Ungaretti, Montale e Shakespeare

02/10/1957
Nella foto: il poeta Giuseppe Ungaretti a una conferenza
@ArchiviFarabola [258605]

Vi proponiamo adesso la traduzione del Sonetto 33 Full many a glorious morning have I seen di William Shakespeare nella traduzione di Ungaretti e poi, in quella di Montale.

Quale preferite? E perché?

Full many a glorious morning have I seen
Flatter the mountains-tops with sovereign eye,
Kissing with golden face the meadows green,
Gilding pale streams with heavenly alchemy,
Anon permit the basest clouds to ride
With ugly rack on his celestial face,
And from the forlorn world his visage hide,
Stealing unseen to west with this disgrace.
Even so my sun one early morn did shine
With all-triumphant splendour on my brow;
But out, alack! he was but one hour mine,
The region cloud hath masked him from me now.
Yet him for this my love no whit disdaineth;
Suns of the world may stain when heanven‘s sun staineth.

(William Shakespeare)

Ho veduto più dʼun mattino in gloria
Con lo sguardo sovrano le vette lusingare,
Baciare dʼaureo viso i verdi prati,
Con alchimia di paradiso tingere i rivi pallidi,
E poi a vili nuvole permettere
Di fluttuargli sul celestiale volto
Con osceni fumi sottraendolo allʼuniverso orbato
Mentre verso ponente non visto scompariva, con la sua disgrazia.
Uguale lʼastro mio brillò di primo giorno
Trionfando splendido sulla mia fronte;
Ma, ah! non fu mio che per unʼora sola,
E dell’umano clima nubi già l’hanno a me mascherato.
Non lʼha in disdegno tuttavia il mio amore:
Astri terreni possono macchiarsi se il sole del cielo si macchia.

(Traduzione di Giuseppe Ungaretti)

La traduzione di Ungaretti è uscita in Giuseppe Ungaretti, 40 sonetti di Shakespeare, Milano, Mondadori, 1946 (dei quali sonetti, ventidue – ma non il nostro – erano già raccolti in Giuseppe Ungaretti, XXII sonetti di Shakespeare, Roma, Documento,1944).

Eugenio Montale

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Carol Ann Duffy, “Valentine”

Carol Ann Duffy

      VALENTINE

 

Not a red rose or a satin heart.

I give you an onion.
 It is a moon wrapped in brown paper.
 It promises light
 like the careful undressing of love.

Here.
 It will blind you with tears
 like a lover.
 It will make your reflection
 a wobbling photo of grief.

I am trying to be truthful.

Not a cute card or a kissogram.

I give you an onion.
 Its fierce kiss will stay on your lips,
 possessive and faithful
 as we are,
 for as long as we are.

Take it.
 Its platinum loops shrink to a wedding-ring,
 if you like.
 Lethal.
 Its scent will cling to your fingers,
 cling to your knife.

      A SAN VALENTINO

 

Non una rosa rossa o un cuore di raso.

Ti dò una cipolla.
 E’ una luna avvolta in ruvida cart a scura.
 Promette luce
 come il lento spogliarsi dell’amore.

Eccola.
 Ti accecherà di lacrime
 come un amante.
 Renderà il tuo riflesso
 un traballante ritratto di dolore.

Sto cercando di essere onesta.

Non un biglietto lezioso o baci per interposta persona.

Ti dò una cipolla.
 Il suo bacio pungente resterà sulle tue labbra,

possessivo e fedele
 come noi,
 finché lo saremo noi.

Prendila.
 I suoi cerchi di platino si riducono a un anello nuziale,
 se vuoi.
 Letale.
 Il suo odore si appiccicherà alle tue dita,
 al tuo coltello.

VALENTINE, di Carol Ann Duffy, tratta da La donna sulla luna, poesie scelte di Carol Ann Duffy, a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, Le Lettere, 2011

 

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Poesie d’amore di Carol Ann Duffy

Carol Ann Duffy

 

A CURA DI BERNARDINO NERA E FLORIANA MARINZULI

Nata a Glasgow verso la fine del 1955, Carol Ann Duffy è la primogenita di una famiglia cattolica di estrazione sociale operaia, composta dal padre Frank Duffy, dalla madre Mary Black e da altri quattro fratelli. All’età di sei anni Carol Ann si trasferisce insieme alla famiglia a Stafford, nel nord dell’Inghilterra, per motivi di lavoro del padre.

L’esperienza di emigrazione e sradicamento dalle proprie origini scozzesi risulterà decisiva nella formazione del carattere dell’allora bambina Carol Ann. In particolare, lo stato di iniziale esclusione da parte dei coetanei inglesi e la conseguente alienazione nel vivere fra due dimensioni, quella domestica, familiare, rassicurante contrapposta a una dimensione a lei estranea, nuova e alla quale vi è la necessità, seppur con fatica, di integrarsi e adattarsi, la portano a sviluppare una sensibilità singolare nei confronti degli accenti e della lingua in generale.

L’interesse per la poesia nasce tra i banchi della St. Joseph’s Convent School, incoraggiata dalla sua insegnante, June Scriven, che ne aveva individuato la naturale inclinazione, ma è la città di Liverpool, dove Carol Ann Duffy si trasferisce nel 1974 per intraprendere gli studi di filosofia, a iniziarla ai numerosi poetry reading messi in scena in città e a farle da scuola di formazione artistica.

A Liverpool Carol Ann frequenta assiduamente Adrian Henri, e fin d’allora tra i due nasce un intenso rapporto affettivo e artistico che originò la composizione dell’opera poetica scritta in coppia e pubblicata in tiratura limitata nel 1977, con il titolo Beauty and the Beast.

Il 1985 è l’anno dell’esordio letterario con la pubblicazione della prima raccolta poetica, Standing Female Nude, accolta assai positivamente dalla critica. Seguono Selling Manhattan (1987), The Other Country (1990), Mean Time (1993), The World’s Wife (1999), Feminine Gospels (2002), Rapture (2005), e The Bees (2011) che le valgono tra i più importanti riconoscimenti poetici, dal Dylan Thomas Award del 1989 per The Other Country al prestigioso T. S. Eliot Prize del 2005 per Rapture, al Costa Book Awards per la penultima raccolta della poetessa: The Bees (2011). L’ultima antologia poetica pubblicata con il titolo Sincerity, è del 2018 ed è stata tradotta in italiano da Bernardino Nera e Floriana Marinzuli, nel 2020 per l’editore Ladolfi.

Il 1 maggio 2009 Carol Ann Duffy viene nominata Poet Laureate del Regno Unito. Oltre a essere consacrata ufficialmente voce poetica più significativa e amata del paese, la sua nomina segna una svolta memorabile nella tradizione letteraria britannica. È difatti la prima donna, omosessuale dichiarata, a rivestire tale carica in 341 anni di laureateship al maschile. Nel succedere ad Andrew Motion, Duffy si dichiara onorata dell’incarico e non nasconde di aver umilmente accettato a nome di tutte le donne, proprio perché nessun’altra prima di allora era stata insignita di tale onorificenza.

La nomina a Poet Laureate di Carol Ann Duffy segna finalmente l’agognato riconoscimento da parte delle istituzioni della poetessa a figura pubblica.

L’incarico conferitole dalla Regina Elisabetta, che prevede la composizione di versi in occasione di eventi ufficiali, ha dato nuova linfa al suo genio creativo e ha messo fine a un lungo periodo di silenzio, segnato dalla grave perdita della madre e dalla separazione dalla poetessa scozzese Jackie Kay.

L’antologia Lo splendore del tempio, pubblicata dall’editore Crocetti nel 2012, dalla quale sono tratte alcune delle poesie tradotte in italiano da Bernardino Nera e Floriana Marinzuli che presentiamo ai lettori del blog, include in maniera completa ed esaustiva gran parte delle poesie d’amore pubblicate dal 1985, compreso l’intero indice di un’antologia pubblicata nel 2010 con il titolo Love Poems. L’opera, insignita nel 2013 con il Premio Achille Marazza per la traduzione poetica, rappresenta una silloge i cui testi di volta in volta trattano i molteplici volti dell’amore, nelle sue diverse declinazioni e manifestazioni di passione, brama e struggimento che si tramutano in stati di sofferenza, separazione, perdita e lutto, e al contempo giocano sull’elemento dell’ambiguità nei riguardi dell’oggetto del desiderio, al quale sovente non è dato né un nome né un’identità specifici, innescando in tal modo un’opera di esplorazione e rinegoziazione dei rapporti tra innamorati con l’intento, da parte della poetessa, di sovvertire la divisione sbilanciata di potere tra uomo e donna, amante e amata su cui da sempre la tradizione lirica amorosa si è basata. Continua a leggere

Rosmarie Waldrop, “La riproduzione dei profili”

Rosmarie Waldrop

FATTI

 

Avevo dedotto dalle immagini che il mondo era reale e per questo mi fermavo, perché chi sa cosa può accadere se parliamo di verità salendo le scale. Di fatto, avevo paura di seguire l’immagine fino a dove raggiunge la realtà, contro cui si poggia come un righello. Pensavo che sarei morta se il mio nome non mi avesse toccata, o se l’avesse fatto soltanto con la sua estremità, lasciando l’interno aperto a così tante antenne come una pioggia casuale che scroscia dalle nuvole. Hai riso e hai detto a tutti che avevo preso la Torre di Babele per Noè nella sua Ebbrezza.

*

Non volevo prendere, nella mia mano fredda, questa strada che mi avrebbe riportata a casa, né seguire il consiglio che mi avevi dato di trovare un altro uomo che mi trattenesse perché lo studio di un’emicrania non avrebbe risolto il problema della sensazione. Tutto quel tempo, provavo a pensare, ma il fiume e la sponda si fondevano in un’unica oscurità, e le parole si appropriavano di significati che le rendevano difficili da usare alla luce del giorno. Credevo che entropia significasse abbracciarmi le gambe strette al corpo così che l’ombra del ponte sul Seekonk potesse scriversi nel mozzo della sua ruota abbandonata.

*

Nella mia immagine del mondo la parte accidentale cade con la pioggia. Qualche volta, di notte, l’aria diluita. Mi hai detto che le case più povere, giù lungo il fiume, portano ancora il segno dell’inondazione, ma il mondo si divide in fatti simili a vagabondi sorpresi e scompigliati da un vento improvviso. Quando hai smesso di preparare citazioni dai misogini dell’antichità era chiaro che avresti presto dimenticato la mia strada.

 

FACTS

 

I had inferred from pictures that the world was real and therefore paused, for who knows what will happen if we talk truth while climbing the stairs. In fact, I was afraid of following the picture to where it reaches right out into reality, laid against it like a ruler. I thought I would die if my name didn’t touch me, or only with its very end, leaving the inside open to so many feelers like chance rain pouring down from the clouds. You laughed and told everybody that I had mistaken the Tower of Babel for Noah in his Drunkenness.

*

I didn’t want to take this street which would lead me back home, by my own cold hand, or your advice to find some other man to hold me because studying one headache would not solve the problem of sensation. All this time, I was trying to think, but the river and the bank fused into common darkness, and words took on meanings that made them hard to use in daylight. I believed entropy meant hugging my legs close to my body so that the shadow of the bridge over the Seekonk could be written into the hub of its abandoned swivel.

*

The proportion of accident in my picture of the world falls with the rain. Sometimes, at night, diluted air. You told me that the poorer houses down by the river still mark the level of the flood, but the world divides into facts like surprised wanderers disheveled by a sudden wind. When you stopped preparing quotes from the ancient misogynists it was clear that you would soon forget my street.

Rosmarie Waldrop, La riproduzione dei profili, a cura di Maristella Bonomo, nella collana “Le Meteore”, a cura di Domenico Brancale e Anna Ruchat, per FinisTerrae di Ibis, Pavia 2021.

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Una poesia di Carol Ann Duffy

Carol Ann Duffy

      THE LONG QUEEN

The Long Queen couldn’t die.
 Young when she bowed her head
 for the cold weight of the crown, she’d looked
 at the second son of the earl, the foreign prince,
 the heir to the duke, the lord, the baronet, the count,
 then taken Time for a husband. Long live the Queen.

What was she queen of? Women, girls,
 spinsters and hags, matrons, wet nurses,
 witches, widows, wives, mothers of all these.
 Her word of law was in their bones, in the graft
 of their hands, in the wild kicks of their dancing.
 No girl born who wasn’t the Long Queen’s always child.

Unseen, she ruled and reigned; some said
 in a castle, some said in a tower in the dark heart
 of a wood, some said out and about in rags, disguised,
 sorting the bad from the good. She sent her explorers away
 in their creaking ships and was queen of more, of all the dead
 when they lived if they did so female. All hail to the Queen.

What were her laws? Childhood: whether a girl
 awoke from the bad dream of the worst, or another
 swooned into memory, bereaved, bereft, or a third one
 wrote it all down like a charge-sheet, or the fourth never left,
 scouring the markets and shops for her old books and toys –
 no girl growing who wasn’t the apple of the Long Queen’s eye.

Blood: proof, in the Long Queen’s colour,
 royal red, of intent; the pain when a girl
 first bled to be insignificant, no cause for complaint,
 and this is to be monthly, linked to the moon, till middle age
 when the law would change. Tears: salt pearls, bright jewels
 for the Long Queen’s fingers to weigh as she counted their sorrow.

Childbirth: most to lie on the birthing beds,
 push till the room screamed scarlet and children
 bawled and slithered in their arms, sore flowers;
 some to be godmother, aunt, teacher, teller of tall tales,
 but all who were there to swear that the pain was worth it.
 No mother bore daughter not named to honour the Queen.

And her pleasures were stories, true or false,
 that came in the evening, drifting up on the air
 to the high window she watched from, confession
 or gossip, scandal or anecdote, secrets, her ear tuned
 to the light music of girls, the drums of women, the faint strings
 of the old. Long Queen. All her possessions for a moment of time.

      LA REGINA LUNGA

La Regina Lunga non poteva morire.
 Giovane quando chinò il capo
 al freddo peso della corona, aveva guardato
 il figlio cadetto del conte, il principe forestiero,
 l’erede al ducato, il lord, il baronetto, il visconte,
 e poi preso per marito il Tempo. Lunga vita alla Regina.

Di che cosa era regina? Donne, ragazze,
 zitelle, streghe e befane, balie, vedove,
 mogli, matrone, madri di tutte costoro.
 La parola della sua legge l’avevano nelle ossa, nell’innesto
 della mano, nel piede scatenato nel ballo.
 Non c’era bimba al mondo che non fosse figlia della Regina Lunga.

Non vista, lei governava e regnava; alcuni dicevano
 in un castello, alcuni dicevano in una torre nel cuore di tenebra
 di un bosco, alcuni dicevano in giro cenciosa, travestita,
 a separare i buoni dai cattivi. Spediva lontano i suoi esploratori
 nel cigolio delle navi ed era regina di altre ancora, di chi,
 ora non più, in vita era stata femmina. Viva la Regina.

Quali erano le sue leggi? Infanzia: se una ragazza
 si destava dal peggiore dei sogni, o un’altra
 illanguidiva nei ricordi, affranta, desolata, o una terza
 annotava tutto in un atto d’accusa, o la quarta mai s’allontanava,
 e perlustrava mercati e negozi alla ricerca dei suoi vecchi libri e giocattoli –
 non c’era ragazza che crescesse che non fosse beniamina della Regina Lunga.

Sangue: prova, nel colore della Regina Lunga,
 il rosso reale, di intenti; il dolore quando una ragazza
 la prima volta mestruerà sarà insignificante, da non lamentarsi,
 e una volta al mese, legato alla luna, fino alla mezza età,
 quando la legge cambierà. Lacrime: perle di sale, gioielli lucenti
 che le dita della Regina Lunga peseranno nel contarne la pena.

Parto: le più giaceranno sul letto di travaglio,
 spingeranno con urla che faranno scarlatta la stanza e i bambini
 gli guizzeranno strillanti fra le braccia, fiori ammaccati;
 alcune saranno madrine, zie, maestre, affabulatrici,
 ma chi l’avrà provato giurerà che il dolore valeva la pena.
 Nessuna madre ha partorito figlia che non onorasse nel nome la Regina.

E i suoi piaceri erano le storie, vere o false,
 che giungevano la sera, e per l’aria salivano su
 all’alta finestra da cui lei guardava, confessione
 o pettegolezzo, scandalo o aneddoto, segreti, l’orecchio teso
 alla musica lieve delle ragazze, i tamburi delle donne, le flebili corde
 delle vecchie. Regina Lunga. Tutto le sue ricchezze in cambio di un attimo di tempo.

Una poesia di Carol Ann Duffy, ‘The Long Queen’ tratta da La donna sulla luna, a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, Le Lettere, 2011

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