Antomarini, un’immagine di futuro

Brunella Antomarini

Libro ibrido sugli ibridi

Ogni pensiero che si ragioni ora, è già archiviato. Si oscura subito dietro la scena dove si esibisce. Proclama troppo tardi di essere necessario. Si possono fare diverse cose allora: accelerare il ritmo di selezione e anticipazione del rilevante – o partire dal futuro indeterminato dal quale le macchine che ci avranno sostituito si chiedono da dove vengono e rifanno la loro genealogia durante un viaggio di soccorso e di ritorno.
Perciò questo libro è un archivio e una scommessa, un discorso al passato e un’immagine di futuro e che arriva nel presente andando indietro. Sono le macchine, chiamate nubili – in contrappunto e omaggio alle machines célibataires di Marcel Duchamp – a pensare, perché gli umani saranno stati ridotti ad alcuni esemplari, allevati nei giardini. Sono le macchine nubili in questo futuro a conversare, durante il viaggio, sulla loro origine da organismi umani maschili: molti scienziati infatti avevano dato nomi di donna ai loro automi e robots. Per farlo, ne dovranno studiare la logica cibernetica e le premesse cosmologiche.

Verso le macchine nubili…
Vladimir D’Amora

Borges e Foucault: ogni historia artis: le reti… Si parla di vertigine dell’archivio, di una compulsione melancholica della lista… Si raddoppia, non potendo altrimenti, trattandosi appunto di e-numerazione…, la postura d’archivio tesa come è (stata) tra un reale e un possibile: in un’altra e originaria e originale insieme situazione: la krisis dell’archivio positivo: della posizione stessa d’archivio: della sua stessa post(ur)a prossemica: la reale tensione tra possibile e impossibile… Continua a leggere

Ferruccio Benzoni (1949 – 1997)

Ferruccio Benzoni

ESTRATTI
da Con la mia sete intatta, Tutte le poesie di Ferruccio Benzoni (Marcos y Marcos, 2020)

La casa rossa

Non c’è più la casa rossa dov’era sfollato
mio padre e mia madre quasi in un presagio
spiava la morte. Pure quanta vita ancora
e voglia di crescere per gioco un bambino!
Dante Arfelli era un giovane e sapeva l’inglese:
vennero gli alleati e sorridendo accendeva le sue luckystrikes…

Quando vidi “Accattone” da una cabina di proiezione
– poca gente in sala e un’idea di benessere ai piedi
nelle scarpe all’inglese coi buchi – ero appena ragazzo,
piangevo. ‘ Gisto l’operatore, ma vieni domani – imprecava –
che danno i cowboys… Fu il mio modo
di sentirmi comunista, sentendomi controluce.

La prima ragazza che ebbi io non l’amavo.
Ma aveva i seni duri sotto il grembiule di scuola.
Fu un pomeriggio ai campi. Arrivammo nel sole
in bicicletta: ricordo un odore di lacca e di sete, d’ascelle.
Il batticuore mi seccava la gola. Sapevo di ridere male.
Lei era svelta e triste se diceva “mi ami?”

Non c’è più la casa rossa e vivere è ormai necessario.
Arfelli scrisse “I Superflui” che io ero dentro mia madre.
Adesso che ci parliamo e so quanto sia chiuso quel libro
e agro, cosa fu la vita – mi dico – quegli anni
di mia madre e di me, dentro di lei, un’estate
del quarantotto. Come un romanziere allora
vorrei fingerla morta…

da Fedi nuziali (1991)

I morti amici

Ben presto verranno a sapere
(tu forse dimenticando…)
la solitudine cos’è se disarma
in un sopore d’animule.
Ma saranno mai soli, sapranno
mai cos’è una passione?
Dondola a un vento il canale,
e tu che ringhi
andrò via, me ne andrò
– lo so: non ci credono.
Qui sepolto ti vedono, solo,
con l’arroganza d’averci creduto.

(1985) Continua a leggere

Cees Nooteboom, “Addio. Poesie al tempo del virus”

NOTA DI LETTURA DI ALBERTO FRACCACRETA

 

 

Poesia filosofica e profondamente legata al contingente, quella dell’olandese Cees Nooteboom è una continua divagazione sull’essere e sull’apparire, un registrare i mutamenti immutati della natura (soprattutto degli amatissimi cactus nel suo giardino di Minorca, dei fichi, della vegetazione lussureggiante ma anche delle oche del vicino), un sommesso ascoltare nomi, suoni, stridii, fragore di giornali, passaggi in lontananza. Poesia dunque di pittura e di musica, di improvvisi e irripetibili squarci, di esaltazioni nominali e avvolgimenti sinfonici: poesia racchiusa in gabbie metriche addentellate — Addio consta di trentatré liriche, ognuna costruita su tre quartine caudate —, con andamento progressivo e poematico che apre e chiude una stagione di riflessioni dello scrittore (in questo caso si tratta di un autunno a Minorca e, significativamente, del periodo di quarantena trascorso a Hofgut Missen durante la prima ondata di Covid-19).

Come scrive opportunamente Andrea Bajani nella postfazione, «a dispetto del titolo, questo libro non è un congedo. L’autore di Tumbas non si congeda da niente. L’addio è semplicemente il muro ultimo, dopo il quale si estende, o si annida l’inesprimibile». Certo, nella sconcertante precisione di un timbro levigato emerge sovrano — negli scarti e nei vuoti semantici da waste land — il silenzio, inteso come frattura e fattura estrema del poetare («Il silenzio, travestito da voluttà notturna, circonda/ la casa, e lui riascolta le voci di un tempo»). Dentro il silenzio sorge, però, per dirla con Adam Zagajewski, un «dialogo pacato», fatto di sguardi — sguardi che diventano poesia — e intese fulminanti dinanzi al testimone muto, simboleggiato, o meglio incarnato dai cactus. Qui avviene l’incontro sempre sospettoso, sempre rimandato con la morte, con il dopo, viaggio estremo prefigurato nella dissoluzione del virus e nella scomparsa degli amici («L’amico morto senza poter più parlare,/ l’altro amico che sull’ultimo letto/ tracciava con le mani un cerchio,// e voleva dire viaggio. Era/ un addio»). Mentre fluisce vorticosamente l’identità in una singhiozzante alterità («Il corteo/ che si mescolava ai loro sogni/ è apparso al lui del mio/ io, l’io del mio lui»), la solitudine e il senso heideggeriano di gettatezza (Geworfenheit) implicano una visione del mondo incentrata sul tema del viaggio non soltanto come giunzione con la morte, ma anche e soprattutto come peregrinare incessante degli elementi dell’universo: il cosmo è già movimento, divenire in dissolvenza, fuoco («Quante vite stanno in una vita?/ Quante volte la stessa testa è qualcun altro?»). Continua a leggere

Laura Pugno, “Noi”

Laura Pugno / credits ph. Dino Ignani

alba

i corpi fanno luce,
sono piante
o insetti, sono

alba – vedi
che appare il giorno
portato da ogni corpo
con sé,
(se chiudi gli occhi
è ancora notte),

è l’alba,
spegni la luce
in cucina, in camera
da letto, fai tornare
(fai torcia)
ogni cosa nel buio

solo l’oro del corpo che illumina
l’acqua del lago,
il buio che tieni tra le dita, l’alba
solo se guardata,
se percepisci, percepisci il sole –

l’alba si muove sul tuo corpo,
attraversa vetro
o niente, le finestre aperte
sull’estate: il sole può toccare,
scioglie la mente dietro gli occhi

la luce batte sugli occhi e sulla mente,
tu devi andare ora,
dov’è il mondo?
farsi, là fuori, luce –

alba, e lo scialbare,
bianco, biacca
sulle tue parole,
sul corpo che

non dimentica,
apre la porta entra la luce:
è sole o stella

bianco
duro, rappreso
– è come
carne, ha la consistenza della carne –

ha preso il cielo,

poi il resto e si estende alle cose:
respirare
latte, raggrumare
tutto in un punto, prima
che l’occhio si riapra:

blu quasi nero, metà del mare invisibile

stelle di plastica
viva, in alto nella stanza,
e alzi lo sguardo
(presto sarà l’alba), non puoi dire,

quella luce
raccolta nel giorno
– la stessa
luce corvina del corpo che ti è accanto –

respiri, diffondi il fiato
nei due corpi, una
due volte,
tre:

romperai da sotto l’onda,
corpo chiaro
nel verde-buio, come prima luce,

quella che avvieni, che libera
e scioglie
da corda-ombra, allenta il fiato: così

vedrai allora la casa, da dentro
di nuovo visibile, bosco, foresta

da Noi (Amos Edizioni 2020) Continua a leggere

Giorgio Galli, “Le voci sopravvissute”

Foto. tratta da “Le voci sopravvissute” libro di prose di Giorgio Galli pubblicato nel 2020 con le Edizioni Gatto Merlino e le foto di Chiara Romanini

“Le voci sopravvissute” è una raccolta di racconti e prose poetiche in cui risuonano le voci degli esclusi: voci che il fiume umano stava per travolgere e che hanno preso la parola un’ultima volta in queste pagine. Figure sbozzate, in bilico fra il divenire umano e l’eterno presente di animali rocce e piante. Storie inascoltate di artisti disoccupati e matti, o di coloro che la nostra indifferenza lascia affogare in mare.

Le foto in copertina e all’interno del volume sono di Chiara Romanini.

(ESTRATTO)

I CHIUSI DENTRO

(A chi soffre di non comunicare,
in particolare agli affetti
da Sindrome di Asperger)

Avere una vita grandiosa e non saperla dire. Sentire tutto fino a farsi male e sembrare che non si senta nulla. Vivere nel fuoco e condursi nel gelo. Sentire che il nostro sangue è diverso e doversi nascondere, evitare di ferirsi per non mostrare che il nostro sangue è diverso. Crolla il mondo e non riusciamo che a stare al nostro posto. Una sola domanda ci assilla: “Che cosa ci si aspetta da noi?” Ogni stanza ha dei mobili, quadri lampade e sedie, e noi non li vediamo; osserviamo il muoversi degli altri per capire dove sono i mobili e non inciampare. Anziché vivere ci guardiamo vivere. Siamo un palazzo di cristallo costruito per i vostri occhi. Attenti a non fare una mossa sbagliata, segreti come le perle custodite dalle ostriche dei mari. Le mani che ci stringono non stringono noi; il calore che emanano non riscalda noi. Se ci toccate, toccate il palazzo di cristallo. E dentro quel palazzo noi siamo prigionieri. Noi come i gatti desideriamo essere toccati, ma non lo sopportiamo. Noi come i gatti vogliamo guardare, ma non sopportiamo di essere guardati. I vostri volti per noi sono di pietra: se chiedono di noi, non rispondiamo; se cercano aiuto, noi non ve lo offriamo. I vostri volti sono scritti in alfabeto straniero. Ma domandate di noi a parole, e vi risponderemo; chiedeteci francamente aiuto, e noi ve lo daremo. Non parlate con gli occhi, perché non li vediamo. Non guardateci negli occhi, perché non ve li mostriamo. Noi come i gatti ci feriamo all’incrocio degli occhi come a un incrocio di spade. Noi come i gatti giriamo nascosti dietro ai nostri volti. Muore la nostra migliore amica e voi ci dite: che faccia sorridente che hai! Non cercate di leggerci in volto, perché i nostri volti non si leggono. Parlate! Se ci amate diteci di amare, perché giocare col nostro amore è troppo crudele. Non giocate col nostro amore, perché noi non sappiamo giocare! Parlateci! E una notte, nella stanza delle confidenze, noi vi racconteremo un’altra volta di come Lawrence ha conquistato Aqaba.

 

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