Seamus Heaney, “Esposizione”

COMMENTO DI ALBERTO FRACCACRETA

Esposizione è la sesta parte della sequenza lirica Scuola di canto, ultima costola di quell’immenso organismo poetico che è North (1975) di Seamus Heaney. Se in tutta la prima parte della silloge il poeta si rivolge al passato e agli antenati sepolti nelle torbiere, mantenendo viva la cosiddetta poetica dello scavo (digging) presente sin dalla sua prima raccolta, Morte di un naturalista, nella seconda parte — il cui andamento prosastico cozza con la cristallina liricità dell’iniziale dettame — Heaney lascia intravedere le profonde contraddizioni storiche e sociali che percorrono l’Irlanda: paese tagliato in due e lacerato da conflitti intestini (i Troubles), racchiude sin dalle sue origini il destino di terra solcata, dominata.

LUIGIA SORRENTINO LEGGE “ESPOSIZIONE” di SEAMUS HEANEY, Traduzione italiana di Roberto Mussapi, in Poesie, a cura di Marco Sonzogni, Mondadori, Milano 2016

La lirica finale dell’opera si inserisce nel quadro della violenta guerra civile irlandese (che sarà ulteriormente approfondito in Station Island), focalizzando l’attenzione sull’io lirico, «émigré interno» — nel ’72 Heaney si era trasferito con la famiglia dall’Ulster a Wicklow, nel ’76 si stabilirà a Dublino —, colpito dal senso di colpa di essere «sfuggito al massacro» di Derry (il Bloody Sunday), «un ribelle sbandato», capellone e «pensoso», che tuttavia non ha smesso di inseguire il «portento di una volta nella vita», il vero incontro con la bellezza capace di risvegliare «adamantini assoluti». Continua a leggere

Primavera hitleriana, di Montale

Eugenio Montale

COMMENTO DI FABRIZIO FANTONI

Vale la pena di rileggere, in questi tempi di grandi urlatori e di confusione generale, la poesia “Primavera hitleriana” di Eugenio Montale, inserita nella raccolta “La bufera e altro”.
Il testo – uno dei più rilevanti di Montale – prende le mosse dalla visita di Hitler a Firenze nella primavera del 1938 e denuncia, come nessun altro, l’indifferenza dell’uomo di fronte alla graduale cancellazione dei valori di libertà, dignità personale e identità culturale di minoranze etniche, schiacciate dai totalitarismi trionfanti che, di lì a poco, avrebbe portato l’intera Europa alla distruzione.

A Firenze tutto, anche la natura – la folta nuvola bianca delle “falene impazzite” e il regredire ”dell’estate imminente” al freddo notturno della ”stagione morta” – sembra presagire alla sofferenza e all’orrore portato dal “messo infernale” accolto da un “alalà” di scherani.
Il giudizio morale emerge con un verso iconico e dirompente: “e più nessuno è incolpevole”.
In questo verso è racchiuso tutto il dramma del Novecento.
Ognuno di noi è responsabile – con le proprie azioni, omissioni, con il proprio tacere, la propria indifferenza e superficialità- degli orrori compiuti dai totalitarismi in questo secolo.

La lettura ad alta voce di “PRIMAVERA HITLERIANA” di Eugenio Montale è di LUIGIA SORRENTINO

La musica utilizzata è composta da John Williams ed è tratta dalla dalla colonna sonora del film “Schindler’s List”, di Steven Spielberg (1993). Le parti di violino sono suonate dal violinista israeliano-americano e direttore d’orchestra Itzhak Perlman.

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Semplicemente Emily

Emily Dickinson nel dagherrotipo ripreso fra il 1846 e il 1847. La traduzione delle poesie è di Gabriella Sobrino. Lettura ad alta voce di Luigia Sorrentino. Musica di Johann Sebastian Bach.

 

COMMENTO DI LUIGIA SORRENTINO

Da giovane, nella metà degli anni Ottanta, m’imbattei in una delle tante e mirabili traduzioni delle poesie di Emily Dickinson.  La trasposizione in italiano che maggiormente catturò la mia attenzione, fu quella di Gabriella Sobrino, poetessa, sceneggiatrice e autrice di programmi culturali per la Rai, recentemente scomparsa.
Qualche mese fa, per puro caso, mentre cercavo di mettere in funzione un vecchio mangianastri, ho riesumato alcune registrazioni  su nastro, realizzate in quegli anni, ritrovando, fra le altre cose, la mia lettura di una dozzina di poesie della Dickinson.

Ho riascoltato la lettura, ma non riuscivo proprio a ricordare qual era il libro dal quale i testi erano tratti, né il nome del traduttore o della traduttrice. Alla fine, dopo aver molto cercato, ho scoperto che il libro s’intitolava  DICKINSON Poesie, pubblicato dalla Newton Compton nel 1978 e che la traduzione era di Gabriella Sobrino.

Eppure il libro era lì. Giaceva dimenticato fra gli scaffali della mia libreria. Ma io non lo ricordavo più, né sapevo di aver segnato appunti con la matita accanto alle poesie di Emily.

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Sylvia Plath, “Tulips/Tulipani”

LA POESIA CONFESSIONALE

di Luigia Sorrentino

Sylvia Plath e Anne Sexton fra gli anni Cinquanta e Sessanta introducono negli Stati Uniti una poesia che venne definita dalla critica Confessional. Un genere che ha avuto poco seguito anche perché in quel periodo storico in America si andava diffondendo la poesia della beat generation, un movimento artistico e di protesta contro la società americana.

Il genere Confessional  definito anche “poesia automatica”, non poneva alcun filtro all’espressione poetica basata sull’esperienza personale e biografica.

E’ il 1961. Sylvia ha appena subito un intervento chirurgico ed è ricoverata in ospedale quando le viene recapitato nella stanza un mazzo di tulipani rossi. I fiori diventano nella poesia della Plath, l’estensione di ciò che Sylvia sta vivendo in quel preciso momento.
Il candore della stanza in cui si trova, una stanza bianca, interiore e psichica, viene turbato dalla presenza sanguigna dei tulipani che diventano il pretesto per vivere e confessare la propria condizione di alienazione. Attraverso i tulipani la Plath rivive l’esperienza drammatica della sua esistenza, sempre in bilico fra la ricerca della vita e la ricerca della morte.

Sylvia Plath scrive Tulips tre anni prima del suicidio e inserisce la poesia nella raccolta  “Ariel”.

Il volume dei Meridiani Mondadori qui presentato, raccoglie l’intera opera poetica di Sylvia Plath, con testo a fronte, secondo l’edizione definitiva dei Collected Poems curata da Ted Hughes nel 1981. Sono inoltre inclusi nel volume il romanzo autobiografico “La campana di vetro” e un’ampia selezione di racconti e di pagine tratte dai “Diari”. La raccolta, curata da Anna Ravano, contiene un’introduzione firmata da Nadia Fusini.

Luigia Sorrentino legge da “Ariel”, nella traduzione di Giovanni Giudici,  Tulipani, di Sylvia Plath sulle note di “The ritual” (Outro) del compositore ungherese Bèla Bartók.

(Tecnico di produzione Mattia Cusano).

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“La storia che non si affanna” di Wislawa Szymborska

 
di Fabrizio Fantoni

La storia che non si affanna, da Appello allo Yeti,  è una poesia pubblicata da Wislawa Szymborska nel 1957, ben prima che la poetessa vincesse il Nobel. Una sorta di memento mori  “ricordati che devi morire”  molto famosi nella zona mitteleuropea del XVII secolo, che non ha, tuttavia, il carattere macabro e esoterico di quelle rappresentazioni. Al contrario, il tono della poesia è estremamente ironico.  Gerico, quindi, indicata nella Bibbia come la più antica città del mondo, diventa il corpo della poetessa che piano piano si sfalda sotto l’azione del tempo non lasciando null’altro che le le sue ossa nude a giustificare la propria esistenza. La sacralità della città diventa specchio e emblema del corpo e della vita che, come scrive Elsa Morante, si caratterizza per la “qualità vulnerabile di tutto ciò che vive.”