Patrizia Cavalli, da “Datura”

Patrizia Cavalli

«Cosí schiava. Che roba!
Cosí barbaramente schiava. E dai!
Cosí ridicolmente schiava. Ma insomma!
Che cosa sono io?
Meccanica, legata, ubbidiente,
in schiavitú biologica e credente. Basta,
scivolo nel sonno, qui comincia
il mio libero arbitrio, qui tocca a me
decidere che cosa mi accadrà,
come sarò, quali parole dire
nel sogno che mi assegno».

 

Patrizia Cavalli, Datura, Einaudi, 2013 Continua a leggere

Dedica, a Mahmud Darwish

Mahmud Darwish e Luigia Sorrentino (Festivaletterature, Mantova, 2005) Photo di Fawzi al-Delmi

 

Come poeta palestinese posso dire di aver fondato
una patria per i palestinesi con le parole
.”

Mahmud Darwish

(Poesia scritta da Luigia Sorrentino il 13 agosto 2008 dopo aver seguito  in televisione i funerali a Ramallah, in Cisgiordania, del poeta palestinese).

 

Le scarpe del poeta
                                    a Mahmud Darwish

 

il cerchio legato alle caviglie batte
alla forma del piede
che imprime da sé
fino all’altro
non ci sono che piedi,
camminamenti
come obbedendo

avvicinandomi
ogni volta mi hanno detto allontànati
non distendere la lingua
sullo steccato

forma ripetuta molte volte sulla muratura

ho sbagliato la pronuncia
le gambe
hanno tenuto
il nome della ferita
palpebre chiuse hanno asciugato
il fiore del mandorlo o più lontano
il movimento, nella corteccia
il feretro,
la bocca piena di terra

(Inedito. 10 agosto 2009)

Luigia Sorrentino

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Il canto barocco di Claudia Ruggeri

Claudia Ruggeri

CLAUDIA RUGGERI, POESIA DA UN INFERNO MINORE

Commento di Bianca Sorrentino

 

Alcune voci sanno riemergere sottili, e al tempo stesso impetuose, dal silenzio colpevole della noncuranza. È il caso del canto barocco e pregno di dignità di Claudia Ruggeri, che intona il lamento di un inferno minore mentre danza sull’abisso delle Passioni del sud. Il suo dialogo ruvido e doloroso con il vuoto è una sfida che accetta di perdere – se perdita è consegnarsi a un altrove di pace assoluta. La spiritualità di questi versi si sgrana in una lingua che ribolle, e come magma resta intrappolata in un grido soffocato. E se dentro la sua poesia risuonano i maestri umbratili del Novecento, il suo dire resta orgogliosamente autentico e allo schiaffo del tempo risponde con la sua folle e altissima verità.

 

lamento della sposa barocca (octapus)

t’avrei lavato i piedi
oppure mi sarei fatta altissima
come i soffitti scavalcati di cieli
come voce in voce si sconquassa
tornando folle ed organando a schiere
come si leva assalto e candore demente
alla colonna che porta la corolla e la maledizione
di Gabriele, che porta un canto ed un profilo
che cade, se scattano vele in mille luoghi
– sentile ruvide come cadono -; anche solo
un Luglio, un insetto che infesta la sala,
solo un assetto, un raduno di teste
e di cosce (la manovra, si sa, della balera),
e la sorte di sapere che creatura
va a mollare che nuca che capelli
va a impigliare, la sorte di ricevere; amore
ti avrei dato la sorte di sorreggere,
perché alla scadenza delle venti
due danze avrei adorato trenta
tre fuochi, perché esiste una Veste
di Pace se su questi soffitti si segna
il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta si smodi
ad otto tentacoli poi che ne escano le torture

Claudia Ruggeri, da Poesie. inferno minore. )e pagine del travaso (Musicaos editore, 2018) Continua a leggere

Bellintani, il poeta che scelse di rimanere nell’ombra

Umberto Bellintani nel 1940

Per un bambino che non conosce più i passeri

Urlavan lungi dei cani (o eran gufi?).
Urlavan lungi dei cani e c’eran gufi;
e come assassini i morti si muovevano
rasenti i muri del cimitero
quando il ragazzino si trovò
solo solo nella notte.

E allora egli aveva un urlo strozzato nella gola,
ché un fruscio d’erbe lo soffocava come un serpente
e la luna veramente era cupa tra le fronde degli alberi.
Come assassini i morti si muovevano
rasenti i muri e i fianchi degli argini,

e fu allora che il bambino perse l’uso della parola,
e perse la vista comune delle viole e dei giocattoli
e il senso naturale delle cose.

Così ora tentenna il capo e nei suoi occhi è una nuvola,
ma pare un angelo divino contemplante
profonde luci assorte in se stesso.

Povera madre che lo sorvegli lungo i sentieri del tuo orto
e ora lacrimi al suo riso ebete sugli asparagi,
io non so dirti s’è sfortuna a lui toccata
o s’è migliore la sua sorte, più benigna
che al fanciullo intento a suddividere
in bianchi e neri i dadi del suo gioco. Continua a leggere

Alessandra Pellizzari, “verso il più deserto mare”

Alessandra Pellizzari

Incroci e gambe sulla velatura
dai chiodi di garofano isolata
saggia di pigmento, di misura
s’inarca già raggomitolata.

Si coagula da una sepoltura,
la parola, tra i silenzi, beata
destata da una serica apertura
piegata dalle sillabe, respirata.

Solo un frammento sa lasciare
dei ricordi, pezzi dissonanti
adagiandosi in un breve brillare.

Mentre i battiti prolungano il mutare
da un fiume, ancora abbaglianti
verso il più deserto mare.

Da Faglie, Punto a capo editrice, 2017 Continua a leggere