Alvaro Mutis “Che cos’è la poesia?”

Riletture
a cura di Luigia Sorrentino

Alvaro Mutis
di Giorgio Galli

Alla domanda “Che cosa è la poesia?”, Andrea Zanzotto rispondeva: “E’ un fatto che accade, e mai il commento ad un fatto che accade”. L’opera di Alvaro Mutis sembra scritta apposta per contestare quest’affermazione: sembra non venire da nessuna parte, non avere precedenti né eredi, accadere. Ha il mix di barocco lussureggiante e di durezza tipico della più autentica anima spagnola. Ma le sue origini sembrano perdersi nella foresta pluviale. Però, accade. E allora val la pena di soffermarsi su questo suo accadere.

E’ stato scritto che quello di Mutis è un rito. Ma non un rito religioso. E nemmeno propriamente un rito magico. Un rito laico, allora? Nemmeno. Somiglia piuttosto a un esorcismo, a una seduta spiritica: all’evocazione d’una schiera di fantasmi, una formula sciamanica che fa venir giù a pioggia una caterva di elementi eterogenei, legati fra loro solo dall’intensità della visione.

La parola di un rito non ha bisogno d’artifici letterari: e difatti Mutis non ne usa, a parte certe interminabili anafore che però sembrano venute alla penna senza essere state cercate.

Naturalmente, il rito non può essere individuale, altrimenti somiglierebbe piuttosto a un disturbo ossessivo-compulsivo. Il rito appartiene al registro dell’epica. E il mondo di Mutis è un mondo di realismo magico tipicamente sudamericano, poco lontano da quello di Garcia Marquez. E’ un mondo corale. Ma in questa coralità spiccano gl’individui: perché Mutis è ispanico, sì, ma ha avuto un’educazione molto europea. E ciò dà luogo a un mélange, o meglio a un sincretismo, che è tutto suo, che rende la sua pagina inquietante e affascinante.

Diciamo la verità: inquietante e affascinante, e, a volte, squilibrata. Soprattutto nell’opera narrativa, l’irrazionalismo di Mutis, il suo scrivere senza canovaccio, “senza bussola” possono lasciare insoddisfatto chi comunque esige un minimo di coerenza costruttiva, un minimo di attendibilità psicologica. L’intensità della visione, il ritmo non sempre bastano. Ma non è facile raccontare un’intuizione lirica. Il problema di Mutis è che fa del racconto in poesia e della lirica in prosa. In qualsiasi lavoro si cimenti, rimane sempre uno scrittore ambiguo, così come ambigua è la sua famosa voce: scura di registro ma luminosa nel timbro, autoritaria ma dolce e musicale.

Il rito, dicevamo, è epico, è corale. E Mutis intende l’epica nel modo più antico: come un racconto d’avventure. Ma, siccome è un moderno, si contamina con la nostra epoca più volentieri di quanto non dica, le sue avventure hanno una strana affinità con quelle del Corto Maltese di Hugo Pratt, con cui condividono il sincretismo e il clima di catastrofe incombente. Siamo pronti a giurare che l’affinità è casuale, e che Mutis nemmeno conosce Hugo Pratt. Ma di sicuro Mutis esercita una strana attrazione sulla cultura cosiddetta non “alta”, e possiamo supporre che l’attrazione sia reciproca. L’amicizia con De André ne è un altro segno. Perché, dunque, codesto interesse per la cultura popolare? Essa attrae Mutis, forse, perché ha una dimensione corale più forte, perché si è depositata nell’inconscio e nell’immaginario collettivi. Forse non interessa a Mutis la cultura popolare in quanto tale -ed è un peccato-, ma la sua posa sedimentatasi nell’inconscio dell’umanità. C’è poi un’altra ragione: cioè che Mutis, borderline integrato e vincente, ama le avventure, i rischi, le sfide: proprio come il suo Maqroll.

Dicevamo del rito. Ernesto de Martino ha spiegato che il bisogno del rito, nelle società antiche -ma tout court in tutte le società- è legato alle crisi della presenza. Quando l’essere umano teme di star perdendo il suo orizzonte di riferimento, quando una grandine o un incendio o una sciagura, o l’aver subito un lutto o l’aver commesso una grave colpa lo fanno dubitare di se stesso e del proprio posto nel mondo, quando gli sembra di star perdendo la signoria sulla propria vita, quel controllo su se stesso e sul mondo che si usa chiamare identità, allora le società gli offrono il conforto del rito: che, mimando la catastrofe, la esorcizza e la sembra sconfiggerla di fronte all’intera comunità. Sembra soltanto, però, sconfiggerla: ché la catastrofe poi tornerà, anzi la società s’incarica di anticiparla ripetendo il rito a cadenze fisse, ogni anno, o ad ogni cambio di stagione. Ci si difende dal male istituzionalizzandolo.

Anche in Mutis il rito è legato a una crisi della presenza. Ma a quale collettività appartiene uno sradicato come Mutis? E’ chiaro: alla collettività di coloro che credono al valore della Bellezza. E a quale tradizione culturale? E’ altrettanto chiaro: a quella di tutte le culture. Il suo orizzonte rituale non è la comunità, ma l’universo. E’ l’intero umanesimo occidentale, ed anche orientale, a organizzare il grande rito per esorcizzare la crisi della propria presenza. E l’edificio della sua poesia è un gigantesco cimitero delle balene ove sono raccolti, un’ora prima del disastro, gli sfasciumi della Bellezza.

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Commenti (3)

  1. LA POESIA È

    La poesia è parola spogliata
    dal compromesso.
    È parola disincantata
    immune alla malia dei burattinai.
    Parola che si sottrae all’influenza
    degli inganni dei potenti.
    La poesia è verità
    oltre il poeta stesso.
    La poesia è poesia
    anche senza monumento.
    La poesia proprio perché vera
    crea nemici
    dal poeta mediocre
    al potente di cui mostra i disegni.
    La poesia non se la racconta
    e né la racconta
    non fa circolo e né amici.
    La poesia non rispetta nessuno
    nemmeno la vita del poeta
    che la partorisce.
    La poesia è scomoda
    è ingombrante
    non tollera mediocrità
    e né falsità.
    La poesia non è un dono
    ma pegno da pagare.

  2. Pingback: Alvaro Mutis: “Che cosa è la poesia?” | La lanterna del pescatore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *