Maria Grazia Calandrone, Premio Napoli per la poesia italiana

Maria Grazia Calandrone (nella foto di Dino Ignani) ha vinto il Premio Napoli 2011, Premio Speciale per la poesia italiana.

Maria Grazia Calandrone  poetessa, performer, autrice e conduttrice per Radio 3, organizzatrice culturale.
In poesia ha pubblicato: Pietra di paragone (Tracce, 1998), La scimmia randagia (Crocetti, 2003), Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005), La macchina responsabile (Crocetti, 2007), Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010 – premio Napoli), Atto di vita nascente (LietoColle, 2010) e L’infinito mélo, pseudoromanzo con Vivavox, cd di sue letture dei propri testi (luca sossella, 2011).

Arietta dei bambini

L’aria, la prima
che hai respirato, era aria di marzo e di mattina. Il sole
ardeva quieto nella sua onda
dalla finestra grande perché grande
era il cuore
e disinteressato
come il sole che appoggia la sua luce sulle acque del fiume
e naviga chiaro
fino al mare
dove lo spazio è tutto attraversato
da fischi di gabbiani e più niente
fa male. È bello custodire
l’aria nuova sul viso di chi nasce, con mani
umane conservare
sacro il sacro, fare l’aria più chiara dove tocca
il cuore, perché il cuore sia semplice e leggero
come un aquilone
e altre cose che vanno dalla terra al cielo.
Bello è dire farò quello che posso
e più di me, come tutte le altre sulla terra: prendi, vita
dalla mia vita
la tua innocente libertà.

*
13 ottobre 2008

— 

Tu dolore che sei tornato amore
*
Anche adesso che muoio per mano tua comincio
ad aspettarti come la prima delle successive fioriture.
Sul confine dei campi da zucchero aggancio le piastre
estratte
in profondità dal mio cranio di vergine perché hai voluto che con mani di vergine intrecciassi i capelli
a tutta
la rovina di luce mischiata alle rose
di campo che stava
sopra di noi ma io
non ero niente, ero soltanto un asino – eppure
dalle spaccature cominciavano a venire
intatti
fiori bianchi e un pallore
giallo fiammante: l’immortale, l’intera statura
di sole e gioia cadeva
con rovine in disparte come un guerriero che abbia appena abbandonato
l’armatura, il cigolio meccanico dei gambali
sull’assemblea fiammante
delle rose, sulla demenza bianca delle rose dove a tutto
si rinuncia: quello
che verrà trovato
allacciato
alla complessità dell’erba
spontaneamente prenderà il tuo nome, perché
sarà stato corroso e avrà ceduto come io ho ceduto nel tuo nome.

Il ragazzo sbucciava le albicocche nel caldo del camino.
Qualcosa nella forma della testa mostrava che le sue vertebre erano state incluse e allineate pensando al volo
e al profumo di mandria nelle corde
che lo trattengono
in tutti i punti di calma del corpo: il suo corpo – stelo e catino
di calore – era pronto
a reagire, ma si trovava costretto da una promessa e splendeva
dai fondamenti per la intensità del desiderio.
O anime che andate per il camino
sole come velieri, eravamo ricchi perché non avevamo
che questo, eravamo incisi
dalla bellezza. Noi potevamo
testimoniare. O amore che cammini sulle ombre, amore
che calpesti e t’innalzi
e riveli
con il viburno e il fiore di sant’Anna
forme sferiche
abrase, fai che io torni una qualunque luce
sulla sabbia gloriosa del suo petto, fai
che m’incanti – io corpo
immortale come chi ha consumato ogni rimpianto
per ritornare lauda.

*
Roma, 18 marzo 2009

sulle parole della venticinquesima – e ultima – vittima di un serial-killer la quale morendo ha pressappoco detto al suo uccisore: anche se tu mi stai facendo tanto male la mia anima ti aspetterà per compiere l’amore che adesso tu così stai rimandando.

— 

Tutta la fioritura (l’immortale)
*
Come sono sfacciate le rose come sono belle come sono
una efferata moltitudine le rose
ai confini del regno e sotto gli archi
dei paradisi le semprevive
rose – e diseguali
al cuore
disregnato perché
il cuore beve i fondi minerali
della pioggia e gli umori
beve
fino al bagliore della coppa – usura
con interesse altissimo il dolore
fino al lampo segreto
di chi non muore
più: l’immortale
viene nero e segreto come la rosa
dischiusa dai lamenti con la sua bocca
spoglia – slargato
fiore da giardino
con sedili di pietra e scolatoi
rosso e screanzato
fulcro
che disgiungi anche il sole
fermo sulle discariche e sui letti
al mattino, quando siamo più aperti e più chiari e
non crediamo alla morte ma ai colibrì
che tengono in vita le foreste
non crediamo alle docili evidenze ma alle inezie
a parole che sciamano nell’invisibile
destinate
a far splendere il cuore come un bagliore
d’oro nel petto di catrame degli scomparsi e in quello
splende l’oro maiuscolo del mondo – in quello
l’ovunque – in quello
il persempre, la promessa di tutte le rose
e il silenzio caduto poi dalle rose, il silenzio
di nessuno – solo
più amore, solo più rose, mia
deposizione, mia
rosa
immortale.

9 giugno 2009

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