“Il dolore è una cosa con le piume”

Max Porter

DAL RISVOLTO

Una sofferenza indicibile che travolge e stordisce.
Un uomo, studioso di Ted Hughes, è rimasto solo con i due figli, nella loro casa di Londra, dopo la morte della moglie. I tre devono fare i conti con un tempo che si è fermato, con un dolore ingombrante come una presenza. Fino alla visita inaspettata di uno strano personaggio che ha le piume e l’aspetto di un corvo. Un corvo dotato di un feroce senso dell’umorismo, un po’ baby-sitter, un po’ terapeuta, ma soprattutto amico. Un corvo che potrebbe aiutarli a venire a patti con la sofferenza e a dare un senso a un evento terribile. Sogno o realtà? Quello che è certo è che i ricordi feriscono, ma a poco a poco leniscono anche. E giorno dopo giorno il tempo ricomincia a scorrere.

Fiaba, romanzo, poesia, questo libro è una struggente storia sul dolore, sulla perdita, e sulla forza dell’immaginazione e delle parole che aiutano a vivere.

Un autentico caso letterario, una storia sul senso della perdita e sul ricordo come cura.
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Francesco Filia, da “Parole per la resa”

Francesco Filia

Eco – notte – la spiaggia ghiaia e ciottoli
solcano, netti, la pelle. La schiena inarca
il desiderio che ci abita, attende
tra costellazioni e il vortice
di un cielo lontano e adesso sappiamo
che questo contare e ricontare le stelle,
misurarle con le dita a sestante, un gioco non è.
Il gonfiarsi cupo delle onde. L’enorme
abbraccio degli abissi. La vita
primordiale che li abita, noi due lì giù
annegati obliati avvinghiati, cibo
per l’eterno. Il buio abita
il mare, il firmamento oltre le stelle, il solo,
il vero, l’unico buio. La voragine del cielo.
La furia cobalto di questa marea. L’immenso che ci travolge. Continua a leggere

Roberta Dapunt, la libertà del bene

Roberta Dapunt

Piange sottovoce il sangue,
violenta al risveglio un’asfissia di sonno.
Pesa poco l’immensità versata, è ritmo di poca virtú.
Duole la cadenza delle tempie, a favore di questa miseria indifferente
che esce dal mio naso. Che esce.
Guardo ed è rossa vita senza storia, la mia esposta all’aria.
Io credo di poter vedere in questo una serena illusione,
e sono grata al corpo e a ciò che questo incarnato bagaglio
ancora può nell’universo dei versi:
esce in questo sangue il meglio di me.
È l’unica verità che vedo in questo momento,
la libertà del bene che esce. Che esce e finisce in terra,
dritto sangue e senza esitare si conclude. In terra.
Cosí anche il resto di me che cade, si rivolge al suolo questo corpo,
facile orizzonte davanti a me.

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Nadia Fusini, “María”

«Sono venuta a confessare un delitto». È una creatura docile e gentile a proferire questa frase terrificante. Si chiama María, ha la fissità di una statua e negli occhi una luce ardente, la stessa dell’isola da cui proviene. L’agente di polizia che in Questura redige la confessione, pur intuendone la pericolosa ambiguità, resta ammaliato e desidera immediatamente conoscere ogni cosa di lei – forse perché, a volte, orientarsi nella vita di una donna significa per un uomo avvicinarsi con ostinazione a se stesso. Fra l’aspirazione al divino e la condanna di avere un corpo, María racconta la sua storia. E rievoca quando rinunciò a tutto per andare a vivere con quello che sarebbe diventato suo marito e insieme il suo carceriere: le loro notti di amore accanito e la vergogna del giorno dopo, la gabbia della gelosia e il miracolo della libertà che non si compie mai. Ammette di essere finita nel labirinto di una passione tanto ineluttabile quanto assassina. Adesso sta scappando, alla ricerca del suo unico figlio. Continua a leggere

Alfredo de Palchi, “Nihil”

ESTRATTI

è il mio mitico fiume ed è mia intenzione di
scendere con aneddoti e versi nella giovinezza degli
anni prima che accadesse la caccia alla vita e fossi
spinto a un esilio di vituperi, d’invettive, sevizie,
accuse, prigionia, cronache malvage di anonimi vili
reporter, invenzioni abolite poi dalla legge;
rimangono le ferite e sei anni spenti; ma qui, invece
gli aguzzini usurpano ancora persino il loro funebre
fosso.

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