Leonardo Sinisgalli, da “Vidi le muse”

Leonardo Sinisgalli

L’aurora appena
E’ uscita dai forni.
Nasce allora dal sonno
Al primo vento
Il lamento delle spighe.
Non più vigile la grazia
Ti cade dalla mano
Falce d’oro. Al suolo
Il seno ti accalora.
La testa in luce prende altura.
Grave ora è la terra
Al sole, forte il sesso.

*

Muore il ragazzo un poco
Ogni giorno per giuoco.
Per giuoco morde invano
Il cavo della mano.
Trascorre le vacanze ebbro
Tra i maceri cespi di papaveri
Steso sul letto per noia
E diletto a guardare le travi.
Ma lo stornano ombre
Solitarie nel cielo della stanza,
Labili ombre passeggere
Sul soffitto. È l’ariete
Che batte ostinato le corna
A capofitto nella quiete. Continua a leggere

Roberto Carifi, da “Amorosa sempre”

Roberto Carifi

Con le mani chiodate
si alzano in volo
guardando la madre
che ha il volto prosciugato
e questa terra molle, lo sai, è l’unica
che resta tra la nascita e l’orma saccheggiata…
guardateci, dicono da un campo arato,
è la nostra sorella, la vita,
quella semina di bambini che picchiano,
picchiano sulle corde del cielo
e non sanno, loro, la scrittura di sasso
l’esito che hanno scavato
con un occhio nel letto e l’altro,
in croce, sull’arenile. Continua a leggere

Francesco Filia, da “Parole per la resa”

Francesco Filia

Eco – notte – la spiaggia ghiaia e ciottoli
solcano, netti, la pelle. La schiena inarca
il desiderio che ci abita, attende
tra costellazioni e il vortice
di un cielo lontano e adesso sappiamo
che questo contare e ricontare le stelle,
misurarle con le dita a sestante, un gioco non è.
Il gonfiarsi cupo delle onde. L’enorme
abbraccio degli abissi. La vita
primordiale che li abita, noi due lì giù
annegati obliati avvinghiati, cibo
per l’eterno. Il buio abita
il mare, il firmamento oltre le stelle, il solo,
il vero, l’unico buio. La voragine del cielo.
La furia cobalto di questa marea. L’immenso che ci travolge. Continua a leggere

Roberta Dapunt, la libertà del bene

Roberta Dapunt

Piange sottovoce il sangue,
violenta al risveglio un’asfissia di sonno.
Pesa poco l’immensità versata, è ritmo di poca virtú.
Duole la cadenza delle tempie, a favore di questa miseria indifferente
che esce dal mio naso. Che esce.
Guardo ed è rossa vita senza storia, la mia esposta all’aria.
Io credo di poter vedere in questo una serena illusione,
e sono grata al corpo e a ciò che questo incarnato bagaglio
ancora può nell’universo dei versi:
esce in questo sangue il meglio di me.
È l’unica verità che vedo in questo momento,
la libertà del bene che esce. Che esce e finisce in terra,
dritto sangue e senza esitare si conclude. In terra.
Cosí anche il resto di me che cade, si rivolge al suolo questo corpo,
facile orizzonte davanti a me.

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