Nadia Agustoni, “Il peso di Pianura”

Nello scaffale: Nadia Agustoni, Il peso di pianura
a cura di Luigia Sorrentino


Nadia Agustoni lavora in fabbrica, alle presse, alla catena di montaggio e scrive versi. Poesie che uno vorrebbe portare sempre con sé. Capita a volte, che alcuni, rari, poeti parlino una lingua che chiede di essere ascoltata, più e più volte, per non essere dimenticata. La poesia di Nadia Agustoni fa esattamente questo. I versi che scrive vengono da uno spazio più che da un tempo, ed è proprio lo spazio a dettare a Nadia la forma della poesia . Uno spazio in cui  il paesaggio è sempre più importante. Ebbene, la poesia di Nadia sembra rivelarci che anche quando lo spazio che occupiamo è sempre più esiguo, costretto, limitato, si può amare la vita, la si può amare di un amore immenso e respirare di gioia, di riconoscimento.  

Viaggio e poesia
di Nadia Agustoni

Fino a qualche tempo fa credevo di avere alcune certezze sulla poesia e sulla scrittura, ora invece c’è solo il viaggio e lo spazio dove le cose accadono, non tanto perché cercate e volute, ma perché lo spazio stesso sembra dettare le forme con cui la poesia mi viene incontro. E’ così che nella poesia degli ultimi due libri il paesaggio è sempre più importante e stare in questi luoghi, in questa pianura, in una periferia lombarda che è semi campagna con il suo corollario di fabbriche, tralicci e tangenziali oltre che terra solo in parte coltivata, fa si che veda come in realtà è più difficile oggi rendere abitabile questo mondo. Del resto il mondo bisogna prima amarlo e capire cos’è questo amore: per me sono prima di tutto i volti delle persone, questa nostra umanità fragile e tenace. Non si ama in astratto; se non c’è riconoscimento del volto perdiamo umanità, come succede con tutte le ideologie che vogliono salvare ogni cosa e distruggono la gente, fanno del male.

C’è qualcosa di struggente nello scrivere, e forse è sempre stato così, perché tocchiamo amore, solitudine e attesa e la poesia è dove qualcosa ci manca, dove lo spazio è soglia e il viaggio diventa la parola data all’altro e per l’altro, anche sapendo che non basta. Poi c’è la bellezza e veniamo sorpresi per questo inatteso nel tempo delle certezze e degli assolutismi, per la non opacità nel tempo delle ideologie e delle prigioni, degli esodi e dei lager, e per il pensiero quando nella sua profondità ci libera e ci indica lo scandalo della vita. Ho letto in Azar Nafisi di questa ragazza iraniana giovanissima che in prigione si dà coraggio ricordando le lezioni su Henry James e testimonia così fino all’ultimo la propria libertà di essere pensante. Uccidendola il regime non la appiattisce al minimo comune denominatore com’è per la massa acritica, non ne fa una semplice vittima, un nome ricordato dalle amiche tra altri caduti senza nome, perché resta di lei quella capacità di dare scandalo amando ciò che ti proibiscono di amare e c’è quel suo fare della rivoluzione non una questione ideologica, ma il prendere la propria libertà subito, fin dalle parole in cui leggere il mondo. Una lezione grandissima.

Dicono che l’arte non è democratica, ma nell’arte si respira qualcosa che ci rende così liberi e soli che tutto può nascere di nuovo in noi. L’arte crea fratellanza: essere vicino all’altro, moltiplicarsi creativamente e vedere in ognuno quella singolarità che ci fa pensare insieme Dio e l’uomo.
Quando ragazze come quelle di cui ci ha parlato Nafisi sono costrette al silenzio, non siamo di fronte alla parola che manca; sono loro ad averci ricordato che il silenzio apre le parole di ognuno, le prepara, ma prima parlano i volti e dove è possibile i gesti, come dividere il poco cibo nella prigione, ricordare insieme una lezione all’università e ricordare la ragazza stuprata dai carcerieri o consolare la bambina umiliata a scuola dai guardiani della morale. La dignità del silenzio, quando non si può parlare se non a rischio della vita, prepara le parole di domani e il loro significato ci sta insegnando, pur nel nostro lontano, la bellezza che nasce tra gli ostacoli ed è temuta perché ha cambiato un paese come mai prima aveva potuto fare la più affilata delle armi.

Parlo di queste cose perché non è venuto meno il mio interesse per altri modi di vivere; una ricerca, un viaggio (anche ma non solo con la poesia) sono prima di tutto vita e poi parole. La poesia ci sorprende nel movimento (ce lo ricordava Brodskij) e nello sguardo riconoscente: riconoscere gli altri e riconoscere noi stessi. Solo così le parole non tradiscono; riuscire a scrivere testimoniando e dal dentro delle situazioni (scrivere dei fatti spogli) senza cadere nella trappola del neorealismo e senza oblio della memoria, pur rimanendo interiormente liberi, credo sia un compito all’altezza della nostra intelligenza.

 

da Il peso di pianura di Nadia Agustoni (Lietocolle, 2011)

cosa vuoi che dica la polvere

i diari dell’olocausto mi fan venire in mente
edipo a colono con la giovane antigone
che da la mano a un cieco e nient’altro.
non una parola li segue, solo un vecchio
e sua figlia e i segni del vuoto intorno a loro,
lo spavento delle genti che in segreto
vedono la ragazza come un toro
e la corsa nella polvere con un dio che le urla dietro
di fermarsi: “è una ragazza, non può raspare la terra fino alle tombe”.
ma non capiva la sua risposta: “va via! la polvere
cosa vuoi che dica la polvere, qui viviamo,
qui moriamo, un dio non ci ha salvato (1)”.

.
(1 “un dio non ci ha salvato” è un prestito da Ultimo brindisi di Anna Achmatova)

***

non avremo più niente

i bambini di terezin nel silenzio maiuscolo
di nuvole immobili, dove è già accaduto
e accade per sempre mentre guardi, il giorno
vicino alla luce.
con nomi magri e tempo limpido di prati crescono:
“è stato ancora nascere
vedere in fila treni binari
l’heimat è un’aquila bionda e la pura lingua tedesca”.
l’appello è interminabile, sbatte
sul rovescio di finestre, nel ritorno del vento
e i cani corrono contro qualcosa
case e terra senza rumore.
laggiù i vivi hanno spighe, cercano nei volti
qualcuno amato e la pioggia ripete
il fiato si sgola: “non avremo più niente”,
dal mondo trapassano pietre, le mani
sono corteccia, nomi di betulle il bene:
una volta le parole erano la giubba dei re
ognuno viveva per vivere ognuno
chiedeva perdono molte volte.

 
***

labirinto

                      a Orsola Puecher

labirinto è la casa
scatola truccata le stanze
orifizio le finestre
ventre ogni angolo.
è una casa per perdersi
dove hansel e gretel
vanno dritti al punto
e ci spiegano una verità cruciale:
la predilezione degli orchi ch’è spartana
per i piccoli spazi
un loro sillabare ambiguo
che collega lo stesso all’uguale.
una teoria è la casa
di cose fin troppo note
e di altre che filtrano i nostri passaggi:
il salto mortale della lingua
quel bisogno di scalare il buio.

 

***

 

dev’essere la vita

dev’essere la vita
o un giugno di roghi per sterrati
cagne orfane di corse e tralicci
bambini di pane.
dev’essere nei piedi radice
anche a non saperlo
e raccolto di voci
più chiaro di luce.
dev’essere pronuncia
quel che io non pronuncio
e un bene senza speranza
l’unica preghiera.

***

sul ring

certo la pioggia bagna le cose:
c’è stella mortale a cui cresci
– rieccola – è miope
vuole il lontano granelli uno a uno
e un inizio di primavera.
ci sono stanze che sono universo
e sei solo parola e preghi
il temporale: “sii chiaro”.
la vita non ci nasconde, ma succede un frullo
all’improvviso separa l’aria ci illude
nella fine di aprile tra i rametti
nel poco dove vengono
i pensieri la finta del pugile
sul ring quando è solo
e sente fischio fame
grido di ragazzo e la fedeltà
come dolore come asciugasse voce
e rinunciasse al miracolo.

Nadia Agustoni (1964) vive e lavora a Bergamo.
Ha pubblicato per Gazebo Edizioni i seguenti libri di poesia: Grammatica tempo ( 1994) , Miss Blues e altre poesie (1995), Icara o dell’aria ( 1998), Poesia di corpi e di parole ( 2002), Quaderno di San Francisco (2004) e Dettato sulla geometria degli spazi ( 2006), Il libro degli Haiku bianchi ( 2007) . Nel 2009 è uscito per “Le voci della luna” Taccuino nero.
Nel 2011 sono usciti Il peso di pianura per LietoColle, il Pulcinoelefante Il giorno era luce e la plaquette Le parole non salvano le parole per i libri d’arte Seregn de la memoria.
Collabora a varie riviste ( QuiLibri, La mosca di Milano, L’area di Broca e altre) e a blog letterari.
E’ redattrice di LPELS ” la poesia e lo spirito”.
Sue poesie sono apparse nella riviste “Poesia” “Pagine”e in altre pubblicazioni.
Si è occupata in saggistica di Etty Hillesum, Elizabeth Bishop, Kazimiers Brandys, Cristina Annino, Patrizia Cavalli, Gianna Manzini.
Un suo scritto è nel libro: ” Aurelio Chessa, il viandante dell’utopia” Biblioteca Panizzi ( 2007).

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Commenti

  1. Struggente la poesia e frutto di una lucida intelligenza la prefazione. La quale, poi, scritta dalla stessa autrice dei versi, è davvero utilissima guida alla comprensione dei testi poetici. C’è la coerenza della spontaneità. Del talento puro.

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