Opere Inedite, Gianni Scarparo

Opere Inedite
a cura di Luigia Sorrentino

Pubblico per Opere Inedite 17 poesie di Gianni Scarparo, una delle vittime dell’alluvione a Roncajette di Ponte San Nicolò nell’ottobre del 2010.  Gianni è la dimostrazione vivente di come può improvvisamente cambiare la vita di un uomo, di una donna, di fronte a un evento traumatico che segna indelebilmente la propria storia personale.  I suoi versi sono testimonianza, impegno civile, uno dei principali valori della poesia.

“Mi chiamo Gianni Scarparo sono nato a Bagnoli in provincia di Padova nel 1961. Sono venuto ad abitare con mia moglie Fabiana proprio qualche mese prima dell’alluvione a Roncajette di  Ponte San Nicolò sulle sponde del Bacchiglione, un borgo contadino sospeso ancora chi sa per quanto nella campagna, con la città che preme inesorabilmente alle porte.

Sono per formazione un ingegnere elettronico e non ho mai pubblicato alcunchè.

Cercando del materiale su Raboni sono incappato nel vostro sito. Vi invio alcuni versi sull’alluvione del Novembre 2010 che come tante altre ha invaso anche la nostra nuova casa, lasciando oltre alla muffa e al fango, il ricordo di un passaggio all’inferno.”

di Gianni Scarparo

1
L’acqua sviscerò dal ventre della terra
come sangue infetto, il fiume scatarrò
il dì dei morti, il suo fango putrido
sui campi di insalata, le stalle
gli orti. La mano gelida dell’onda
accarezzò le recinzioni, abbracciò i muretti
insalivò le pietre dilagando
tra i giardini dorati come peste liquida.
A colpi di lingua aggredì le imposte
i bianchi intonaci
a difesa di ordinate cucine
di camerette pulite , violò
i luoghi familiari dell’attesa, impaludandosi
nei salotti ancora caldi, spegnendone
per sempre i fuochi.
Nella penombra delle sirene
prese d’assalto le biblioteche .

I cani, i più fortunati, si allontanarono

a tempo, strappando a morsi la catena
i gatti impauriti raggiunsero a balzi
i piani superiori, allungando incuriositi
oltre l’angolo il muso
le vacche perirono sott’acqua
aggiogate alle mangiatoie con il petto
stracarico del latte destinato alle mense.
Le case idropisiache gemettero
per giorni prima di essere liberate
e già i ragni impazziti assediavano
a stormi le absidi dei loggiati
che le barche traghettarono le tramortite
anime all’altra riva: i proprietari
gli affittuari i da sempre nati
e gli appena giunti a Roncajette
accolti il giorno prima dal prete
in pompa magna , ma accomunati
alla perdita dall’urlo delle sirene
che spazzarono la carne quella notte
da cima a fondo, recando il fulmine
in ogni angolo del viso.

2
Nella piazzetta antistante le abitazioni
Il prete ebbe un che di riguardo
nell’augurare ai nuovi giunti
il benvenuto –se anche di poco
la piena l‘aveva preceduto
cosi che le case furono ex post
benedette, levato con la destra
l’aspersorio, dimenticate le colpe
rimessa l’acqua all’acqua.
Furono giorni in cui
i corpi degli animali morti
vennero rimossi dai campi
e i bidoni di olio nero naufragati
tra gli stocchi ricoverati nelle riservette:
ordigni micidiali quelli!
sganciati dal Roncajette e rimasti
obliquamente in bilico tra i solchi
avvelenati tanto che in lontananza
se ne intuiva ondeggiare minaccioso
il profilo.
Ogni casa, mestamente, davanti
all’ingresso svuotava le proprie stive
allargando a malincuore gli armadi scoppiati
i divani sudici, gli scheletri delle cucine
spolpate dall’alluvione e riuniva
il tutto in cataste cimiteriali
incoronate all’ ultimo, nell’attesa
di essere quanto prima smaltiti
da un videoregistratore, un televisore
rotto.
Lo sgombro avveniva di notte
in un battibaleno, le cose sottratte
agli sguardi familiari da robusti operai
il giorno dopo mancavano un po meno .

3
Prima ancora dei parenti, uomini e donne
mai conosciuti suonarono alle porte
con le stesse amorevoli mani
che avrebbero poi generosamente
offerte in quei lavori – perfino i più indecenti
che neanche in casa propria…..
Ma non furono le mani, furono
I cuori a sostenere il peso…..
Chi raccolse a una a una
dall’acqua le monete
per consegnarle
lucide più di prima
al ricordo delle teche
chiese di poter asciugare anche i vetri
– sempre che non fosse disturbo.
Si passarono così in rassegna
con gli stracci e i saponi
le ceramiche azzurre, i bizzarri
servizi da tè riportandoli all’asciutto
splendore del lunedì
prima che il limo finissimo
ne colmasse piegandoli
i colli slanciati, gli orli preziosi.

4
Dagli scantinati fu ripescato un pesce gatto
con i baffi impomatati di vernice
Chiedere se fosse felice non vale la pena
comunque non glielo chiese nessuno

5
Davanti alle sponde gendarmi schierati
più da vicino si mostrano agli occhi
per quel che sono, canne ingiallite
di esiguo canneto, scosse da un gelido
vento di tramontana, l’inverno le ha fatte
più magre, sfibrato i gloriosi pennacchi
allargati i ranghi al punto da intravedere
oltre la serie dei fusti allacciati
frusti spezzoni di argini in pena
che la recente piena ha condannato
a una interminabile convalescenza
a ricadute preoccupanti su se stessi
e a nessuna mirabolante risalita
come se potessero, senza la mano dell’uomo
tornare a essere forti, non dico torti
qual erano stati un tempo semplicemente
perché nati così, ora che lunghi e dritti
senza una minima curva che li rallenti
nella corsa ingaggiata con l’acqua a far danno
si ostinano in questa fine di anno
horribilis a presentare il conto
al sindaco, alla regione, allo stato
che già dicono rari gli spiccioli da impegnare
– se non di passo, con una mano dando
con l’altra negando la necessaria
riparazione, è questo l’asso
che fa del promettere in televisione
lo sport nazionale, tanto è l’umore basso
e impoverito che alla finta lusinga non resiste
anche gli accorti orecchi lesti a smascherare
le Pizie d’occasione alla lunga si lasciano
ammaliare dal canto delle sirene
che è canzone dolce da abbracciare.

6
Dove ci porta questa rotta
storta, questa porca sorta
di penitenza senza colpa
tanta gente morta almeno
nel cuore, stretta nella morsa
dell’acqua sporca
a confrontarsi con i muri gonfi
ad occuparsi dei cenci lerci
a maledire la memoria corta
che ci ha costretti anche stavolta
con le gambe aperte e la faccia
lievemente stravolta
incisa nella fronte
rivolta a terra
a fissare i cerchi liquidi
sul pavimento.

7
Collocata la palla sul disco improvvisato
che poi era lo scarico dell’acqua di grondaia
a turno gli atleti celebravano nell’ ammattonellato
del cortile il rito semiserio dei calci di rigore con la gaia
disposizione dei ragazzi che pensano il mondo
ai loro piedi e di poterlo con l’effetto
indirizzare a piacimento così da ingannare sullo sfondo
il portiere che ha già preso posizione e poveretto
si è lanciato dritto da tutta un’altra parte.
Poi la piena inondò ogni cosa confondendo ad arte
i tracciati in gesso delle porte.

8
La processione ai luoghi della piena
prese il via alle sette di mattina. Chi
nottetempo si ritrovò sfollato
a ritroso percorse la via crucis
verso casa con la tenue speranza
di rivederla intatta. Fu allora che
agli ingenui si presentò davanti
l’orrendo squarcio aperto nella riva
da cui la lingua d’acqua prese il largo
con furia asimmetrica noncurante
dei templi costruiti dall’uomo
e apparve a tutti il rio qual era
fiume gigantesco a forza costretto
sotto la volta celeste.
Intanto sotto il peso del mondo
l’inverno annegava in sottofondo
anche la primavera si confuse
con l’inferno, la bellezza scricchiolò
gemendo oppressa dall’incredibile
giogo d’acqua, nonostante tutto
sopravvivendo.

9
Dopo i primi stenti
i giorni recuperarono in parte
l’assetto ordinario. Anche le ore
schiacciate in un vitreo mortaio
ripresero la forma del tempo
i gironi del domestico ade
scacciati i diavoli
e ripuliti per bene dal fango
si aprirono nuovamente agli incontri
conviviali, le cene dopo i pranzi.
I movimenti della prim’ora
per cerchi concentrici
si allargarono a tutta l’abitazione
con un fare più ordinato
fuori dai confini dell’immediato agire
con la netta intenzione di uscire
quanto prima dall’emergenza
facendo buona scienza della disgrazia
avendo lei fatto scempio di noi.

10
Il nastro abbarbicato tra il folto
del sambuco al principio dei due rami
più alti è il primo che s’incontra
sulla strada venendo dal versante
meno ripido dell’argine
di una serie infinita di curiosi
gagliardetti che per lo più sono
stracci per il resto indistruttibili
sacchetti trasparenti consegnati
dopo l’uso alla deriva dei venti
che la corrente ha radunato
a pelo d’acqua sugli spalti
per assistere dopo il fronte
storico delle chiuse cittadine
alla spettacolare ritirata
degli eserciti. Ancora abbandonati
sul campo i resti di improbabili
carriaggi, vecchie millecento
macchine lavatrici dalle dure
corazze resuscitate alla riva
per un’indecente riapparizione
dopo le improprie sepolture.

11
L’acquitrino che appena oltre la ringhiera
occupa la spianata dei giardini
stravolge il senso delle cose
e rimanda a un mondo primitivo
che non ammette strade, case
stazioni di servizio, esige
il silenzio invece di coloro
che hanno il vizio di speculare
a torto sui torti di natura.
Che non sia segno del destino
lo dimostra una semplice evidenza
che più che a un’ordalia si rifà
a una più congrua categoria
di causa ed effetto.
Se al fiume con eccessiva
noncuranza gli si disfa
il letto perchè sorprendersi
dunque quando si alza!
dove poi scende scende
con la stessa indifferenza!

12
Uomini dal ponte si alternavano
a coppie nel misurare il respiro
del fiume oltre il livello di guardia.
Tacca su tacca l’interno stantuffo
iniettava materia contro
le esili convessità dell’argine
assottigliandone la resistenza.
Allora invisibili mani si protendevano
sull’acqua con i palmi aperti.
Ma le mani dell’uomo hanno dita
troppo sottili, più adatte a una sonata
che a contenere la piena, possono
con maestria lanciarsi sulle corde
o accarezzare altre mani
non far diga alla furia.

13
L’ offesa è stata netta , l’acqua penetrata
nel torto stomaco della chiavica maledetta
e costretta a monte dalle liquide spire di serpente
in alto verso casa è risalita
al pari di una preghiera mai pregata.

14
Con gli stivali allacciati sul collo
ospiti al volo di un malandato
trattore che via via s’ingolfava
nel separare le acque limacciose
dalla strada ci fu anche chi tentò
di penetrare in casa semplicemente
per dar da mangiare ai gatti
scusandosi fin da subito con loro
per la parte assegnata
di improvvisati custodi dell’inferno.

15
L’annunciata valanga di ispettori
calò ufficialmente sul versante
delle umide abitazioni nel giugno
inoltrato, la guardia di finanza
a fare da apripista, inflessibile
nel compilare a modo l’orribile
inventario dei danni alle strutture
e quanti scrupoli ogni volta
nell’annotare in calce la sterile
somma delle fatture omettendo
con pari cura la lista delle fratture
più profonde inferte dall’invasione
del fiume nella privata proprietà
dei corpi, le perdite secche
nella memoria personale
e inconsolabile tra tutte
la rovina ultima dei manoscritti
giovanili con le date dei primi
appuntamenti ufficiali, di quelli
coronati da un bacio semiserio
estorto con un trucco della bocca
sulla bocca, di quelli andati a vuoto.
Poi le cucine! le sale da pranzo
i telai malridotti delle porte
che al pari di dentiere tolte
lasciavano intravedere la vacua
inconsistenza della struttura!
E infine anche la lavatrice!
irrimediabilmente segnata
dalla linea di cicatrice
dell’acqua sporca

16
Tranquilli! sentenziarono gli esperti
la casa è costruita come una pianta
che nel tempo mette radici
per durare oltre la vita di un uomo.
A loro e a nostra insaputa giaceva
invece su palafitte fragili
questo il fatto nuovo
da tramandare alle generazioni
dei nipoti quando la rotta inondò
i giardini e i nostri tappetini di juta
impigliati tra i rami del frassino
con le loro scritte augurali
se li portò la piena alla deriva.

17
Anche dopo le amorevoli cure
le fasce strette sull’ala ammaccata
che nello scontro inatteso col suolo
rimase offesa ma in modo non grave
se ora nuovamente poteva dispiegarla
al pari dell’altra sua gemella
nonostante i ripetuti tentativi
di farlo alzare in volo
nulla si potè per restituirlo al cielo.
Mai che qualcuno da solo a solo
gli si fosse avvicinato per chiedergli
davvero in qualche modo
se avesse voglia o no
di riprendere il volo.

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Commenti (9)

  1. Complimenti. Sono le poesie più toccanti che ho mai letto. Proprio perchè sperimentato in prima persona, capisco oggi parola… l’angoscia del vissuto, l’impotenza, la solidarietà, la forza del rinascere. Evento che ci trascino con l’acqua sporca.
    Grazie mille per compartirlo con qui riconosce, comprende, vive le tue parole, ma non è in grado de esprimersi di uguale modo.

  2. Complimenti anche da parte mia e delle persone a cui ho consigliato di leggere attentamente parola per parola, riga per riga……La tristezza, l’angoscia, l’amarezza è tanta, e come tutte le esperienze vissute in prima persona belle o brutte che siano vengono comprese e capite solo da chi le ha viste con i propri occhie toccate con le proprie mani. La vita sembra lunga ma il tempo scorre molto troppo velocemente, io vivo “giorno per giorno” e guardo sempre avanti,non è facile ma mi impegno!! Un forte abbraccio LUISA

  3. Ringrazio Luigia Sorrentino per lo spazio che ha voluto riservarmi nel suo blog al quale mi onoro di partecipare.
    Credo che la poesia,indipendentemente dal genere, lirico, sociale,etc, saltando ogni mediazione,sia ancora il luogo dove la lingua possa riuscire ad avvicinare la sostanza delle cose, se non proprio a dirla almeno ad accarezzarla, per quanto poi tragica, dolorosa o celeste possa poi questa rivelarsi. Questo svelamento, che sempre ci sorprende un poco, è il lasciapassare che introduce dentro il mondo, ci pone in contatto con la realtà stessa, al di là delle mille immagini riflesse o distorte che di fatto perdendosi in rivoli ne sviano la comprensione.

  4. SU LECTURA PERFORA EL ALMA.
    EXPRESA COMO NADIE EL IMPACTO DE UNA TRAGEDIA IMPREVISTA DANDO VOZ A LAS QUE POR MILLARES SE SUCEDEN EN UN MUNDO INDIFERENTE.
    FELICITACIONES GIANNI
    NATALIA BILO

  5. Caro Gianni,
    grazie a te. Naturalmente condivido il tuo pensiero: la poesia avvicina alla sostanza delle cose e rivela sempre qualcosa. “Fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza.” Riassumerei con questi endecasillabi danteschi il senso del rapporto tra l’uomo e la propria esperienza. E’ la conoscenza lo svelamento che ci introduce nel mondo.

  6. Tus palabras, llenas de fuerza, hondura y sentimiento, llevan al lector mucho más allá de la pérdida y circunstancia trágica que describen. Lo conducen hasta esa ‘tierra sagrada’ del alma en la que se decide la propia existencia, más allá de la ingobernabilidad de los acontecimientos. Hay momentos en la vida que marcan un ‘antes’ y un ‘después’, momentos que ‘sobrevienen’, que nos sorprenden y arrasan. Momentos que aún aniquilando pueden ser profundamente posibilitadores de la existencia si elegimos la disposición, el ánimo y la grandeza de alma que nos requiere la vida, por encima de toda circunstancia. Al leer tus versos uno se asoma a esa coyuntura del hombre, a esa circunstancia vital en que se nos detiene el tiempo o ‘se adensa’ ante la elección y el milagro. Es posible una ‘nueva creación’, es posible una nueva conquista, es posible retomar el vuelo de la esperanza:
    “Cuanto más alto subía
    deslumbróseme la vista,
    y la más fuerte conquista
    en oscuro se hacía;
    mas, por ser de amor el lance
    di un ciego y oscuro salto,
    y fui tan alto, tan alto,
    que le di a la caza alcance” (San Juan de la Cruz).

  7. Muy buenos los poemas.
    Me dan vergüenza por la forma y por el fondo.
    Por la forma, porque hay muchas palabras que no conozco.
    Y por el fondo, porque envidio esa sensibilidad para reflejar el drama humano que se esconde tras las aguas.

  8. E’un salto nel passato, negli anni ’80,dove rivivo la genialità del giovane “scarpa”. Vissuta veramente da vicino, tra una traduzione di latino, un capitolo di storia del mitico Giove e la geometria analitica.
    Due confinati in un buio salottino sommerso da libri.
    La calligrafia impossibile superata dal p.c. e la genialità letteraria superata dalla laurea in ingegneria elettronica. Voglio quindi vedere il bicchiere…..perchè limitarsi, la cisterna mezza piena con l’augurio che da un evento tanto terribile nasca la vera svolta. Ciao Antonio

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