Valerio Magrelli, da “Ora Serrata Retinae”

POESIAFESTIVAL 2014
photo Serena Campanini-Elisabetta Baracchi

Preferisco venire dal silenzio
per parlare. Preparare la parola
con cura, perché arrivi alla sua sponda
scivolando sommessa come una barca,
mentre la scia del pensiero
ne disegna la curva.
La scrittura è una morte serena:
il mondo diventato luminoso si allarga
e brucia per sempre un suo angolo.

Io abito il mio cervello
come un tranquillo possidente delle sue terre.
Tutto il giorno il mio lavoro
è nel farle fruttare,
il mio frutto nel farle lavorare.
E prima di dormire
mi affaccio a guardarle
con il pudore dell’uomo
per la sua immagine.
Il mio cervello abita in me
come un tranquillo possidente delle sue terre.

La porta si chiude modulando
nei cardini il suono del corno.
È il canto della notte
l’armonia che giaceva
ignorata nel legno.
Chiunque passando provoca
la musica sepolta, ogni volta
riaffiora disuguale.
Forse un linguaggio ne governa
I termini e le misure, forse il caso.
Il discreto disegno
della ruggine e dell’acqua
narra la segreta epopea della soglia. Continua a leggere

La poetica del frammento di Piera Oppezzo

Piera Oppezzo

TRA LE ROVINE DELL’ESSERE

COMMENTO DI BIANCA SORRENTINO

Un’ansia insopprimibile scuote la vicenda esistenziale di Piera Oppezzo e ostinatamente pervade la parabola della sua ricerca letteraria, dagli anni della sperimentazione a quelli intorpiditi dal silenzio della solitudine. Il dettato disadorno, privo di orpelli, riconducibile a una sorta di poetica del frammento, rivela l’ascendenza dickinsoniana di un universo circoscrivibile ai confini di una stanza. Se la vita è un esercizio di disciplina continuamente minato dalla paura della paura, la scrittura è un compito da assumere con spirito di abnegazione. Benché saccheggiata, fragile, isolata, la poetessa riesce a cogliere l’istante in cui è in procinto di germogliare una ferma utopia – probabilmente la riflessione femminista sulla necessità di un’emancipazione autentica. Rinnovarsi, per quanto vanamente, equivale a sopravvivere, mentre l’amore si decompone e il muschio ricopre la memoria.
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Corrado Benigni, da “Tempo riflesso”

In un atomo tutto è già scritto,
prima di noi.
Solo il buio mette davvero a fuoco il cielo,
questo è l’indizio.
Tieni un margine bianco sul fondo della pagina,
annoda in una parola suoni e volti,
i dettagli destinati alla perdita.
Un nome è il fossile che lasciamo.

*

La fotografia è un testimone che non mente
porta impressa, sicura, la memoria,
come la superficie l’orografia di un paesaggio.
Siamo se non nel segno di chi scrive
o guarda.
Così ci specchiamo nei corpi non trasfigurati
di un’immagine, nella loro violacea penombra.
Ma cosa divide dal nostro il loro destino?
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Tre poesie di Stefano D’Arrigo

Stefano D’Arrigo

Più di tutti mortale, trafelato,
tu più solo sei vissuto nel giro
degli orologi fatti a mano,
le improvvise clessidre del tuo male
donde quaggiù colava così esatta
coi granelli di sabbia raggelata
la tua noia infinita ove ti disfi.

*

Oggi tu alzi le tue mani a scudo
sul tuo petto assalito dalla luce,
alzi la voce, oh lancia che difenda
da quel drago favoloso tra di noi.
Così tu muori inerme, ti sfiguri
nei nostri gridi quando è notte o volo
di corvi notturnanti nel tuo sguardo. Continua a leggere