Mark Strand e Edward Hopper

Nello scaffale
a cura di Luigia Sorrentino

Un grande poeta e scrittore americano, Mark Strand, (cliccando qui potete vederlo in una video-intervista di Luigia Sorrentino) premio Pulitzer per la poesia, legge trenta famosi quadri di Edward Hopper, il pittore americano per antonomasia, nella traduzione di Damiano Abeni. Vengono così ripercorsi nel libro, gli scenari più intensi della mitologia statunitense moderna: distributori di benzina, strade, spazi urbani, ferrovie, locali notturni, camere d’albergo…
La dimestichezza che si ha con la materia figurativa trattata da Hopper ha fatto sì che questo artista venisse costretto, superficialmente, dentro etichette limitative. Così è accaduto sia sotto il profilo storico, come quando si è voluto rinchiudere Hopper entro la definizione di «realista americano», sia sotto il profilo tematico, come quando se ne è voluto fare, incontrovertibilmente, l’«artista della solitudine e dell’alienazione».
Mark Strand, le cui poesie si muovono su un terreno mentale e affettivo assai simile a quello di Hopper, supera di slancio questa visione e ci porta nel cuore dell’opera del pittore.
Con la sua scrittura nitida, meticolosa e insieme allusiva, densa ed evanescente, Strand espone ciò che rende le scene, gli spazi, le persone della quotidianità raffigurati da Hopper così commoventi e indimenticabili. «Io credo che i dipinti di Hopper trascendano l’apparenza dell’hic et nunc e collochino chi li osserva in uno spazio virtuale in cui predominano l’influsso e la sovrabbondanza del sentimento».

 

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XVIII.
Stairway, 1949
Scala

Gran parte di ciò che avviene dentro un dipinto di Hopper pare essere in relazione con elementi dell’invisibile regno oltre i suoi limiti: persone che si protendono verso un sole assente, strade e ferrovie che continuano verso un punto di fuga che può solo essere immaginato. Eppure, spesso Hopper colloca nei suoi quadri l’inarrivabile.
In Scala, un dipinto piccolo e misterioso, guardiamo giù lungo delle scale e attraverso una porta aperta vediamo un oscuro e impenetrabile ammassarsi di alberi appena oltre la soglia. Dentro la casa tutto dice: “Andate”. Fuori tutto chiede: “Dove?” Tutto ciò per cui la geometria del quadro ci dispone ci viene oscuramente negato. La porta aperta non è il passaggio innocente che collega l’interno all’esterno ma un gesto paradossalmente architettato per trattenerci dove ci troviamo.

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Damiano Abeni, nato a Brescia nel 1956, è medico epidemiologo e conduce una intensa attività di ricerca clinica, riassunta in più di 100 articoli scientifici apparsi su riviste scientifiche internazionali (per una lista parziale di queste pubblicazioni cercare “Abeni D” sul sito PubMed.
Traduce poesia americana dal 1973, quando vinse una borsa di studio che gli ha permesso di studiare un anno in Arizona. Collabora con numerose case editrici e riviste letterarie, e fa parte della redazione di Nuovi Argomenti. È cittadino onorario della città di Tucson, in Arizona, e di Baltimora nel Maryland, per meriti culturali. Vive a Roma, vicino alla chiesa di San Clamente, con sua moglie, la poetessa Moira Egan.

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