L’indeducibile sostanza del tempo

di Alessandro Bellasio

Quello che è successo non è ancora avvenuto, non è ancora avverato, perché ogni vero inizio è in realtà un ritorno, e il passato non è meno imminente del futuro: «l’inizio è di fronte a noi | che a ritroso andiamo verso il tempo»; «quello che abbiamo vissuto forse | deve ancora succedere».

Così, giunto alla terza silloge, con Tempo riflesso Corrado Benigni segna un importante punto di svolta all’interno della sua produzione. Rispetto al dettato giuridico e marziale di Tribunale della mente (2012), e alla parola ripida e scheggiata dell’opera d’esordio Alfabeto di cenere (2005), la nuova raccolta raggiunge – pur in una sua intima continuità di lingua e di stile, improntati da sempre a semplicità lessicale e sobrietà formale – una saggezza e una sapienza che prendono corpo anche nella ponderata architettura del libro, dove la frequente interrogazione delle questioni essenziali della nostra natura e del nostro destino è bilanciata, da un lato, da sorprendenti incursioni nell’infinitamente piccolo (come nella prosa “Il mondo invisibile degli insetti”, o in singoli frammenti dove ci viene ricordato che «c’è una trascendenza tangibile | nell’infinita interiorità di un filo d’erba») che molto mettono in dubbio il nostro supporci infinitamente grandi; e d’altra parte, come già avveniva in Tribunale della mente, il libro alterna scrittura in versi e brevi prose liriche, segno a sua volta della ricerca di un equilibrio stilistico tra tensione verticale dell’a capo e distensione orizzontale della prosa, e dunque tra sintesi e analisi, intuizione e riflessione. Continua a leggere

L’ora dell’indugio e la parola del desiderio

Tiziano Broggiato

di Marco Marangoni

(Note in margine a Novilunio di Tiziano Broggiato, LietoColle, 2018, collana Pordenonelegge.it)

“E’ l’ora in cui la luce pomeridiana oscilla”; “E’ forse il
desiderio di iniziare/un’altra specie di tempo”

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Giunto al suo settimo libro di poesia, Novilunio, T. Broggiato conferma la sua cifra tematico-stilistica, portandola ad ulteriore definizione e conseguendo risultati nuovi, ma coerenti con i presupposti del suo processo creativo. I critici che via via hanno glossato le sue opere, hanno condiviso, in modi diversi, la lettura interpretativa di fondo: 1) la sua collocazione storico-linguistica, formatasi a ridosso di poeti come M. De Angelis, M. Cucchi, R. Mussapi – F. Bandini, introducendo il primo libro di questo poeta, Piani alti (Salvo imprevisti, Firenze, 1983) citava la “parola innamorata”; 2) il riconoscimento che l’incipit della sua poesia risieda in una caratteristica oscillazione-contrasto fino, proprio in Novilunio, alla condizione espressiva di “schizzo” (Cordelli). In effetti si assiste, nella continuità della poesia di Broggiato all’interruzione del piano quotidiano dell’esperienza e all’aprirsi di questa all’ospitalità e allo estraniamento che la “parola” consente: “Una luce ambrata che accoglie e strania” (Novilunio, op. cit., p.16). Altrove avevamo letto: “con la sola forza della poesia” (Anticipo della notte, Marietti, Genova, 2006, p.13). In Novilunio, al di sopra della parola poetica, si giunge a riconoscere la priorità della musica: “ogni voce/si è dileguata al cospetto della musica. /E’ lei, oltre la parola e ogni dubbio/a dividere le acque: l’espressione terrena più prossima/all’assoluto.” ( op. cit., p.84). Continua a leggere

Billy Ramsell, “credo che uno scrittore possa imparare molto dalla musica”

Articolo e interviste di Giovanni Agnoloni

Billy Ramsell, Il sogno d’inverno dell’architetto, ed. L’Arcolaio 2017

La poesia di Billy Ramsell, in quest’ottima silloge tradotta egregiamente da Lorenzo Mari (che è anche il curatore della collana “L’altra lingua”), viaggia su un territorio di confine composto di tante schegge di mondo contemporaneo, che si riflettono tanto sul livello stilistico quanto, e soprattutto, su quello dei contenuti. È canto frammentato e sincopato di una modernità satura di tecnologia, riflesso di un mondo scomposto in innumerevoli sfaccettature, ma anche frutto della rielaborazione dell’eredità dei grandi maestri della poesia irlandese del Novecento (su tutti, William Butler Yeats). Il loro spirito contemplativo vi respira, filtrato dalla sensibilità dell’autore, attraverso gli squarci aperti su solitudini metropolitane impregnate di note jazz o di movenze di giocatori di hurling, con i loro solfeggi sciolti e il loro sbattere di bastoni a segnare il tempo di una metrica tutta interiore.

TUESDAY River Lane

In the raw dawnlike survival blankets
we cling to one another.
We wake to mutual crankiness,
drizzle, a trebly soloing hangover

that just goes on and on,
and on like a trombone or November,
the street-sweepers out, the jazz-men gone
and all the bank machines empty.

MARTEDÌ River Lane

Nelle fredde coperte di salvezza dell’alba
ci aggrappiamo l’uno all’altro.
Ci svegliamo per la reciproca debolezza,
per la pioggerellina, triplici postumi in assolo

che vanno avanti e avanti,
e avanti come un trombone o come novembre,
gli spazzini in strada, i jazzisti partiti
e gli sportelli automatici delle banche tutti vuoti. Continua a leggere

La poesia di Alberto Bertoni

Poesia Festival 2017 Sabato a Vignola l’Alzheimer : la malattia, la cura, ……. photo© Serena Campanini

Per l’altrove quotidiano
di Marco Marangoni

Ormai dopo la pubblicazione di tutte le poesie, in lingua italiana (Poesie, 1980-2014 , Nino Aragno Editore, Torino, 2018 ), nonché di tutte le poesie scritte in dialetto modenese
(Zàndri, Book Editore, Ro Ferrarese, 2018), e tenendo conto sia della terza edizione di Ricordi di Alzheimer ( Book editore, Ro Ferrarese, 2016), sia della plaquette, Ricordi e cromosomi, uscita da Stampa 2009 (Azzate, VA, 2018), la poesia di Bertoni si presenta come un vertice di ricerca espressiva oltre che di consapevolezza teorica. Molto utile per accostare i testi è tra l’altro la diretta riflessione critica con la quale l’Autore ha sempre accompagnato il proprio lavoro lirico, e che si può apprezzare anzitutto a partire dalle annotazioni presenti nei libri citati.
Poeta, dal punto di vista generazionale, degli anni ’80, Bertoni condivide con autori usciti in quel decennio, e registrati in sede critica da Roberto Galaverni (Nuovi poeti contemporanei, Guaraldi, Rimini, 1996) l’interruzione del flusso utopico. Tutta la poetica del progetto-desiderio, dalla neo-avanguardia a La parola innamorata– antologia voluta non casualmente da A. Porta – sembra appannarsi presso i nuovi poeti degli anni ‘80. Il neoliberismo imperante che di lì cominciava e il sentimento di decentramento dalla “storia” hanno prodotto sul piano lirico un soggetto linguistico spaesato, del “dopo” – Così Bertoni: “A ogni costo, stasera/ rendiamo dialogiche le dissonanze/ perché la coscienza infelice diventi felice ma/ manca il minimo senso e cosa stai a fare, cosa/ hai paura di dire, cosa…”, da Le cose dopo (1999-2006), ora in Poesie ( 1980-2014) , op. cit. p. 56. –
E si aggiunga che con il senso di posterità, anche per la revoca del mandato sociale del poeta come in generale dell’intellettuale, la poesia fiorita in quella decade retrocede ad un sentire primonovecentesco, di “crisi”, di età dell’ansia, e dunque a maestri che pongono l’accento sull’assenza, sui vuoti: da Montale, a Caproni, a Sereni. Insomma la “cosa” politica o metafisica, comunque intesa, appare impraticabile: “Res amissa”. E In particolare per Bertoni, che scrive “questo lungo/ scolorare d’Occidente in grigio chiaro” (Poesie 1980-2014, op. cit., p.59), anche Gozzano è un classico di fondamentale riferimento. Continua a leggere

Apocalisse senza redenzione

Lorenzo Chiuchiù

Su Le parti del grido di Lorenzo Chiuchiù

Nota di lettura dii Alessandro Bellasio

Da sempre fedele a una parola ultimativa e destinale, giunto alla terza raccolta dopo le precedenti Iride incendio (2005) e Sorteggio (2012), con Le parti del grido Lorenzo Chiuchiù ci consegna un libro al calor bianco, dove l’incandescenza della parola è però puntualmente raggelata dalla lucidità di una visione aliena a ogni enfasi, concentrata unicamente sull’esattezza del dire, sulla precisione assoluta; versi affilati e cesellati a uno a uno, passati per le molte armi da taglio che affollano da sempre i libri del poeta perugino. Una poesia difficile da maneggiare, refrattaria a ogni contromisura da parte del lettore, a qualsiasi tentativo di addomesticamento dialettico, di patteggiamento, di deviazione. Una parola tersa e tesa, concentrata, con cui non si può tentennare e che ci chiama in causa direttamente, senza possibilità d’appello. Abitata, potremmo dire anzi posseduta, da quella violenza misurata e sorvegliatissima così distintiva di Chiuchiù, il quale ha sempre puntato alle verità ultime, ma ha anche sempre avuto ben presente che, con tali verità, non è possibile far romanzo, allestire trama o racconto, poiché esse si danno invece solo per lampeggiamenti, per accensioni improvvise. Siamo qui, nel tempo e nella storia, «come se la vita fosse intera», ma in realtà, a un livello più profondo, si danno battaglia forze e leggi ancestrali, appena intuibili, e «tutto è senza nome, aperto | e sacro come l’occhio del lupo | o come il patto, il suicida, l’innato.» Tutto avviene in uno spazio ripido, scosceso, che minaccia di spalancarci sotto i piedi la voragine fatale – ma senza concessione alcuna al dramma, perché proprio su questo terreno si gioca la partita decisiva della poetica di Chiuchiù, su questa abolizione del pathos drammatico in favore della presa di coscienza tragica, della lucidità impassibile e prolungata, che con voce partecipe ma mai enfatica constata la necessità di tutto quanto accade. Di modo che se anche quella voragine si spalancasse, non vi sarebbe che da prendere atto di un destino precedente, che ci attendeva lì da sempre. È questa una poesia che non si lascia sedurre dall’elegia, né tentare dalla recriminazione: «siamo solo questa gravità del sangue che ci reclama interi, frontali, e perfetti nelle nostre sconfitte, illuminati da pura ferita.»

E d’altro canto, a livello stilistico, la vis potentemente assertiva di questa poesia trova espressione nel serrato susseguirsi dei tanti imperativi, con i quali non a caso l’opera si apre («Ripeti contro di te: ti illudesti») e si chiude («accetta la morte perché anche quella sono io»), convalidando così anche sul piano delle scelte sintattico-grammaticali l’essenza circolare, centripeta del suo movimento, «dall’unico all’unico». Unità di intenzione e di intonazione poetica, unità di pensiero e di visione, di stile: è questo che emerge considerando anche i precedenti lavori di Chiuchiù, che di libro in libro ha scavato e attinto alle risorse di un mondo coerente, compatto; un poeta e una poesia monacale, claustrale, un’avventura solitaria fedele ai suoi perimetri. Giocata tutta sulla tensione. E dove ogni cosa accade una volta e per sempre, irreversibilmente, potremmo dire “grecamente”. Perché in effetti fin dall’esordio di Iride incendio, e poi più distintamente con Sorteggio[1], Lorenzo Chiuchiù ci ha abituati a uno sguardo presocratico, sapienziale, più vicino ai guizzi e alle accensioni degli ardui moniti eraclitei che non alle raffinate scepsi dialettico-forensi della polis platonica. E un tale sguardo, così antico e inattuale, come testimonia l’esperienza di Chiuchiù può trovare oggi solo nelle lente distillazioni di una lirica asciutta e visionaria una direzione e una voce commisurate alla sua forza arcaica, elementare. Continua a leggere