O. V. de Milosz, da “Sinfonia di novembre”

Oscar Vladislas de Lubicz-Milosz

La poesia del domani

 

Mio cuore, il rumore delle falci che s’affilano somiglia
Al Primo battito d’ali della felicità.
Che il tuo canto sia la preghiera di quei mietitori
Perduti laggiù, sotto un sole micidiale.

Che il tuo canto sia bello della bellezza immortale
Di tutti i dolori e di tutte le forze.
Che sia il singulto della lingua sotto la scorza,
L’azzurro sogno dei mari innamorati dell’estate.

Che il canto sia il sonnambulo delle notti chiare,
Vagabondo del sentiero profondo ove si ascoltano
I rintocchi della luna sulle pietre
E gli accordi degli alti fusti nel vento.

Che il tuo canto sia l’eco della folla selvaggia.
Io la amo con terrore, come si ama il mare.
Già l’alba promessa rischiara i volti,
Un amoroso giugno si specchia sugli scudi di ferro.

Che il tuo canto sia il rumore di un’epoca che crolla.
Da che i morti hanno smesso di opprimere i vivi
Il Vangelo solare illumina le folle;
Sulla fronte degli infanti sono comparsi segni.

Che cosa abbiamo visto cuore mio? La guerra,
Il garrito dell’oriflamma al vento,
Il barbaglio del sudore sotto un cielo di polvere,
La fioritura dei lutti durante la cruenta primavera.

A sinistra la tristezza, il rimorso a destra;
All’orizzonte in volo i grandi venti della carestia.
Le corone senza croce illuminate dall’inferno
E sangue sul pane, e oro sull’oro,

La lussuria e il crimine appostati sotto i ponti,
Cuore triste! Tutto ciò che non dovrebbe esistere,
La magrezza dei bambini attirati dalle finestre
Da dove scorgi barcollare i padri vagabondi.

Le grotte fredde degli orfani, i loro cuori vasti
Che ricercano l’eco di un cuore sotto il velo delle vedove,
I cadaveri traditi che lavano nel fiume
Il rossore della vergogna e il belletto della felicità.

E quando tornerà, mio cuore, tu gli dirai:
“Domani, nell’inverno della morte,
avranno fango e requie; perché dunque non hanno
Un campo, qui, per seminare il pane?

Tutti domani avranno la loro casa di silenzio
Dove l’oblio chiuderà gli occhi scevri di rimorso.
Perché, per quale piacere o per quale vendetta
Rifiutare ai vivi ciò che si concede ai morti?”.

Allora egli trarrà dai baratri del sonno
I ricchi, fruscianti in tutto il corpo di larve inaridite;
Nell’ottone ritorto delle Trombe del risveglio
Sputerà il nome dei settemila peccati.

Inchioderà l’ipocrisia alla sua falsa pietà,
Il corpo dell’adulterio alla carne della sposa.
Il suo grido d’ira squarcerà le dodici
Trombe di mezzanotte del Giudizio Universale. Continua a leggere

Per Alberto Toni, in memoria

Alberto Toni / Credits ph. Dino Ignani

Piove a dirotto e là sullo scoglio
dei miei segreti c’è tutta la solitudine
del mare. Sì eccomi piccolo e solo
mentre mi giri intorno, amore. Sai
la fatica delle parole che ritornano
a frotte nei giorni della conta e del
destino segnato. Inseguo l’altra faccia
della medaglia, la lieve incrinatura
del legno.

Alberto Toni, da “Mare di dentro” (Puntoacapo, 2009)

*

Qualcosa dovevamo perdere,
un granello appena stinto,
sembra ieri. La ragione non sfugge,
no. Nell’incavo degli anni, appena
una memoria raccolta, in chiusa,
come distorta, sfilacciata. Chiedi
aiuto e ti ritrai, rimargina il viso
ogni cosa.
Ti batti per un pensiero buono,
ancora per noi, nel sentiero aspro
del margine. Che vedi? Che scomponi
con le mani in attesa di dirci: non andate?

Alberto Toni, da “Il dolore” (Samuele Editore, 2016)

NOTA A MARGINE

 

Il 6 aprile scorso è scomparso prematuramente l’amico e poeta Alberto Toni.
Le poesie qui proposte, scelte da Giovanni Ibello, sono l’occasione per ricordare un evento recente che ha coinvolto in prima persona i giovani allievi di Alberto, gli alunni dell’Istituto Comprensivo “Alberto Sordi” di Roma dove Alberto Toni ha insegnato per anni. Continua a leggere

L’elegia civica di Rafael Alberti

Rafael Alberti

Canción del ángel sin suerte

Tú eres lo que va:
agua que me lleva,
que me dejará.

Buscadme en la ola.

Lo que va y no vulve:
viento que en la sombra
se apaga y se enciende.

Buscadme en la nieve.

Lo que nadie sabe:
tierra movediza
que no habla con nadie.

Buscadme en el aire.

da “Sobre los ángeles”, Ediciones de la Compañía Ibero-Americana de Publicaciones S. A., Madrid, 1929 Continua a leggere

Una poesia di André Breton

Le Soleil en laisse

à Pablo Picasso

Le grand frigorifique blanc dans la nuit des temps
Qui distribue les frissons à la ville
Chante pour lui seul
Et le fond de sa chanson ressemble à la nuit
Qui fait bien ce qu’elle fait et pleure de le savoir
Une nuit où j’étais de quart sur un volcan
J’ouvris sans bruit la porte d’une cabine et me jetai aux pieds de
la lenteur
Tant je la trouvai belle et prête à m’obéir
Ce n’était qu’un rayon de la roue voilée
Au passage des morts elle s’appuyait sur moi
Jamais les vins braisés ne nous éclairèrent
Mon amie était trop loin des aurores qui font cercle autour d’une
lampe arctique
Au temps de ma millième jeunesse
J’ai charmé cette torpille qui brille
Nous regardons l’incroyable et nous y croyons malgré nous
Comme je pris un jour la femme que j’aimais
Nous rendons les lumières heureuses
Elles se piquent la cuisse devant moi
Posséder est un trèfle auquel j’ai ajouté artificiellement la
quatrième feuille
Les canicules me frôlent comme les oiseaux qui tombent
Sous l’ombre il y a une lumière et sous cette lumière il y a deux
ombres
Le fumeur met la dernière main à son travail
Il cherche l’unité de lui-même avec le paysage
Il est un des frissons du grand frigorifique

Da Clair de terre
(1923) Continua a leggere

Dedica, a Mahmud Darwish

Mahmud Darwish e Luigia Sorrentino (Festivaletterature, Mantova, 2005) Photo di Fawzi al-Delmi

 

Come poeta palestinese posso dire di aver fondato
una patria per i palestinesi con le parole
.”

Mahmud Darwish

(Poesia scritta da Luigia Sorrentino il 13 agosto 2008 dopo aver seguito  in televisione i funerali a Ramallah, in Cisgiordania, del poeta palestinese).

 

Le scarpe del poeta
                                    a Mahmud Darwish

 

il cerchio legato alle caviglie batte
alla forma del piede
che imprime da sé
fino all’altro
non ci sono che piedi,
camminamenti
come obbedendo

avvicinandomi
ogni volta mi hanno detto allontànati
non distendere la lingua
sullo steccato

forma ripetuta molte volte sulla muratura

ho sbagliato la pronuncia
le gambe
hanno tenuto
il nome della ferita
palpebre chiuse hanno asciugato
il fiore del mandorlo o più lontano
il movimento, nella corteccia
il feretro,
la bocca piena di terra

(Inedito. 10 agosto 2009)

Luigia Sorrentino

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