In memoria di Joëlle Gardes

Joëlle Gardes

 

di Tommaso Di Dio

Dedicate alla memoria della poetessa, studiosa e traduttrice Joëlle Gardes, da poco scomparsa, si presentano qui tre poesie, nella lingua francese e italiana.

Dopo aver generosamente tradotto il mio libro Tua e di tutti per Recours au Poème, Joëlle era da tempo impegnata insieme a Jean-Charles Vegliante nella traduzione dell’opera del comune amico Mario Benedetti. Fin da subito, capii che la traduzione per lei non aveva un semplice significato letterario, ma era – e non poteva che essere – una concretissima e affettuosa pratica di conoscenza: un modo di abbracciare ciò che la sorte ha posto lontano.
Per questo, noi suoi amici vogliamo salutarla con quello stesso gesto che le era caro: traducendo insieme una sua poesia inedita e traducendo reciprocamente le nostre due, dedicate a lei. In questo scambio di lingue, in questo lavoro o travaille, ognuno fa proprio, per un momento, quella comunione con la pura lingua dell’intraducibile che ogni poeta non può non tenere a mente; e Joëlle in questo – e non solo in questo – era ed è stata la più fine poeta. Continua a leggere

Joëlle Gardes. Un ricordo, attraversando la poesia di Julien Blaine

Joëlle Gardes

di Alberto Bramati

Nella sua prima raccolta di saggi scritta in francese, “L’arte del romanzo”(Gallimard 1986, tr. it. Adelphi 1988), Milan Kundera presenta nel capitolo intitolato “Sessantasei parole” il suo dizionario personale, le sue «parole-chiave», «parole-problema», «parole-amore» (p. 172). Alla voce “Eccitazione”, si legge:
ECCITAZIONE. E non piacere, godimento, sentimento, passione. L’eccitazione è il fondamento dell’erotismo, il suo enigma più profondo, la sua parola-chiave. (p. 180)
Ho riflettuto spesso su questa definizione e credo di non essere d’accordo con Kundera. Ciò che rappresenta il mistero delle relazioni umane non è per me l’eccitazione ma l’attrazione, un fenomeno psichico che non riguarda solo la dimensione dell’erotismo ma l’intero campo delle relazioni affettive.

Quando l’attrazione è reciproca, ciò che nasce e si sviluppa è un attaccamento che coinvolge due esseri fino ad allora estranei. La nascita e lo sviluppo di un legame affettivo – come da una totale estraneità si passi per slittamenti impercettibili a una più o meno profonda intimità – sono sempre stati per me un mistero impossibile da ricostruire e da spiegare. Ogni volta che ripenso a come sono nati i legami che hanno contato nella mia vita, la mia memoria si blocca, divento incapace di ricostruire in modo ordinato le tappe che dall’iniziale estraneità hanno portato all’esistenza del legame affettivo. E questo mi succede anche ora, ripensando alla mia amicizia con Joëlle.

Alberto Bramati

La conobbi nel 2003, durante il mio dottorato in linguistica all’Université de Provence. Non era la mia direttrice di tesi, ne seguivo i corsi solo per interesse personale. Quando mi fu chiesto di fare un esame in più per la convalida della mia attività annuale, mi rivolsi a lei. Ricordo che mi chiese che cosa mi interessasse. Le risposi che mi sarebbe piaciuto studiare la concezione del linguaggio di Gorgia. «Interessa anche a me», mi disse. Fui colpito dalla sua volontà di trasformare un obbligo burocratico in un’occasione di ricerca e di arricchimento reciproco. Quando finii il dottorato, si era trasferita a Parigi alla Sorbona. La contattai per un eventuale scambio docenti nel quadro delle borse Erasmus. Fu subito d’accordo. Per tre anni ebbi così l’occasione di intervenire nei suoi corsi. Poi vennero i convegni, le conferenze, le pubblicazioni, e negli ultimi anni, dopo che aveva lasciato l’università, le visite di piacere, io a casa sua, ogni volta che andavo a Aix, e lei a casa mia, quando veniva a trovare i suoi amici milanesi. Continua a leggere

Louise Colet

Louise Colet, lithographie de Marie-Alexandre Alophe

Un’autrice troppo dimenticata: Louise Colet

di Joëlle Gardes

Nessuno è profeta in patria e Louise Colet ne è l’esempio. Lei, relativamente conosciuta in Italia per il suo impegno politico durante il Risorgimento e per i suoi volumi L’Italie des Italiens, è oggi, nel suo stesso paese, ridotta al ruolo di musa di Flaubert, Musset o Vigny…
Il trattamento riservatole in vita è una testimonianza lampante degli ostacoli che una donna, bella, indipendente e autrice, poteva incontrare all’epoca. Più che la scrittrice è la donna che si attaccava, come se una donna non potesse essere dotata nella scrittura, come se ogni minimo successo fosse dovuto unicamente alla sua avvenenza.
Louise Colet è nata ad Aix-en-Provence, nel 1810. La famiglia originaria era borghese da parte di padre, e aristocratica ma di spirito rivoluzionario da parte di madre. Dopo la morte del padre, si trasferisce con la madre e con i fratelli e le sorelle a Servane, nei pressi di Saint Rémy de Provence. In disaccordo con la famiglia, molto conservatrice, dopo la morte della madre che la sosteneva, Louise non ha che un’idea in testa: sposarsi e trasferirsi a Parigi, ciò che fa sposando il musicista Hyppolite Colet, con il quale però non andrà mai d’accordo. I due finiscono per separarsi, ma è a casa di lei che lui morirà, di tubercolosi, nel 1851. Continua a leggere

Il Panormita, “Ermafrodito”

 

 

di Nicola Gardini

Trascendendo il suo tempo, Antonio Beccadelli (Palermo, 1394 – Napoli, 19 gennaio 1471) detto il Panormita, continua a insegnare al mondo che la letteratura è stata – e ancora può essere – il solo modo per parlare degli istinti; che la letteratura ammette nello spazio del sociale le inclinazioni di ciascuno, anche le piú difficili da comprendere e da definire sul piano della morale, a cominciare dal sesso. Non si sottolineerà mai abbastanza che la poesia e la prosa per secoli hanno svolto il compito di rappresentare la diversità e l’eccezione e di affermarle, se non come alternative, sí come realtà possibili. Continua a leggere

Papusza, “Canto romanì”

Papusza, Bronislawa Wajs, 1908-1987

CANTO ROMANÌ CON PAROLE USCITE DALLA TESTA DI PAPUSZA

Il bosco mi ha allevata come ramo dorato,
in tenda romanì simile a un fungo.
Amo il fuoco più della mia vita.
Venti impetuosi e lievi
cullarono la bimba romanì.
La spinsero come trottola in giro…

Le piogge mi asciugarono le lacrime,
il Sole – aureo padre romanì –
m’ha il corpo riscaldato
e l’anima abbronzato.
Dalla fonte azzurra forza ho tratto,
i miei occhi ho sciacquato… Continua a leggere