Vitaliano Trevisan, “Works”

Vitaliano Trevisan

Il lavoro come condanna e perdizione, il lavoro come cellula primordiale dell’organismo umano, il lavoro che marchia anima e corpo di un’intera vita.

Vitaliano Trevisan Works, 2016 Einaudi Stile libero Big, € 22,00
Con una scrittura originale come un classico pezzo di jazz, che ne ha fatto uno degli autori italiani piú importanti della sua generazione, in questo romanzo autobiografico Vitaliano Trevisan racconta il lavoro nel luogo in cui è una religione, il Nordest, dagli anni Settanta fino agli anni Zero. E attraverso questa lente scandaglia non solo le mutazioni del nostro Paese, ma la sua stessa vita: il fallimento dell’amore, i meccanismi di potere nascosti in qualunque relazione, la storia della propria e di ogni famiglia, che è sempre «una storia di soldi». Continua a leggere

La poesia a Pordenonelegge 2017

 

Luis Sepùlveda ha scelto il festival Pordenonelegge per presentare in anteprima “Storie ribelli” (Guanda), il volume che raccoglie i ricordi di una vita avventurosa, vicende di cui sono protagonisti amici e maestri come Pablo Neruda, Josè Saramago, Tonino Guerra. Farà tappa alla diciottesima edizione della “Festa del Libro” nella giornata conclusiva, domenica 17 settembre, al Teatro Verdi.
E con Sepùlveda a Pordenonelegge 2017, dal 13 al 17 settembre in oltre 30 location cittadine, si daranno appuntamento per le proprie presentazioni autori e case editrici nazionali e internazionali, che regaleranno 37 anteprime al pubblico del festival.
Il programma, promosso da Fondazione Pordenonelegge.it e curato dal direttore artistico Gian Mario Villalta, è consultabile online, giorno per giorno e autore per autore, sul sito www.pordenonelegge.it.

La Poesia a Pordenonelegge è  un festival nel festival: partecipano un centinaio di autori in cinque giorni, decine di incontri e focus sulla poesia internazionale. Continua a leggere

Milo De Angelis, “TUTTE LE POESIE” 1969-2015 (con una nota inedita)

Milo De Angelis credits ph. Viviana Nicodemo

In occasione della recente uscita del libro MILO DE ANGELIS “TUTTE LE POESIE” (1969-2015), Prefazione e Nota biobibliografica di Stefano Verdino,  pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, l’introduzione alle poesie giovanili scritta da Milo De Angelis, contenuta nel volume e una sua nota inedita scritta per Luigia Sorrentino.

 

NOTA INEDITA
DI MILO DE ANGELIS
(Milano, 27 giugno 2017)

Sono stati anni fecondi, quelli che hanno dato vita a “Somiglianze”. Dalla fine del 1968 al 1975 c’è stata come una furia espressiva, un’ispirazione permanente che quasi ogni giorno generava dei versi, mentre nel mondo fuori di noi fervevano utopie e ansie di rivoluzione. Tutto questo ha fatto nascere il mio primo libro, nel 1976, ma anche molti testi che ho deciso all’ultimo momento di escludere e che pure facevano intravedere alcuni temi ossessivi (l’adolescenza, il suicidio, la ragazza spartana, la solitudine testarda, il gesto atletico) che percorrono “Somiglianze”. Li ripropongo ora. I migliori sono forse quelli scritti dopo il 1971, ossia dopo l’incontro con tre poeti importanti della mia formazione: Franco Buffoni, Michelangelo Coviello e Angelo Lumelli, con cui c’è stata una discussione estenuante e feconda su ogni riga di ogni poesia. Ad Angelo poi come ho scritto nella nota introduttiva – devo il ritrovamento miracoloso di queste poesie, da lui custodite per più di quarant’anni con una cura e una fedeltà ammirevoli e commoventi.

Da “SOMIGLIANZE” (1976)

T.S.

I

Ognuno di voi avrà sentito
il morbido sonno, il vortice dolcissimo
che si adagia sul letto
e poi l’albero, la scorza, l’alga
gli occhi non resistono
e i flaconi non sono più minacciosi
nella luce chiaroscura del pomeriggio
mentre mille animali
circondano la lettiga, frenano gli infermieri
il disastro del respiro sempre più assopito
nei vetri zigrinati
dell’autombulanza, appare
il davanzale di un piano, il tempo
che sprigiona i vivi
e li fa correre con la corrente nelle pupille,
l’attimo dell’offerta, per scintillarle.
E improvvisa, la quiete
della vigna e del pozzo, con la pietra levigata
dividendo la carne
una calma sprofondata dentro il grano
mentre la donna sul prato partorisce
sempre più lentamente,
finché il figlio ritorna nella fecondazione
e prima ancora, nel bacio e nel chiarore
di una camera, il grande specchio,
il desiderio che nasce, il gesto.

II

E poi avrete sentito, almeno una volta
quando il liquido, delicatissimo,
esce dalla bocca, scorre giallo nel lavandino
e la sonda e le sirene sempre più lontane.
Il respiro si affanna, finisce, riprende
quanta pace nella spiaggia gelata dal temporale:
una canoa va verso l’isola corallina
e sotto l’oceano si accoppiano le cellule sessuali
non ci sono eventi irreparabili
ma solo le spugne cicliche,
gli insetti che hanno coperto l’aria:
ecco un colore di madreperla, una roccia nella sabbia,
l’accappatoio che toglie con un solo gesto
solennità della luce, la meraviglia, la prima
e la femmina del pellicano
chiama la nidiata sparsa nella tempesta
e forse vede qualcosa, tra gli scogli,
qualcosa che si muove
domani correrà con i suoi bambini
mescolata, per respirare
nel turchese profondo della marea
che sale in superficie, sta rinascendo adesso
e trova una terra diversa, un’altra voce.

INTRODUZIONE DI MILO DE ANGELIS ALLE POESIE GIOVANILI
(In Appendice pag. 377, “TUTTE LE POESIE” 1969-2015, Mondadori, Lo Specchio, 2017
Prima Edizione giugno, 2017) Continua a leggere

L’ossessione matematica del canto

di Tommaso Di Dio

L’ultimo libro di Milo De Angelis, Incontri e agguati (Mondadori, 2015) ci costringe nuovamente a fare i conti con uno degli autori che più hanno influenzato la scrittura e l’idea stessa della poesia negli ultimi 40 anni di letteratura italiana. Ogni autore che oggi intenda scrivere, sia in prosa che in versi, non può non essersi misurato e finanche scontrato con il suo paradigma. Ogni sua singola poesia che giunga ai nostri sguardi finisce ormai per apparirci epifenomeno di una medesima matrice: una fibra che si è incistata nella sintassi di fine Novecento e ha cominciato a vibrare, fino a raggiungere un calor bianco che continua a emanare una radiazione peculiare e ossessiva, continua, assillante. A conti fatti, non c’è mai un nuovo libro di De Angelis; ogni libro ripropone sempre il medesimo appuntamento, il medesimo strappo, giunge all’ultimo: mostra una fase, la frazione di un’onda straordinariamente coesa, che procede costante da Somiglianze ad oggi. A questo stadio (come fu per Zanzotto), ogni singolo verso termina e trova eco nell’Opera, in quel triangolo buio e ribollente, tutt’altro dall’inerte monumento, quel pozzo di continui attingimenti che, come un infinito intensivo, testimonia di una ferita aperta fra noi e la vita, fra noi e la scrittura.

Fin dal titolo, il libro di De Angelis ci chiama ad intendere la poesia secondo le categorie della relazione e della violenza. A me pare che bisogni leggere le due parole scelte come titolo più come una dittologia che come una coppia di termini fra loro giustapposti: l’uno è l’intensità dell’altro, l’uno descrive e rivela l’altro. Il libro Incontri e agguati racconta per via di scorci – eppure mai così congiunti narrativamente – il rapporto di somiglianza violenta che siamo chiamati a conoscere quando entriamo nel regno della scrittura poetica. Per De Angelis, la poesia non è tiepido calcolo linguistico, neppure astratta e nemmeno organica ricerca di un piano di dialogo fra noi e quel nido di serpi a cui siamo soliti dare il nome di realtà; dentro il suo dettato tutto appare rigoroso, decisivo: scollamento e poi sbalordito contatto – ovvero: iato – fra ciò che vive e quelle forze oscure che animano ciò che vive. C’è nella sua scrittura l’insistere di una pressione; si può percepire, ad ogni verso; insiste una forza, larga e fulminea, che da dentro preme ogni cosa che appare del mondo e giunge a toccare l’epidermide di chi ha perso, una volta per tutte, il nome di Dio: «Vicino alla morte tutto è presente/ non c’è infanzia né paradiso/ tu cadi in un urlo segreto/ e non parli/ cerchi un arcano/ e trovi solo materia, materia/ che non trema e ti guarda impassibile/ e avvicina muta i due estremi» (p. 25). La prima parte del libro può lasciare interdetto il lettore, per la costruzione narrativa, per le cadenze morbide, inusuali nella poesia di De Angelis; soltanto ad un’ennesima lettura, se ne coglie il valore iniziatico, di percorso di spoliazione e approssimamento. Infine sorge una grande inquietudine quando ci si ritrova al cospetto di versi che ti costringono, con tale ingannevole seduzione, alla vicinanza di quel limite estremo che in Occidente chiamiamo morte. Dice la scrittura: «Vieni, amico mio, ti faccio vedere,/ ti racconto» (p. 9); più avanti incalza: «[…] Ascolta,/ vienimi vicino» (p. 23); il tutto per porre più prossimi all’oscena parola, al canto muto e scabro che, nell’orecchio dell’uomo «invaso della domande» e posto al bordo di se stesso, terribilmente intima: «Sarai una sillaba senza luce» (p. 17), «formerai a poco a poco la parola niente» (p. 18). Continua a leggere