Weldon Kees (1914 -1955)

Weldon Kees

Vi proponiamo quattro poesie di Weldon Kees, inedite in Italia. tratte da The Collected Poems of Weldon Kees, edited by Donald Justice, University of Nebraska Press, Lincoln, 2003

Aspects of Robinson

Robinson at cards at the Algonquin; a thin
Blue light comes down once more outside the blinds.
Gray men in overcoats are ghosts blown past the door.
The taxis streak the avenues with yellow, orange, and red.

Robinson on a roof above the Heights; the boats
Mourn like the lost. Water is slate, far down.
Through sounds of ice cubes dropped in glass, an osteopath,
Dressed for the links, describes an old Intourist tour.
Here’s where old Gibbons jumped from, Robinson.

Robinson walking in the Park, admiring the elephant.
Robinson buying the Tribune, Robinson buying the Times. Robinson
Saying, “Hello. Yes,this is Robinson. Sunday
At five? I’d love to. Pretty well. And you?”.
Robinson alone at Longchamps, staring at the wall.

Robinson afraid, drunk, sobbing Robinson
In bed with a Mrs. Morse. Robinson at home;
Decisions: Toynbee or luminol? Where the sun
Shines, Robinson in flowered trunks, eyes toward
The breakers. Where the night ends, Robinson in East Side bars.

Robinson in Glen plaid jacket, Scotch-grain shoes,
Black four-in-hand and oxford button-down,
The jewelled and silent watch that winds itself, the brief-
Case, covert topcoat, clothes for spring, all covering
His sad and usual heart, dry as a winter leaf.

Aspetti di Robinson

Robinson gioca a carte all’Algonquin, una sottile
luce azzurrina scende ancora dalle veneziane.
Uomini in cappotto grigio sono spettri sospinti oltre la porta.
I taxi lasciano sui viali strisce di giallo, arancio e rosso.
Questa è Grand Central, Mr Robinson.

Robinson su una terrazza sopra The Heights; le barche
piangono come chi si è smarrito. Laggiù l’acqua è ardesia.
Con suono di cubetti di ghiaccio lasciati cadere in un bicchiere, un osteopata,
vestito per il golf, descrive un vecchio giro Intourist.
– È da qui che è saltato il vecchio Gibbons, Robinson.

Robinson cammina al Parco, ammira l’elefante.
Robinson compra il Tribune, Robinson compra il Times. Robinson
dice, “Pronto. Sì, sono Robinson. Domenica
alle cinque? Molto volentieri. Non c’è male. E tu?”.
Robinson da solo a Longchamps fissa il muro.

Robinson spaurito, ubriaco, Robinson piange
a letto con una certa Mrs Morse. Robinson a casa;
Decisioni: Toynbee o luminol? Dove brilla il sole,
Robinson in boxer a fiori fissa le onde.
Dove finisce la notte, Robinson nei bar dell’East Side.

Robinson in giacca principe di Galles, scarpe stringate,
cravatta allentata e camicia oxford button-down,
orologio prezioso e silenzioso che si carica da solo, cartella,
soprabito, abiti primaverili, coprono tutti
il suo solito cuore triste, secco come una foglia d’inverno. Continua a leggere

La poesia di Eduardo Lizalde

Eduardo Lizalde

E la paura è una cosa grande come l’odio.

La paura fa esistere la tarantola,
la rende cosa degna di rispetto,
l’abbellisce nella sua disgrazia,
rade i suoi orrori.
Che ne sarebbe della tarantola, poverina,
fiore zoologico e triste,
se non potesse essere quel tremendo
fornitore di paura,
quel pugno tagliato
di una scimmia nera che impazzisce d’amore.
La tarantola, oh Bécquer,
che vive innamorata
di una tesa magnolia.
Dicono che a volte uccide,
che scarica le sue ire su conigli addormentati.
È vero,
però morde e scarica le sue tinture interne
contro un altro,
perché non riesce a mordere le proprie membra,
e gli sembra che il corpo che passa,
quello che amerebbe se lo sapesse,
è il suo.
*
Y el miedo es una cosa grande como el odio.
El miedo hace existir a la tarántula,
la vuelve cosa digna de respeto,
la embellece en su desgracia,
rasura sus horrores.
Qué sería de la tarántula, pobre,
flor zoológica y triste,
si no pudiera ser ese tremendo
surtidor de miedo,
ese puño cortado
de un simio negro que enloquece de amor.
La tarántula, oh Bécquer,
que vive enamorada
de una tensa magnolia.
Dicen que mata a veces,
que descarga sus iras en conejos dormidos.
Es cierto,
pero muerde y descarga sus tinturas internas
contra otro,
porque no alcanza a morder sus propios miembros,
y le parece que el cuerpo del que pasa,
el que amaría si lo supiera,

es el suyo.

Eduardo Lizalde nella traduzione italiana di Gianni Darconza.
La poesia è contenuta nel volume “Antologia di poesia breve latinoamericana”, Raffaelli, 2015.

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Ryan Murphy, 6 frammenti

Ryan Murphy

 

Da “Diari su scatole di fiammiferi”
1.
Macchia di luna nell’erba alta.
L’aria umida, una sposa grigia.
2.
Di fronte al cardine
un acquietato noi
E poi dal nulla, un sospiro.
Le sole sparute parole che riconosco.
3.
Coro di martelli
e dunque il mare.
La soglia da cui
dipende una luce più forte.
4.
Stecco in fiore e airone
cenerino. Luce del sole che fugge
sulle rocce di un ruscello poco profondo.
Disfacimento e.
5.
Padiglioni abbacinanti di benzinai
Crochi e noli-me-tangere.
Se le locuste si piegano ai loro riflessi.
Se l’indaco.

6.
Considera come si piegano le ombre
e malgrado l’insonnia
come la stanza ti sopravvive.
Non una sola luce.
 
Traduzioni di Giovanni Ibello
*
 
From “The matchbook diaries”
1.
Blot of moon through the rush-grass.
The humid air a gray bride.
2.
Across the pivotal
stilled a we –
And out of nothing, a breathing.
The poor only words I know.

Mario Benedetti (1957 – 2020)

A due mesi dalla scomparsa di Mario Benedetti, poeta italiano, pubblichiamo alcune poesie di Benedetti tradotte in inglese da  Roberto Binetti. 

____

Da Moriremo guardati (1994)

Quando s’incatina il cielo
che non è più fermo.
Mi perde la tranquilla tersità
già dell’estate.

Più non si sfugge
dalle vie calde di portici.
Al refrigerio murato
del fingersi sovrani
più non riporta
l’incarto rotto del pensiero.

When the sky’s bulging
to the point that is no longer still.
The calm terseness gets me lost
of the late summer.

No longer one could slip away
from the hot lanes of the colonnades.
No longer the cracked wrapping
of thought recalls
the walled relief
from faking regality.

Da Umana gloria (2004)

È stato un grande sogno vivere
e vero sempre, doloroso e di gioia.
Sono venuti per il nostro riso,
per il pianto contro il tavolo e contro il lavoro nel campo.
Sono venuti per guardarci, ecco la meraviglia:
quello è un uomo, quelli sono tutti degli uomini.
Era l’ago per le sporte di paglia l’occhio limpido,
il ginocchio che premeva sull’erba
nella stampa con il bambino disegnato chiaro in un bel giorno,
il babbo morto, liscio e chiaro
come una piastrella pulita, come la mela nella guantiera.
Era arrivato un povero dalle sponde dei boschi e dietro del cielo
con le storie dei poveri che venivano sulle panche,
e io lo guardavo come potrebbero essere questi palazzi
con addosso i muri strappati delle case che non ci sono.

 

To live was a great dream
and real, always, painful and full of joy.
They came for our laughter,
for our tears burst against the table and the work in the fields.
They came to stare at us, here’s the miracle:
that is a man, those are all men.
He was the needle for the straw bags, the clear eye,
the knee pressing on the grass
in the etching with the clearly-drawn child in a clear day,
the dead father, smooth and clear
like a clean tile, an apple in a glove-box.
A poor man arrived from the woods’ banks and beneath the sky
with stories from other poor men that used to amass over the benches
and I was staring at him as I would stare at these buildings
with the ripped walls of the houses that do not stand anymore. Continua a leggere

Il massacro delle madri in Afghanistan

Shukria Rezaei

COMMENTO DI LUIGIA SORRENTINO

Il 12 maggio scorso in Afghanistan all’ospedale di Kabul, c’è stato un orribile attentato terroristico. Uomini armati hanno fatto irruzione nel reparto maternità con lo scopo di uccidere madri e neonati.
La maggior parte delle donne prese di mira dai terroristi erano donne afgane sciite di etnia Hazara, la stessa della giovane poeta Shukria Rezaei. La famiglia di Shukria a lungo perseguitata dai Taleban in Afghanistan,  da sette anni si è rifugiata a Oxford, in Gran Bretagna.  Shukria  aveva dodici anni quando è stata costretta a lasciare il suo paese natale, ora ne ha ventuno e frequenta l’università.  Ha cominciato a scrivere poesie dopo aver frequentato a Oxford un laboratorio di scrittura creativa diretto dalla poeta Kate Clanchy.
Shukria ha scritto una poesia per non dimenticare la strage delle madri e dei neonati che si è consumata il 12 maggio 2020 in Afghanistan.

Grazie Shukria. Continua a leggere