L’orlo di Sylvia Plath

Sylvia Plath

di Andrea Galgano

La poesia di Sylvia Plath (1932-1963) è abitata da un grido[1] di stanze sfumate che inseguono la traccia intrisa e bruciante di una gemma interiore in cui consistere, nata nella sopravvivente cicatrice di segno doloroso che si sacrifica nella sua anarchia depositata che sconvolge le linee e si appropria del mistero della realtà e acuisce la dinamica sospesa dell’esistere:

Non vedo semplicemente alberi quando pedalo per il campus. Vedo la forma e il colore all’esterno, e poi le cellule e i meccanismi microscopici sempre in funzione all’interno. Senza dubbio questo suona un po’ caotico, ma è quell’euforia particolare che ti viene quando ti accorgi sempre di più delle infinite possibilità e suggerimenti che ti offre il mondo intorno.[2]

Tali linee oscillano in un bisogno estremo, si muovono nella propria peculiarità caotica, sospingono la scrittura in una dimensione di rivelazione e pelle di specchio che coglie percezioni e vibra in ogni angolo: «A volte mi prende un senso di attesa come se sotto la superficie della mia capacità di comprensione ci fosse qualcosa in attesa che io lo afferri. È la stessa sensazione tormentosa di quando si ha il nome sulla punta della lingua e non si riesce a ricordarlo»[3].

Nata in un distretto di Boston da genitori immigrati tedeschi, perse il padre, un professore di biologia e entomologo, per embolia a soli otto anni e già nel 1953, prima di laurearsi brillantemente con una tesi su Dostoevskij e dopo una eccezionale carriera scolastica, era stata sottoposta a un ciclo di elettroshock dopo aver tentato il suicidio in un’orbita senz’ombra che offre tutta la sua imponente redenzione di un amore personale e privato che offre se stesso in tutta la sostanza del mondo: «Per le radici dei capelli mi afferrò un qualche dio. / Sfrigolai nei suoi volt azzurrini come un profeta nel deserto. / Le notti sparirono di scatto come palpebra di lucertola: / un mondo di giorni bianchi e nudi in un’orbita senz’ombra». Continua a leggere

Osip Mandel’štam, “Quasi leggera morte”


RISVOLTO

«Chi potrà mai dirci da dove è arrivata fino a noi la divina armonia che chiamiamo “poesia di Mandel’štam”?» si chiedeva Anna Achmatova. Se lo chiederà anche il lettore di queste Ottave, un ciclo di liriche prodigiose nate in gran parte nel novembre 1933, e dunque quasi contemporaneamente al celebre epigramma contro Stalin, «il montanaro del Cremlino», dove parlavano la rabbia e l’orrore del suddito. Solo così, dopo aver pagato il tributo a un presente in cui il potere non si limita ad asservire, ma pretende anche di spiare nelle menti degli schiavi, Mandel’štam è libero di inoltrarsi nel non-tempo e non-spazio della lirica pura. In un’epoca che promette e celebra il «radioso futuro», le Ottave di Mandel’štam («poesie sulla conoscenza» le definiva) portano il lettore indietro, sempre più indietro, in un universo incorporeo, rarefatto, dove la creazione si sta ancora compiendo – e coincide con la nascita della parola poetica.

Quasi leggera morte
Ottave
A cura di Serena Vitale
Piccola Biblioteca Adelphi
2017, pp. 91

Antonio Nazzaro, “Appunti dal Venezuela”

Antonio Nazzaro

di Barbara Stizzoli

Il Venezuela è un angolo di paradiso in cui il demonio ha stabilito la sua casa. In questa terra caraibica che ha accolto milioni di migranti che lasciavano l’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale e nei decenni successivi, come una madre amorevole che riceve un figlio fra le braccia, circa dodici anni fa “ha dato terra” ad Antonio Nazzaro, che l’ha scelta e amata e mai abbandonata.

Questo libro non intende dare una corretta chiave di lettura di ciò che sta succedendo in Venezuela da oltre due mesi e che affonda le sue radici negli ultimi diciannove anni della storia venezuelana, non intende accusare uno schieramento politico e osannarne un altro. Questo libro vuole solo gridare e immortalare come una fotografia, il dolore lacerante di chi assiste un malato terminale nell’attesa che avvenga un miracolo. Continua a leggere

Marco Sonzogni, «Il guindolo del Tempo»

Poiché la vita fugge
e chi tenta di ricacciarla indietro
rientra nel gomitolo primigenio,
dove potremo occultare, se tentiamo
con rudimenti o peggio di sopravvivere,
gli oggetti che ci parvero
non peritura parte di noi stessi?

Eugenio Montale

Tra il settembre 1933 e il giugno 1934 Eugenio Montale promette a Irma Brandeis l’invio di un amuleto. Ma non è dato sapere, nella corrispondenza tra il poeta e la sua musa americana, né di cosa si tratti né tantomeno se Montale riuscì effettivamente a mandarglielo.

L’opera in versi di Montale, al contrario, è popolata di oggetti, anelli che tengono nella catena di ricordi del poeta. Sarà uno di questi? Montale ha detto di non sapere inventare nulla, di partire sempre dal vero – ma anche di potere mentire tranquillamente dicendo la verità. Non resta che credergli allora.


Marco Sonzogni (1971) è autore di cinque raccolte di versi: “Assenze” (2005), “Alibi” (2011), “Prove di canto” (2013), “Tagli” (2014) e “Ci vuole un fiore” (2014). È docente di lingua e letteratura italiana alla Victoria University di Wellington, in Nuova Zelanda.

Katie Kitamura, “Una separazione”

“Una separazione” riguarda l’incolmabile distanza che ci separa dalla vita degli altri e le storie che raccontiamo a noi stessi per fingere di colmarla. Una straordinaria meditazione sulla presenza e sull’assenza.

La donna che racconta in prima persona decide, d’accordo con il marito, per la separazione, che però deve restare per il momento segreta. Intanto le arriva la notizia che Christopher è introvabile, in una regione della Grecia dove sta facendo ricerche per un libro di antropologia. Benché riluttante, si convince ad andarlo a cercare, e scopre via via di non conoscere come credeva l’uomo che ha sposato. L’indagine, anche introspettiva, della protagonista diventa da un certo punto in poi la ricerca dell’autore di un delitto inspiegabile. Ma la narrazione è ancora pervasa da una vena di antipathos, fredda, analitica, distaccata quasi quanto quella di una polizia indifferente.

Una vicenda di infedeltà e di segreti, Una separazione riguarda l’incolmabile distanza che ci separa dalla vita degli altri e le storie che raccontiamo a noi stessi per fingere di colmarla. La scrittura di Kitamura è eccellente, anche nel rievocare situazioni e aneddoti solo in apparenza poco importanti: sembra divagare, e invece invita il lettore, sempre più perplesso, ma anche sempre più incuriosito, a girare pagina. Vittima del marito, la giovane protagonista riscuote subito le simpatie del lettore, che poi però comincia a farsi parecchie domande.

Katie Kitamura

Lo stile è chiaro, algido, a tratti minimalista, ma anche vivido, preciso, e non annoia mai. L’ambientazione è perfetta, priva di esotismi e pregiudizi, proprio come nei tanti romanzi che Patricia Highsmith ambienta all’estero. Continua a leggere