nature e venature che si esemplifica in una delicata e pietosa attenzione per i segni che la violenza della vita lascia nelle anime di persone semplici e emarginate.

La tensione morale del poeta si fa tanto più evidente se messa a confronto con la superficialità dell’ambiente cittadino, sempre pronto a minimizzare, a crearsi degli alibi o a dimenticare le proprie responsabilità di fronte agli errori della nostra società.

Leggendo la poesia di Valerio Magrelli mi è tornato istintivamente alla memoria un verso tratto da La primavera hitleriana di Eugenio Montale: “[…] e più nessuno è incolpevole.”

Oggi come allora nessuno può dirsi non colpevole del mondo che lasciamo ai nostri figli.

 

Graffiti (in treno per Varese)

Quando vedo i graffiti sui muretti
lungo i binari che corrono via
mi prende una pena infinita.
Non ce n’è uno che non sia istoriato.
E penso a quei ragazzi, a tutti quei ragazzi
che hanno passato notti lungo la ferrovia
per lasciare una traccia
per scrivere una firma
per insultare un mondo che li ignora.
Rischi, palpitazioni, sfide fino alla morte
soltanto per segnare il proprio nome
e raccontarlo in giro.
Vi amo come figli
e vi vorrei salvare
da questa orrenda età chi vi tortura.

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Una poesia di Fabio Pusterla

Fabio Pusterla

(Inedito, 2020)

Parola navicella parola libertà
la velavento solca il linguamare
forzando norme ordine bufere
solo tragitto desiderio del vero
la falceluna allumina le tenebre
nel viaggio arrischiato di arsura
quando nessuna rotta stella dà
fiducia ai naviganti in cupocielo
onda che rinvia onda dura nera
davanti insulsi lidi mete incerte
verità che s’accende tremalume
in notti lunghe e incubi d’attesa
breve chiarore in levità dell’aria
annuncia giorno sole lucepiuma
l’altissima forse speranza che va.

Fabio Pusterla

 

Nota dell’autore

Questa poesia ha rischiato più volte di finire nel cestino, ed è stata (forse) definitivamente riabilitata quasi per caso, mentre cercavo un testo adatto per rivolgere un augurio a pochi amici. L’origine di questo testo ha a che vedere con un tema sui cui sto lavorando da alcuni anni, il tema delle gabbie. Attorno a questa immagine sono nate parecchie poesie, dentro le quali le gabbie svolgono principalmente una funzione tematica o simbolica. Ma ad un certo punto avevo pensato di tentare anche un’altra via, e di costruire una gabbia formale, dandomi delle regole strette da rispettare; credo di rammentare un vago progetto di gabbie multiple, con forme diverse, come si possono vedere in quelle vaste prigioni che sono i giardini zoologici. Immaginavo di costruire voliere, terrari, recinti di parole, quadrati, rotondi, rettangolari o romboidali. Poi, quel progetto troppo teorico e troppo ambizioso è più o meno scomparso nel nulla; ma dalle sue ceneri deve essere nata questa poesia, originata, come capita a volte, da un grumo di parole formatosi più o meno da solo nella mente: parola navicella parola libertà. Il resto si può immaginare; ma se ora guardo il filo interno di questo mesostico, la traccia traballante che lo attraversa in diagonale, non vedo tanto l’imperfezione geometrica; piuttosto penso al tracciato sinuoso di una nave rompighiaccio, o a una cicatrice che non sa scomparire del tutto. È una navicella incerta questa, ma non del tutto abbandonata ai venti e alle correnti; non un bateau ivre, piuttosto un guscio di noce che insiste.

Lugano, dicembre 2020

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