Mariù Safier, “Ester”

ESTER

Il fasto del re persiano Serse
la corte prodiga e dissoluta di Susa
-stupore, scandalo, meraviglia diffusa-
alimentavano nel regno
la leggenda della sua grandezza.
Il mio popolo
asservito dai Babilonesi
nell’impero achemènide
crogiuolo di razze
lingua, cultura, religione
osservava i precetti del suo Dio.
Orfana di genitori ebrei
io, Ester, adottata dallo zio Mardocheo
con affetto allevata
alla fede dei padri, ero educata:
lui assegnato alla reggia, tra le guardie di palazzo.
Di due di loro conobbe il complotto
per assassinare il sovrano:
sventato l’attentato
più alti onori ottenne da Serse.
Colpevole Aman della congiura:
l’uomo perdente, non pagò niente
ma implacabile nemico
abile serpente
nascosto nell’ombra, giurò
di vendicare il fallimento.
A mostrare la sua gloria
conviti per sei mesi Serse imbandì
principi, nobili e prefetti
da ogni capo dello sterminato impero
accorsero a ossequiare il condottiero;
sfoggio di ricchezza e lusso
negli arredi dei palazzi, tra le pieghe delle vesti
nei ceselli dei gioielli. Continua a leggere

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Ida Travi, ( noi lo chiamiamo Antòn )

Ida Travi

( noi lo chiamiamo Antòn )

 

Noi lo chiamiamo Antòn
ma non si chiama Antòn
volevo dirtelo

E io, io non mi chiamo Sunta
chissà come mi chiamo, io

– mi riconosci? –

Quando saremo sul monte chiederemo
al cielo, e ti darò il battesimo

Io sarò Sunta, lui sarà l’Antòn
tu sarai Kraus, e dietro verranno
Fedòr e Katarina

Il cielo si aprirà come una tenda
e allora saremo liberi
Kraus, saremo liberi!

Ida Travi, (noi lo chiamiamo Antòn)

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Apocalisse senza redenzione

Lorenzo Chiuchiù

Su Le parti del grido di Lorenzo Chiuchiù

Nota di lettura dii Alessandro Bellasio

Da sempre fedele a una parola ultimativa e destinale, giunto alla terza raccolta dopo le precedenti Iride incendio (2005) e Sorteggio (2012), con Le parti del grido Lorenzo Chiuchiù ci consegna un libro al calor bianco, dove l’incandescenza della parola è però puntualmente raggelata dalla lucidità di una visione aliena a ogni enfasi, concentrata unicamente sull’esattezza del dire, sulla precisione assoluta; versi affilati e cesellati a uno a uno, passati per le molte armi da taglio che affollano da sempre i libri del poeta perugino. Una poesia difficile da maneggiare, refrattaria a ogni contromisura da parte del lettore, a qualsiasi tentativo di addomesticamento dialettico, di patteggiamento, di deviazione. Una parola tersa e tesa, concentrata, con cui non si può tentennare e che ci chiama in causa direttamente, senza possibilità d’appello. Abitata, potremmo dire anzi posseduta, da quella violenza misurata e sorvegliatissima così distintiva di Chiuchiù, il quale ha sempre puntato alle verità ultime, ma ha anche sempre avuto ben presente che, con tali verità, non è possibile far romanzo, allestire trama o racconto, poiché esse si danno invece solo per lampeggiamenti, per accensioni improvvise. Siamo qui, nel tempo e nella storia, «come se la vita fosse intera», ma in realtà, a un livello più profondo, si danno battaglia forze e leggi ancestrali, appena intuibili, e «tutto è senza nome, aperto | e sacro come l’occhio del lupo | o come il patto, il suicida, l’innato.» Tutto avviene in uno spazio ripido, scosceso, che minaccia di spalancarci sotto i piedi la voragine fatale – ma senza concessione alcuna al dramma, perché proprio su questo terreno si gioca la partita decisiva della poetica di Chiuchiù, su questa abolizione del pathos drammatico in favore della presa di coscienza tragica, della lucidità impassibile e prolungata, che con voce partecipe ma mai enfatica constata la necessità di tutto quanto accade. Di modo che se anche quella voragine si spalancasse, non vi sarebbe che da prendere atto di un destino precedente, che ci attendeva lì da sempre. È questa una poesia che non si lascia sedurre dall’elegia, né tentare dalla recriminazione: «siamo solo questa gravità del sangue che ci reclama interi, frontali, e perfetti nelle nostre sconfitte, illuminati da pura ferita.»

E d’altro canto, a livello stilistico, la vis potentemente assertiva di questa poesia trova espressione nel serrato susseguirsi dei tanti imperativi, con i quali non a caso l’opera si apre («Ripeti contro di te: ti illudesti») e si chiude («accetta la morte perché anche quella sono io»), convalidando così anche sul piano delle scelte sintattico-grammaticali l’essenza circolare, centripeta del suo movimento, «dall’unico all’unico». Unità di intenzione e di intonazione poetica, unità di pensiero e di visione, di stile: è questo che emerge considerando anche i precedenti lavori di Chiuchiù, che di libro in libro ha scavato e attinto alle risorse di un mondo coerente, compatto; un poeta e una poesia monacale, claustrale, un’avventura solitaria fedele ai suoi perimetri. Giocata tutta sulla tensione. E dove ogni cosa accade una volta e per sempre, irreversibilmente, potremmo dire “grecamente”. Perché in effetti fin dall’esordio di Iride incendio, e poi più distintamente con Sorteggio[1], Lorenzo Chiuchiù ci ha abituati a uno sguardo presocratico, sapienziale, più vicino ai guizzi e alle accensioni degli ardui moniti eraclitei che non alle raffinate scepsi dialettico-forensi della polis platonica. E un tale sguardo, così antico e inattuale, come testimonia l’esperienza di Chiuchiù può trovare oggi solo nelle lente distillazioni di una lirica asciutta e visionaria una direzione e una voce commisurate alla sua forza arcaica, elementare. Continua a leggere

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Martine-Gabrielle Konorski, “Une lumière s’accorde”

Martine-Gabrielle Konorski

Le sommeil s’éloigne
seulement pour infliger
l’assourdissante battue
de la pendule
Consciences anachroniques
embuées de paroles
dans les ruines du corps
suspendu à nos heures.

(Martine-Gabrielle Konorski)

Il sonno s’impone
va via solo per infliggere
il battito assordante
del pendolo
Coscienze anacronistiche
appannate di parole
tra le rovine del corpo
sospeso alle nostre ore.

Continua a leggere

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