Alessandro Bellasio, “Lo strapiombo luccicato di pensiero”

LO STRAPIOMBO LUCCICATO DI PENSIERO

Quando giungono, spargendo
ozono ed estro, anche
i certi vegliano, trovano
l’ingresso, hanno il sibilo.
«Con colpi bruschi, tra le frenate
spifferi
mi gelarono il costato
chiamando quel mirino. È
questo
lo scalino dove incespico
con la gamba gelata
dentro il finito. Ed è
forte, qui, riceverne la luce
inginocchiata, gli anni
che ho avuto tutti nella vita,
scavandomeli dentro…»
Fa
tardi sui cuscini.
«Ho la mente
invasa dalle voci – travi potenti
che non controllo, quando tracimano
nell’acqua fortissima
che non so ringraziare. Sono
bellissima… Sono
metà stella, metà aneurisma –
bocca falcidiata da uno sfarzo
che mi stampa nella sete
con verdetto equanime – una
curia, giunta all’udienza del caos.
Entro ed esco, quasi appartenessi a un sosia,
un cencio sulla mia immobilità. Io
vi circondo, nettamente moderna
vi lascio a preparare
filosofie scolastiche, monumenti,
lo sterminio.
Vedo
gli anni, la lenta crepa
accolta in pace nella sua montagna.
E il grigio, che ne è il vivente –
un chilometro. Mente,
che impugni l’asta e salti
nel miracolo, lento
rovinio dei cieli
dove una volta siamo andati…
Anche
io coperta
su quel detto in frammenti, anche
io lavandino
di piastrelle che mi scrutano
da un freddo
straccio di puro abbandonare. Dentro voi
io
ho pianto. Ho
gettato gli indumenti
da un’ultima fessura nelle cose,
e ho detto il mondo
svegliandomi in un’iniezione.
Ho spento la morte
nella mia gamba di ragazzo – ho sfondato
con un colpo secco l’avantreno,
lacerandomi… Smarrita, quasi
in pianto, ho
gridato io
di allontanato sole, di travi.
Ho detto di come
le vite obbediscono al dolore,
di come il buio le nomini.
Ho spento le risaie.
Ho coperto tutto con il tempo».

Alessandro Bellasio, Lo strapiombo luccicato di pensiero

 

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Lorenzo Chiuchiù, “Le parti del grido”

Lorenzo Chiuchiù

La stanza febbraio è ancora
la nuda correzione del fulmine –

possediamo il foglio che separa
il bianco dentro il bianco
ed è nostro anche se niente è nostro.
Abbiamo colpa e fuoco cardiaco –
e correremo. Abbiamo trattenuto il fiato:
una due dieci volte, una unica e solitaria
la notte– e respireremo:
sua è la stella ascetica.

L’estremo ti trova senza motivo
sostanza misericordia non ritrattabile
e vene infuse nel marmo senza
le molte avvisaglie del passo falso.
Dicevi grazie all’unica volta,
perdutamente, ma ricorsive come
le vite nel passo ancora falso
le nuove metriche erano
il corale che cantavi da solo
per tentarti, per tradirti, per
sottrarti: ma tu credevi, avevi te stesso
colpa e notturno cardiaco.

È sempre il febbraio delle carte decifrate –
anche per un sasso che affonda nella neve
mentre tu ritorni dal lavoro e dal presente:
ma tutte le menti amate sono sconfitte e gloriose
perché, guardami, i cieli sono tutti scritti,
feriti a morte e ancora sacrificati, come soldati.

E dall’altra parte piove –
dovremo dividere pane e terra,
finché non saremo pane e terra. Continua a leggere

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Luigia Sorrentino, “La squadra”

Luigia Sorrentino / Credits ph. Angelo Nitti

La squadra

nasconde il più profondo inverno
la notte va avanti fino all’alba
a palpebre socchiuse, le lettere di un nome
inciso a colpi d’ago nelle vene
addormentate, rovi selvatici
hanno visto sangue e vomito

la polvere bianca sventra il proprio
antecedente, quello che era prima
delle stelle, nel tempo anteriore
alla città indifferente

seduti in cerchio bruciavano neve
nella carta stagnola, fiammella venerata
laccio emostatico stretto con i denti

morte caduta nelle braccia
crivellate di colpi
presenza terribile nello sterno

degrada il terriccio
dietro le scale della villa comunale
la metamorfosi nella capra
la sola davvero scelta

la squadra compie il rito
l’anestesia recupera la parola rubata
la parola amata

la violenza fondatrice umanizza
il nostro sguardo
conduce su una prospettiva che muta
dallo sfondo
sposta l’immagine in primo piano

allora vedi la giovinezza
nella macchia scurissima che la inghiotte
scendi nelle crepe in cui non sei mai stato
nella ferita che voi non avete mai visto

la grande opera è sola

Luigia Sorrentino, La squadra

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Philippe Delaveau, poesie scelte

Philippe Delaveau

Traduzioni di Cristina Spinoglio

Da Petits instants ordinaires, Gallimard 1999

Il canto del mondo

Coloro che non sentono il canto del merlo
sul pino nero
coloro che hanno deciso di non ascoltare nulla –
scivoleranno verso altri giorni
nell’ombra che li attira –
E gli smarriti, gli imprudenti scompariranno
dietro il tintinnio del loro fallace potere.
Il giorno agita rami e cortine,
fumo di falò di foglie solitarie
Nei minuti giardini composti e ordinati,
ma la foresta, per celebrare silenzio e pace,
svela il suo enigma,
di cui si appropria il capriolo solerte.

Ho sentito a volte, diceva il viaggiatore nel Tirolo
i cervi tutti bianchi bramire in alto nella stagione degli amori,
e in basso rispondere con un mormorio nel tenero fogliame
le cerbiatte odorose color di neve.

Coloro con gli occhi coperti di rumore meritano il nostro disprezzo?
La vostra parola è morta dicono, oppure: questa non è la nostra pietà.
Non è più il tempo di effimeri chiarori,
per l’insolente sottomissione, su questa terra,
per tanta bellezza senza tregua,
la cui arroganza ci nega talvolta autorità.
Tutto agisce e si spossa e torna al nulla:
a che serve questo amore?

Ben misera cosa certo per gli affari, questa poesia
E Marthe che si agita invano in cucina,
ha detto il Maestro,
Marthe a volte si ferma e si ricorda.

Che ridano del nostro canto più semplice del vento tra i cespugli
la voce del vento e il clamore dell’acqua sugli scogli costieri.

Come l’uomo in piedi sul battello che si allontana,
amo le parole che pronuncio e queste grigie conchiglie
nella trasparenze delle ostriche,
Il mare le denuda nel suo esilio o il mare le ricopre,
a volte brancolanti in pieno giorno o per un fulgore di luna
nel paziente progresso del loro palazzo
dove l’acqua dentro s’ispira al mare aperto.

L’inverno sotto la bruma e la pioggerellina, l’estate con un sole fremente
come l’ostrica aperta in silenzio e che si chiude
Poniti danti alla linea inesauribile della riva
tra il grigio del mare e il grigio di un pensiero.
Nel suo rifugio allora l’uomo che veglia
contemplerà il sortilegio e coloro che lo rifiutano.

Da Le chant du monde

Ceux qui n’entendent pas le chant du merle
dans le pin d’Autriche,
ceux qui ont résolu de ne jamais entendre –
glisseront vers d’autres jours,
dont l’ombre les attire –
et disparaissent les égarés, les imprudents derrière
le cliquetis de leur pouvoir trompeur.
Le jour agite branches et rideaux,
fumées de feux solitaires de feuilles
dans les petits jardins tirés à quatre épingles,
mais la forêt, pour célébrer la paix et le silence,
délivre son énigme,
dont le chevreuil alerte se saisit.
J’ai entendu parfois, disait le voyageur dans le Tyrol
les cerfs tout blancs bramer en altitude à la saison d’amour,
et leur répondre en bas dans les feuillages doux par un murmure
les biches odorantes couleur de neige.
Ceux-là aux yeux couverts de bruits méritent-ils notre mépris ?
Votre parole est morte disent-ils, ou bien : ceci n’est pas notre piété.
Il n’est plus temps pour des lueurs éphémères,
pour d’insolentes soumissions, sur cette terre,
à tant de beautés sans répit,
dont l’arrogance nie parfois notre pouvoir.
Tout agit et se lasse et retourne au néant :
À quoi bon cet amour ?
Une bien maigre chose assurément pour les affaires, ce poème
et Marthe qui s’agite vainement dans la cuisine,
a dit le Maître,
Marthe parfois s’arrête et se souvient.
Qu’ils rient de notre chant plus simple que le vent des broussailles
la voix du vent et la clameur de l’eau sur les rocs de la côte.

Comme l’homme debout sur le bateau plat qui s’éloigne,
j’aime les mots que je prononce et ces gris coquillages
dans la transparence des claires.
La marée les dénude en son exil ou la mer les recouvre,
parfois tâtonnés du plein jour ou d’un éclat de lune
dans le patient accroissement de leurs palais
où l’eau dedans s’inspire du grand large.
L’hiver sous l’écume et la bruine, l’été par un soleil bruissant
comme l’huître en silence ouverte et qui se ferme
installe-toi devant l’inépuisable ligne du rivage
entre gris de la mer et gris d’une pensée.
Dans son refuge alors l’homme qui veille
contemplera le sortilège et ceux qui le récusent.

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Beppe Sebaste, “Come un cinghiale in una macchia d’inchiostro”

Poesia scritta sulla carta del pane

spiaggia, un sabato
molto tranquillo di aprile,
aria & luce,
africa e alpi, mare
allegro, calmo, brillante,
palme, fragranza –
sfilano scie bianche nel cielo azzurro
e contemporaneamente
granelli di sabbia
tra le dita di mio figlio
poi
ci guardiamo
silenziosamente
un istante
– aria, luce, il profilo di Montemarcello,
il mare che luccica, il bianco
delle case bianche di Viareggio,
bianco come Tel Aviv…
i volti, in paradiso,
non hanno più bisogno
di espressioni Continua a leggere

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