Opere Inedite, Mario Benedetti

Oggi a Opere Inedite leggiamo la poesia di Mario Benedetti. Un poeta già affermato nel panorama della poesia italiana del secondo Novecento di cui ho scritto in questo blog qualche tempo fa quando è uscito il suo libro Materiali di un’identità (potrete rileggere cliccando qui).

Mario Benedetti mi scrive una nota sulla poesia che riporto fedelmente, integralmente e volutamente, senza alcun commento: “Riesco a scrivere soltanto una breve nota perché la condizione del poeta e della poesia merita una riflessione lunga, complessa di cui possiedo unicamente barlumi offuscati. Premetto che non posso ritenermi uno scrittore già bellamente avviato ad una carriera, a qualunque livello essa sia considerata. Potrei riconoscermi un poco nelle biografie del poeta russo Sergei Esenin o dell’artista figurativo Alfred Kubin: diciamo grandi ‘talenti’, e poi grandi risultati, loro di certo, irregolari. Io, nella mia misura, ho avuto una inclinazione diciamo “nascosta’, troppo precaria e ‘sofferta’ per cui sento che potrei smettere davvero di scrivere. Oggi dubito di tutto.
Rispetto alla crisi della parola poetica, o della parola tout court, tutto questo è il problema nodale. La poesia, cioè la scrittura in versi incentrata sul valore della parola, la sensibilità per la parola nel suo respiro ritmato dai versi, vive nell’incertezza sia interna al suo fare sia rispetto al suo status sociale davvero in crisi. Tuttavia tale situazione non inficia la possibilità di esprimere ancora universi importanti, almeno lo spero. Credo che però occorrano mutamenti di carattere sociale e un profondo ripensamento circa l’intero ambito espressivo chiamato ‘poesia’.”

di Mario Benedetti

———

Anni che non dovrebbero più, ore che non dovrebbero
prendermi i giorni, le settimane, i mesi. Il tempo
portato addosso, il sosia a cui chiedo di aiutarmi.

Con la sedia di mio padre gioca la bambina che non conosco.
Adesso è sua. Gioca con quelli che diventeranno i suoi ricordi.

Tutto è una distanza sola. Le fermate sono da rimettere a posto.
Sollevare dei pesi, deporli. Lo sguardo s’iscurisce nella forma
di una porta marcita dove abita una signora anziana da sola.

Il sosia ascolta mia madre non morta, parla di mio fratello
o gli scrive. Pensa al protrarsi della vita che mi sopravvive.

———

La strada

Le parole sono nelle storie che mi hai fatto vedere.
Quanto non è mai visto, e quanto non si dice oggi!
Va avanti fidandosi il corpo cieco e obbligato a stare.

Quanto è troppo scontato vivere e troppo scontato morire!

La tua mano non cerca i funghi.
La tua mano si è chiusa gli occhi con i cerotti.
Lo vedi? Cosa si può fare?

———–

Il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità
commossa, i suoi luoghi intimi antichi, la mia storia.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Gli ospedali non hanno corsie. Dal cimitero dei cani
vicino alla discarica di Limbiate escono i morti al guinzaglio.
Non si addensa nulla, si disperde al telefono il mio petto.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Sei solo stanco, ripete, una voce qualunque.

——–

L’ansia nel verde
Il respiro dentro è come fuori il vento,
così senza le ossa e la pelle
cosa si può essere, ha pensato
questo è lo sguardo che ha la mia vita,
ha pensato nel silenzio del fiato
dentro quello sguardo oltre quella vita.

——–

Mario Benedetti è nato a Udine nel 1955. Vive a Milano. Ha pubblicato le raccolte poetiche I secoli della Primavera, Sestante, 1992; Umana gloria, Mondadori 2004 e Pitture nere su carta Mondadori 2008; il testo composito Materiali di un’identità, Transeuropa 2010. Ha tradotto il volume antologico delle poesie di Michel Deguy, Arresti frequenti, Luca Sossella, 2007. Ha curato l’antologia di racconti Bloggirls – Voci femminili dalla Rete, Oscar Mondadori, 2008. Collabora all’ Almanacco dello Specchio, Mondadori.

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Commenti (9)

  1. Questi splendidi inediti confermano ancora una volta che non c’è e non ci sarà mai più un poeta della levatura di Mario Benedetti.
    Da quando, quasi trent’anni fa, apparve la sua prima plaquette di poesie e prose poetiche fino alle “opere inedite” che leggiamo qui, niente ha attraversato e segnato la poesia italiana come la discrezione e insieme la dirompenza dei versi di questo autore. Partendo da alcuni punti di riferimento comuni ad altri poeti della sua generazione – riferimenti come Paul Celan, Rainer Maria Rilke, Sergej Esenin e Franco Fortini – e senza tralasciare la lezione di alcuni “maestri” più facilmente dimenticati (come Carlo Michelstaedter e Beppe Salvia), Mario Benedetti ha elaborato un tipo di poesia precedentemente sconosciuto in Italia, una poesia in cui silenzio e parola strappata al silenzio, gioiosa liricità e prosaica rinuncia al dire convivono e si combattono costantemente entro la cornice della pagina bianca (e a tal proposito gioverà ricordare che sono assolutamente inediti tanto l’approccio quanto gli esiti delle ‘Pitture nere su carta’, dove la parola viene lavorata come se fosse una macchia di colore, raggiungendo risultati espressivi paragonabili a quelli di un’opera figurativa che sia anche dotata di voce: «Erano le fiabe, l’esterno./ Bisbigli, fasce, dissolvenze.// L’esterno dell’esterno/ qualcosa ascolta.// Qui./ Oh»).
    Ma Mario Benedetti non è solo il poeta-scrittore che silenziosamente, mentre i suoi colleghi discettano del proprio libro nelle librerie, compone versi destinati a restare nella letteratura italiana; è anche il poeta-uomo che non ha paura di mettersi in gioco, di inviare le proprie poesie a “Opere inedite” e di confessare apertamente: «Io, nella mia misura, ho avuto una inclinazione diciamo ‘nascosta’, troppo precaria e ’sofferta’ per cui sento che potrei smettere davvero di scrivere. Oggi dubito di tutto». Ritroviamo qui quella stessa semplicità e sincerità con cui nei ‘Materiali di un’identità’ l’autore riferiva il suo sapere e il suo non-sapere, i suoi limiti e la sua illimitatezza, e rivelava i fili che tengono insiemi i versi delle sue poesie, facendoci dare un’occhiata alla sua bottega di scrittore o, talvolta, alle sue stanze private. E proprio i ‘Materiali’ sono un esperimento straordinario, un’opera mai tentata prima in cui sono mescolate le tipologie testuali (saggio, prosa d’arte, autobiografia, poesia) e raggruppate tutte le coordinate necessarie (i poeti, i filosofi, la scienza, la musica metal, le proprie esperienze, le «proprie date», per dirla con Paul Celan) così da individuare e trattare in modo totalmente nuovo argomenti che pure sono stati temi centrali della letteratura del secolo scorso (l’identità, il corpo, la finitezza umana, la capacità di significare, ecc.).
    Nei testi inediti qui proposti Benedetti recupera il verso lungo, che però non si sviluppa – come accadeva in ‘Umana gloria’ – in una sintassi narrativa; piuttosto l’andamento metrico si concilia con le frasi monoproposizionali che si addensano nelle ‘Pitture’, ma senza approdare come lì in un periodare estremamente brachilogico o in uno stile nominale. Qui il dettato è limpido, sereno. Il poeta affronta i suoi temi più importanti (lo sguardo, la memoria, i luoghi e gli oggetti come parti costitutive dell’identità) con un’ottica nuova, in parte anticipata da alcuni testi più recenti che sono racchiusi nella sezione ‘Biosfere’ dei ‘Materiali’. Il tono è quello di chi, rassegnato e rasserenato insieme, accetta la frammentarietà dell’esistenza; è il tono di chi sopporta la stanchezza, la consapevolezza del «non essere tutto», secondo le parole di Georges Bataille che lo stesso Benedetti cita all’inizio dei ‘Materiali di un’identità’: «Non siamo tutto, anzi, in questo mondo abbiamo solo due certezze: di non essere tutto e di morire». Se è vero che non siamo tutto, possiamo lasciare che gli altri si prendano dei pezzi della nostra identità e con questi se ne costruiscano una propria; e allora ecco che «con la sedia di mio padre gioca la bambina che non conosco./ Adesso è sua. Gioca con quelli che diventeranno i suoi ricordi»: versi che proseguono la pacifica rassegnazione espressa in ‘Biosfere’ di fronte al tempo che cambia le cose e che tuttavia non esita ad arrotolarsi su se stesso nei cortocircuiti della memoria: «Perché sto dov’erano, dove potevo anche io/ come ora sto, ma è l’ombra di un anno, il 1960, che è anche il 2009./ Così diversi. Così uomini e donne nel loro paesaggio vedono,/ sentono. Non posso più scrivere di quelle vite, le scomparse, questo/ nascere sempre, e sempre diverso, e diversamente finire. Finiti, dimenticati dal tempo che non è uguale./ Non posso scrivere di un giallo che mai riconoscerete, non leggete più». È lo stesso stato d’animo con cui il poeta scrive oggi di «anni che non dovrebbero più, ore che non dovrebbero/ prendermi i giorni, le settimane, i mesi. Il tempo/ portato addosso, il sosia a cui chiedo di aiutarmi». Si tratta di una rassegnazione scoperta, sperimentata, pagata a caro prezzo («Il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità/ commossa, i suoi luoghi intimi antichi, la mia storia./ Le parole hanno fatto il loro corso»; «Va avanti fidandosi il corpo cieco e obbligato a stare»), una rassegnazione che tuttavia non impedisce al poeta di indicare «il problema nodale» («Le parole sono nelle storie che mi hai fatto vedere./ Quanto non è mai visto, e quanto non si dice oggi!») o di aprire uno spiraglio alla speranza, a una possibile soluzione («La tua mano non cerca i funghi./ La tua mano si è chiusa gli occhi con i cerotti./ Lo vedi? Cosa si può fare?»).
    Come si evince da questi pochi esempi, si tratta di poesie fortemente coese per stile e temi, e coerenti con l’ultima produzione dell’autore; sono testi capaci di comunicare, nonostante la «crisi della parola poetica», più di quanto abbia fatto buona parte della poesia italiana negli ultimi vent’anni. È per questa ragione che noi lettori non possiamo far altro che aspettare con ansia che l’inclinazione «’nascosta’, troppo precaria e ‘sofferta’» di Mario Benedetti ci porti in dono un nuovo libro di versi.

  2. Gentile G.
    lei ha scritto una splendida recensione a queste Opere Inedite di Mario Benedetti.

    Non capisco, tuttavia, perchè abbia scelto l’anonimato. Sarebbe interessante sapere qual è il suo nome, per poter meglio interloquire con lei. Di sicuro, la sua è un’ ottima lettura dell’opera di un poeta ancora così giovane (Benedetti è nato nel 1955) ma già così ‘segnato’ dall’esperienza della poesia.

    Posso confermarle che Benedetti ci consegnerà un nuovo libro di poesie. Presto, arriverà presto.

    Grazie per il suo commento.

  3. Ha ragione, gentile Luigia. Ho commesso un errore imperdonabile per chiunque intenda affrontare la parola poetica: ho evitato di nominare (in questo caso me stesso): un atto fondamentale in una forma artistica come la poesia, dove il segno (la parola scritta) deve manifestare con rigorosa precisione la natura individuale delle cose; proprio cogliendo l’individualità, facendo esperienza attraverso le parole del poeta, il lettore può permettersi l’operazione mentale dell’astrazione e approdare così all’universalità.
    D’altronde lei stessa, cara Luigia, ci ha ricordato nei suoi versi l’urgenza e la gioia di dare un nome a qualcuno o a qualcosa, di poter pronunciare quel nome: penso alla serie ‘L’asse del cuore’ («tu chiamato / tu qui, alla guancia /senza palpebre […]») e alla raccolta ‘La nascita, solo la nascita’ («a te che hai il compito di nominare/ fiori, alberi, animali e cose tutte/ a te che dichiari il nome nostro/ là dove tutto sembra nascondersi»; «quel vento che non riesco a pronunciare»). Tra l’altro, è curioso che il titolo della silloge apparsa sull’‘Almanacco dello Specchio 2008’ figuri, per un refuso (almeno nella copia in mio possesso), con il titolo ‘L’asso del cuore’ (anziché «asse»), il che rimanda involontariamente, ancora una volta, all’importanza cruciale della parola, e mi riporta alla mente la ventiduesima delle ‘Trentadue variazioni’ montaliane, dove il poeta – partendo dalla forma erronea con cui è apparso in numerose edizioni a stampa un verso di ‘Among School Children’ di William Butler Yeats (invece di «Solider Aristotle played the taws», cioè «Il più solido Aristotele prendeva a frustate», si leggeva «Soldier Aristotle», cioè «Il soldato Aristotele») – giungeva ironicamente a considerare quale ruolo rivesta il rapporto significante-significato nell’approccio del lettore al testo: «Mi sembra certo che la correzione [del verso di Yeats] abbia giovato alla migliore intelligenza del testo. Ma forse non sempre è così. A volte l’errore è mentale, appartiene al lettore, il quale poi, informato della ‘coquille’, resta deluso e continua a pensare al testo nella forma sbagliata. Un poeta di mia conoscenza [lo stesso Montale in ‘Falsetto’] scrisse: “Esiti a sommo del tremulo asse” (si trattava di una tuffatrice ritta sul trampolino) e il compositore scrisse: Esisti a sommo eccetera. Molti lettori preferirono la forma errata giudicandola più… esistenziale.
    A proposito di ‘coquille’ che vuol dire conchiglia e anche refuso. In una pagina di Gide cadde la lettera ‘d’ e la parola significò ben altro. Probabilmente, trattandosi di Gide, pochi lettori si avvidero del guasto».
    Questo lungo preambolo (di cui mi scuso) serviva a dire che, conscio del mio errore, vi rimedio sùbito: mi chiamo Giorgio Meledandri e sono un giovane appassionato di poesia. Scrivo versi miei e leggo con entusiasmo, talvolta con gioia, versi altrui. La ringrazio sinceramente per aver gradito la mia interpretazione di questi inediti. Quanto alla sua penetrante analisi dei ‘Materiali’, l’avevo già letta e apprezzata al punto da interiorizzarla, così come apprezzo la sua iniziativa delle ‘Opere inedite’ (dove trovano spazio anche giovani quali Lorenzo Caschetta) e, in generale, l’omaggio che rende alla poesia con questo blog (ricca di spunti e tutt’altro che scontata, per esempio, l’intervista alla Spaziani).
    Le sono grato anche per avermi rassicurato riguardo alla futura uscita di un libro di Mario Benedetti: credo che il panorama della poesia italiana contemporanea, per porre le basi di un processo che porti al «profondo ripensamento circa l’intero ambito espressivo chiamato ‘poesia’» auspicato dal poeta, abbia bisogno innanzitutto di ottimi volumi di versi che fungano da strumento di orientamento per le generazioni future, e sono certo che i libri di Mario Benedetti non possono che essere tali.
    Un caro saluto, e grazie per l’attenzione dedicatami.

  4. Caro Giorgio Meledandri,
    Sono felice che lei abbia sentito il desiderio di uscire allo scoperto rivelando il suo nome. La sua attenzione alla poesia contemporanea mi meraviglia. Lei riesce a farmi credere che non è tutto vanamente perduto, mi fa pensare che davvero oggi vi è una nuova generazione che desidera affratellarsi con la libertà, la libertà di desiderare.

    Tale libertà si accentua nella parola scritta, che chiede di essere ascoltata e riconosciuta. La parola scritta “che si fa poesia”, in assenza di una legge etica, di civiltà, diviene dunque, espressione di una legge di libertà.

    Grazie per quanto scrive su Mario Benedetti. Sono anch’io certa che la sua poesia rimarrà, e le sono grata per averlo sottolineato. Grazie per l’attenzione che dedica a questo blog.

    Velocemente le rispondo in relazione alla mia silloge “L’asse del cuore” uscita sull’Almanacco dello Specchio 2008. “L’asso del cuore’ (anziché «asse»), è proprio un refuso apparso su tutte le copie dell’Almanacco stampate quell’anno. Lì per lì me la presi molto, ma poi mi resi conto che ci sarebbe stato il tempo di “correggere” e far diventare la “o” una “e” (la mia copia è stata corretta da subito a penna).

    Caro Giorgio, ci sarà dunque tempo per restituire a quel poemetto, il “centro” del suo significato originario.
    A presto
    Luigia Sorrentino

  5. Good evening,
    I am happy because I have seen your pictures of water paintings of Alfred Beau from Morlaix in Britany.I look always on Google
    for news about Beau and I discover your Blog.
    I collect every things about him,paintings,photos,faiences.
    I hope to write a study about this wonderfull artiste,photographe and painters on faiences in Quimper between
    1875 to 1907.
    Do you have others paintings ? I think that I had painted then
    when he was young.I don’t know this time of his life.Some years ago,I have gone in Milan.I like very much the city.
    How do you have this paintings ? and when ?
    I hope that my message arrive to you.
    Marc-Antoine Ruzette from Belgium
    Best Regards
    Gratia mile

  6. Pingback: Un’indagine sul presente #21 – Poesia | 404: file not found

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