Vitale, “La saggezza degli ubriachi”

Stefano Vitale

Vivere è trattenere rabbia e abbagli
chiudere loro il campo
che non facciano altro scempio
e andare oltre il vino versato
il bicchiere frantumato, la giacca macchiata,
la parola sbagliata, il mazzo di fiori dimenticato,
le mele lasciate marcire.
Siamo fatti della stessa materia dei nostri sbagli
distratti da una mano invisibile
che rovescia il respiro
nella torsione dell’attimo sgrammaticato
in cui precipitiamo trascinati per il collo
a una festa d’ubriachi. Continua a leggere

Nella poesia di Milo De Angelis

RECENSIONE DI ALBERTO FRACCACRETA

 

La poesia di Milo De Angelis è una delle poche consolidate nello scenario lirico attuale del nostro paese. A essa è dedicato un intenso libro collettaneo, L’avventura della permanenza, che tenta di vivificare lungo l’asse critico italo-francese un articolato e aperto discorso sulle fondamentali costanti dell’autore lombardo e sulla piena certificazione della sua permanenza nel tempo.

Come scrive nella Prefazione uno dei curatori, Alberto Russo Previtali, «la consapevolezza di questa temporalità ha certamente sollecitato il desiderio critico che è all’origine del presente volume, seguendo il quale diversi studiosi hanno risposto positivamente al progetto di una monografia collettiva in cui fossero presentati e indagati alcuni aspetti centrali e decisivi della poesia di De Angelis». Si tratta, dunque, di un progetto ad ampio raggio che nasce da «una Giornata di studi organizzata dall’équipe di ricerca “Il laboratorio” dell’Università di Tolosa “Jean Jaurès”». L’aventure de la permanence. Temps, langage et désir dans la poésie de Milo De Angelis, seminario svoltosi nel novembre 2018 e arricchito dalla presenza dello stesso De Angelis, «ha avuto l’obiettivo — prosegue Russo Previtali — di riunire alcuni studiosi attivi in Francia attorno a diversi aspetti fondamentali della sua opera. Il secondo tempo del progetto è stato ovviamente quello, denso e lento, della scrittura dei saggi a partire dagli interventi e dagli scambi, dalle idee, dalle sensazioni della Giornata. Per i curatori si è aperto quindi il tempo del traghettamento della circolazione orale e affettiva delle idee alla loro sedimentazione e sistemazione scritta: nella forma del libro».

Come si è già anticipato, il volume è ricchissimo di spunti: si parte da un’introduzione di Luigi Tassoni sul concetto di «tragico» e da cinque bellissimi inediti di De Angelis che confermano il suo legame con il mondo infero classico. La prima parte — nettamente teoretica e dedicata al tempo, al linguaggio e allo spazio — è attraversata da interventi sulle «vertigini del senso» (Jean Nimis), sulla «dinamica dell’istante urbano» (Giorgia Bongiorno), sul laboratorio di Voci (Luigi Tassoni) e sull’alterità (Alberto Russo Previtali). La seconda parte, invece, più tecnico-pratica, è rivolta alla traduzione e agli intertesti: Jacques Demarcq, Sylvie Fabre, Laura Toppan e Paolo Bellomo si confrontano con l’«enigma» del tradurre e l’opera di De Angelis, emblema stesso di un trans-ducere (“trasportare”) tra dialogicità, interrogazione e allegoria. Infine, un’appendice, extravagante rispetto al convegno, raccoglie tre saggi — di Jean-Baptiste Para, Tommaso Di Dio e Maria Vittoria Lodovichi — su Incontri e agguati, la silloge più recente edita nel 2015.

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Antonio Fiori, su “Olimpia”

Luigia Sorrentino

RECENSIONE DI ANTONIO FIORI

Sopralluoghi spirituali, necessari e ineludibili, affinché possa compiersi il disegno salvifico del riconoscimento di sé, viaggio deciso altrove, senza alcuna certezza ma pieno di speranze. Ed è un riconoscimento che travalica il tempo: il volto si profila/ il volto che siamo stati è istintivo/ incarnato nel rito che si consuma qui/ nella consolazione siamo venuti/ mutarono i suoi occhi quando chiese/ la vita eterna/ la sua giovinezza si spense divenne una cicala/ poi solo una voce, un soffio/ divenne.

*

La poeta compie un viaggio ascensionale (siamo sempre più vicini al cielo) e ha voce in prevalenza plurale, poiché, se é una vita intera quella da riattraversare, l’io si dilata, incontra gli altri, e l’altro che eravamo diventa plurale: è il noi di ‘siamo’ e ‘siamo stati’: – siamo tornati per scomparire/ intorbidare il fondo – Le poesie si aggregano prima attorno ai luoghi: l’antro, l’atrio, il giardino, il lago. Poi attorno ai temi del divino, del canto e della rappresentazione.

*

Talvolta si incontra qualcosa di reale, ed è come un regalo – il sole vero il sole si piantò/ in qualche istante di vita – altre volte lo sguardo non riesce a cogliere la visione – non sempre fu possibile scorgerti/ nelle braccia del sorgere. Ma giunti al cospetto del divino – vestita di nebbia l’essenza eterna/ incontrò il nostro apparire – c’è una porta da attraversare: sulle rovine del nostro essere/ rimbombava solo la domanda è quella la porta? Ed ecco irrompere il mito: fuori del tempo, nel viaggio a ritroso nella vita, tutti i nascituri sono già nel ventre della capostipite, che …tutti/ portava nel suo grembo.

*

Nel canto dei Cori la notte arcaica è piena di stupore e di accadimenti primordiali: la morte della prima creatura, la nascita della luce, la scoperta del dolore. Il racconto poetico prosegue sempre più oracolare, enigmatico. È un susseguirsi di visioni, è il viaggio dell’anima dopo l’abbandono della carne: sono io che vengo vicino a te/ nel tuo ultimo tempo. Continua a leggere

Sebastiano Vassalli (1941–2015)


Per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla; magari laggiù, un po’ a sinistra e un po’ oltre il secondo cavalcavia, sotto il macigno bianco che oggi non si vede. Nel villaggio fantasma di Zardino, nella storia di Antonia. E così ho fatto.

(Sebastiano Vassalli, La chimera)

Cinque anni dopo la scomparsa di Sebastiano Vassalli (26 luglio 2015) e trenta anni dopo il successo del capolavoro La chimera rileggiamo le parole dello scrittore.

Sebastiano Vassalli nasce a Genova nel 1941 ma fin da bambino vive a Novara. Tra gli anni sessanta e settanta, nei quali insegna dopo la laurea in Lettere con una tesi su arte contemporanea e psicanalisi discussa con Cesare Musatti, partecipa alle vicende della neoavanguardia nell’ambito del Gruppo 63, all’inizio dipingendo e fondando una piccola casa editrice e riviste quali “Ant.Ed.” e “Pianura”.
Esordisce con testi poetici affermandosi con alcune prose sperimentali (Narcisso è del 1968, cui seguono Tempo di màssacro e L’arrivo della lozione, sempre da Einaudi, presso cui pubblica anche il poemetto Il millennio che muore); nella pagina travasa, attraverso un furore linguistico e una satira culturale, le inquietudini politiche e sociali di quegli anni. Rispetto a queste esperienze giovanili Abitare il vento del 1980 segna il primo tentativo di distacco e svolta. Il protagonista, come nel successivo Mareblù, si sente incapace di cambiare il mondo con metodi trasgressivi e rivoluzionari (chiedendosi alla fine: contro chi?). Continua a leggere

La poesia di Margaret Atwood

 

Margaret Atwood

Morning in the Burned House

In the burned house I am eating breakfast.
You understand: there is no house, there is no breakfast,
yet here I am.

The spoon which was melted scrapes against
the bowl which was melted also.
No one else is around.

Where have they gone to, brother and sister,
mother and father? Off along the shore,
perhaps. Their clothes are still on the hangers,

their dishes piled beside the sink,
which is beside the woodstove
with its grate and sooty kettle,

every detail clear,
tin cup and rippled mirror.
The day is bright and songless,

the lake is blue, the forest watchful.
In the east a bank of cloud
rises up silently like dark bread.

I can see the swirls in the oilcloth,
I can see the flaws in the glass,
those flares where the sun hits them.

I can’t see my own arms and legs
or know if this is a trap or blessing,
finding myself back here, where everything

in this house has long been over,
kettle and mirror, spoon and bowl,
including my own body,

including the body I had then,
including the body I have now
as I sit at this morning table, alone and happy,

bare child’s feet on the scorched floorboards
(I can almost see)
in my burning clothes, the thin green shorts

and grubby yellow T-shirt
holding my cindery, non-existent,
radiant flesh. Incandescent.

Mattino nella casa bruciata

Nella casa bruciata faccio colazione.
Capirai: niente casa, niente colazione,
invece eccomi qua.

Il cucchiaio che si è fuso raschia
la ciotola che pure si è fusa.
non c’è nessun altro in giro.

Dove sono andati, il fratello e la sorella,
la madre e il padre? Via lungo il mare,
forse. I loro abiti sono ancora sulle grucce,

la pila dei piatti accanto al lavello,
accanto al fornello a legna
con la gratella e il bollitore incrostato,

ogni dettaglio è chiaro,
la tazza di latta e lo specchio grinzoso.
Il giorno è luminoso e senza canto,

il lago è blu, la foresta vigile.
A est un cumulo di nubi
lievita il silenzio come pane scuro.

Vedo i ghirigori nella carta oleata,
vedo i difetti nel vetro,
le vampe dove il sole batte.

Le mani e le gambe non me le vedo
e non so se è un problema o una benedizione,
ritrovarmi qui, dove ogni cosa

in questa casa si è da tempo estinta,
pentolino e specchio, cucchiaio e ciotola,
perfino il mio stesso corpo,

perfino il corpo che avevo allora,
perfino il corpo che ho adesso
mentre siedo a tavola stamattina, sola e felice,

piedi nudi di bimba sulle assi bruciacchiate
(li vedo quasi)
nei miei abiti in fiamme, i calzoncini verdi leggeri

e la maglietta gialla bisunta
che tiene insieme la mia inesistente, cinerina,
carne radiosa. Incandescente. Continua a leggere