Derek Walcott, da “Mappa di un nuovo mondo”

Derek Walcott

A wind is ruffling the tawny pelt
Of Africa. Kikuyu, quick as flies,
Batten upon the bloodstreams of the veldt.
Corposes are scattered through a paradise.
Only the worm, colonel of carrion, cries:
«Waste no conpassion on these separate dead!».
Statistics justify and scholars seize
The salients of colonial policy.
What is that to the white child hacked in bed?
To savages, expendable as Jews?

Threshed out by beaters, the long rushes break
In a white dust of ibises whose cries
Have wheeled since civilization’s dawn
From the parched river or beast-teeming plain.
The violence of best on beast is read
As natural law, but upright man
Seeks his divinity by inflicting pain.
Delirious as these worried beasts, his wars
Dance to the tightened carcass of a drum,
While he calls courage still that native dread
Of the white peace contracted by the dead.

Again brutish necessity wipes its hands
Upon the napkin of a dirty cause, again
A waste of our compassion, as with Spain,
The gorilla wrestles with the superman.
I who am poisoned with the blood of both,
Where shall I turn, divided to the vein?
I who have cursed
The drunken officer of British rule, how choose
Between this Africa and the English tongue I love?
Betray them both, or give back what they give?
How can I face such slaughter and be cool?
How can I turn from Africa and live?

Derek Walcott

Un vento scompiglia la fulva pelliccia
Dell’Africa. Kikuyu, veloci come mosche,
Si saziano ai fiumi di sangue del veld.
Cadaveri giacciono sparsi in un paradiso.
Solo il verme colonnello del carcame, grida:
«Non sprecate compassione su questi morti separati!».
Le statistiche giustificano e gli studiosi colgono
I fondamenti della politica coloniale.
Che senso ha questo per il bimbo bianco squartato
nel suo letto?
Per selvaggi sacrificabili come Ebrei? Continua a leggere

Seamus Heaney, “Sweeney smarrito”

Seamus Heaney

NOTA DI LETTURA DI ALBERTO FRACCACRETA

Impossibile dar conto della bellezza mistica che si prova nel leggere, o meglio nell’auscultare, Sweeney smarrito (a cura di Marco Sonzogni, Archinto, pp. 252, € 16), traduzione italiana della traduzione (inglese) di Seamus Heaney del poema medievale Buile Suibhne, che narra la pazzia e la trasformazione in uccello del re di Dal-Arie «a compimento della maledizione di Ronan il santo». Se è vero quel che dice Walser («ormai sono solo un orecchio, un orecchio indicibilmente commosso»), qui siamo di fronte a una sfilza di nomi, descrizioni e immagini lussureggianti. L’udito ne esce polverizzato. Lo stesso Heaney nella sua Introduzione all’opera ci avverte: «Per trovare una poesia con una così struggente sensibilità per le bellezze e i rigori del mondo naturale dobbiamo andare a Re Lear e alle folli parole di Edgar travestito da povero Tom — esso stesso interessante parallelo della condizione di Sweeney. […] È stata la nudità e la durevolezza della scrittura di Buile Suibhne, il duplice registro di godimento e penitenza, che mi hanno tentato a cimentarmi con la traduzione».
Pubblicate nel Regno Unito tra il 1983 e il 1984 (Faber & Faber), anno d’uscita di quella pietra miliare della lirica heaniana che è Station Island, finalmente le gesta del re Sweeney (alter-ego del poeta, come si può facilmente arguire dall’assonanza), già noto al pubblico italiano attraverso il romanzo di Flann O’Brien, Una pinta d’inchiostro irlandese (traduzione di Rodolfo Wilcock, Adelphi 1993), sono disponibili nella loro arcaica estaticità. Sweeney Astray — questo il titolo originale, che fa da pendant al residuale Sweeney Redivivus di Station Island — è la riscrittura in prosimetro di una leggenda gaelica (ma il personaggio principale è realmente esistito) che circolava tra VIII e il IX secolo. L’antefatto è riassunto nelle prime pagine del testo: «Un giorno, quando Sweeney regnava su Dal-Arie, Ronan vi giunse per fondare una chiesa chiamata Killaney. Da dove si trovava Sweeney udì il tintinnio della campana di Ronan intento a tracciare il perimetro del sito, e chiese alla sua gente cosa fosse quel suono. — È Ronan Finn, figlio di Bearach, dissero. Sta fondando una chiesa sulla tua terra e quello che senti è il suono della sua campana. Eorann, sua moglie figlia di Conn di Ciannacht, provò a trattenerlo e s’aggrappò all’orlo del suo mantello cremisi, ma il fermaglio d’argento che aveva sulla spalla si ruppe e schizzando via attraversò la stanza. Lei riuscì ad afferrare il mantello, ma Sweeney era già fuggito, nudo come un verme, e in men che non si dica piombò su Ronan». Continua a leggere

Giòrgos Sefèris (1900 – 1970)

Giòrgos Sefèris

Il mare in fiore, i monti nella luna menomante
la grande rupe accanto ai fichi d’India e agli asfodeli
l’orcio che non voleva asciugarsi alla fine del giorno
e quel letto serrato là vicino ai cipressi e i tuoi capelli
d’oro, gli astri del Cigno e Aldebaran.
Ho serbato la mia vita, ho serbato la mia vita viaggiando
tra piante gialle nel rovescio della pioggia
su taciti versanti sovraccarichi delle foglie di faggio,
senza falò sul vertice. Fa sera.
Ho serbato la mia vita: sulla tua mano sinistra una linea,
sul tuo ginocchio un segno: ci saranno
sulla sabbia dell’altra estate, ci saranno
ancora, là dove soffiò la tramontana
mentre sento d’attorno al lago ghiaccio
questa lingua straniera.
Nulla chiedono i visi che vedo, né la donna
che incede curva col bambino al petto.
Salgo sui monti: valli annerite; la piana nevicata,
fino laggiù nevicata non chiede
nulla, né il tempo chiuso entro cappelle mute,
né le mani protese a cercare, o le strade.
Ho serbato la mia vita in un sussurro, dentro
l’illimitato silenzio
e non so più parlare né pensare: sussurri
come il respiro del cipresso quella notte,
come la voce umana del mare notturno
fra i ciottoli, o il ricordo della tua voce che diceva
«buona fortuna».
Chiudo gli occhi cercando il convegno segreto delle acque
sotto il ghiaccio, il sorriso del mare, i pozzi chiusi
palpando con le mie vene le vene che mi sfuggono,
dove mettono capo le ninfee e l’uomo che cammina
cieco sopra la neve del silenzio.
Ho serbato la mia vita, con lui, cercando l’acqua che ti sfiora:
gocce che cadono grevi sopra le foglie verdi, sul tuo viso
nel giardino deserto, sopra la vasca immota,
cogliendo un cigno morto nel bianco delle piume,
alberi vivi e i tuoi occhi sbarrati.
Questa strada non termina e non muta, anche se tenti
di rammentare gli anni d’infanzia, e chi partì
e chi sparì nel sonno, nelle tombe marine,
anche se brami di vedere i corpi amati reclinarsi
sotto le rame rigide dei platani, dove un raggio
nudo di sole s’è posato, e un cane
ha sobbalzato e un battito ha riscosso il tuo cuore,
questa strada non muta: ho serbato la mia vita.
La neve e l’acqua ghiaccia al passo dei cavalli. Continua a leggere

William Bulter Yeats (1865-1939)

WILLIAM BUTLER YEATS

Sailing to Byzantium
BY WILLIAM BUTLER YEATS

I

That is no country for old men. The young
In one another’s arms, birds in the trees,
—Those dying generations—at their song,
The salmon-falls, the mackerel-crowded seas,
Fish, flesh, or fowl, commend all summer long
Whatever is begotten, born, and dies.
Caught in that sensual music all neglect
Monuments of unageing intellect.

Verso Bisanzio
TRADUZIONE DI EUGENIO MONTALE

I

Qui non c’è posto per i vecchi. Giovinetti e fanciulle
Nei loro abbracci, uccelli ai loro canti,
Generazioni in extremis, tonfi
Di salmoni ed il fiotto degli sgombri,
Tutto che vola o che si caccia o pesca
Nell’estate infinita, ciò che fu concepito
O nato o morto dentro la musica dei sensi
Non cura i monumenti dell’eterno intelletto. Continua a leggere

Nello sguardo di Iosif Brodskij

Iosif Brodskij

OLTRE OGNI DUREVOLE BUIO

COMMENTO E SCELTA DEL TESTO DI BIANCA SORRENTINO

L’indolente atmosfera delle rovine di Roma avvince l’esule Brodskij in una luminosa fascinazione. Sulla scorta delle Elegie romane composte da Goethe durante ben altri fasti, il poeta russo si inserisce nella tradizione rinverdendola: la lezione dell’antico, pur nella sua vigorosa persistenza, si lascia pervadere da un novecentesco disincanto. Così la meditazione oraziana sul tempo, privata dell’aura di sacralità, rivive negli stupori e nell’ironia di un ‘barbaro’, nella disillusione di chi vaga tra le vestigia della cultura classica e ne ricava una riflessione feroce su ciò che è eterno e ciò che invece non sa durare. L’invisibile abita i nostri luoghi; l’indivisibile è capace di inchiodarci alla gratitudine, ai ricordi, all’appartenenza. Roma è nella sua luce: l’oro che si è salvato dalla sua decadenza rimane nello sguardo del poeta, sopravvive alle molte ombre della storia ed è sufficiente a riscattare ogni durevole buio. Continua a leggere