Le parole che salvano

Nello scaffale
a cura di Luigia Sorrentino

Silvano Trevisani  “L’altra vita delle parole” Edizioni Nemapress
Dalla prefazione sl libro di Plinio Perilli
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(A Silvano Trevisani, con cui finalmente si ribalta, e forse si smentisce, la poesia melanconica, statica e romantica dell’immobile Sud…)
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La poesia del Sud, langue: langue e s’impausa, s’innarcisa in verità la poesia tutta, tra noia e malessere, ansie d’un moderno ineffabile, d’un futuro inattendibile – e nostalgie invece d’un passato che forse nessuno bene più ricorda, quanto fosse atroce, bolso di mille drammi… Langue perciò la poesia tutta, com’è ovvio . Ma quella del Sud, e che ci è stata cara, e molto lo è ancora – per le amicizie nuove e i debiti sensuosi ed effusi coi versi di Gatto, il miglior Quasimodo, l’estro di Sinisgalli, il sogno egualitario di Scotellaro, la follia lucida di Calogero, la follia nobile di Lucio Piccolo… – la poesia del Sud tranne rari casi, non esce mai dagli schemi, amministra lo stereotipo, con fiera o tenue compunzione sensibile… Chiede insomma a se stessa di esistere solo o quasi come ombra o parvenza, lacerto del possibile, sinuosa o effusa retorica.

Per questo mi ha stupito quest’ultimo libro (“L’altra vita delle parole” Edizioni Nemapress) di Silvano Trevisani (Grottaglie, Taranto, 1955) – o per meglio dire questa serie di poesie, questa produzione che è diventata libro forse senza nemmeno saperlo, all’inizio nemmeno volerlo…

Silvano Trevisani, ecco, se ne infischia altamente della retorica del Sud, e rischia, vive poesia sincera, caparbiamente radicata eppure sospesa, palpitante prima delle parole… Se in una cosa è bravo è appunto in questo mulinare sogni a occhi aperti e nostalgie da decantare, risanare… d’incanto! “Quando ti strinsi la mano / Con un certo distacco, / Sentii il mio cuore / Chiedermi di me.” – recitava Ferdinando Pessoa in una delle sue splendide Quartine di gusto popolare…

Ecco, è come se Silvano – in questi nuovi, dolci e fieri versi – parlasse al proprio cuore del proprio cuore: e solo dopo, ci parlasse di questo suo cuore… Sono tanti anni che Silvano Trevisani – maturo ma giovanile poeta – non libera le sue care liriche dai cassetti (dal computer della sua attenta e vorace
professione di ottimo giornalista) dove con grazia e pudore ama tenerle nascoste, diciamo pure: sospese… Le sue Poesie del ’95, prefate dall’illustre Giacinto Spagnoletti (tarantino DOC, Critico di Poesia per antonomasia di tutto il nostro miglior ‘900), tenevano in effetti fede all’intento di “riallacciarsi alla
recente tradizione” (e qui Giacinto citava il dolce e indimenticato talento di Alfonso Gatto ), ma anche e al contempo di “rifiutare il continuo armeggìo sperimentale” quando resti – come oggi troppo spesso avviene – sterile fine a se stesso…

La cosa più difficile, si sa, è scrivere poesie d’amore – onorare, diceva Umberto Saba (che era il campione e missionario della cosiddetta “poesia onesta”), la rima fiore/amore, “la più antica difficile di tutte”…
Silvano ci parla d’amore non come davanti al nobile, compiaciuto ed aulico foglio bianco da riempire – e nemmeno, però, attenzione!, come sdraiato sulla chaise-longue parascientifica dello psicanalista, in una semioscurità che già attenui, conforti e rianimi i traumi o i ricordi salienti, lieti d’ogni pulsare… Silvano diventa poeta mentre parla, ragiona d’amore; nasce poeta per amore…  questo davvero lo incorona originale e sincero: poeta necessitato, quindi necessario…

Passeggiavi chiedendo
nervosamente
alle tue dita,
di srotolare autonome un rosario,
mentre con gli occhi valicavi il tempo
pentito della nostra lontananza.
Oltre il canale
navigabile, si sposta,
quel comune irretire delle brume,
Lì vagolavano
inquiete le mie mani
contando ad una ad una le paranze.
Ogni sette un pensiero,
oppure un bacio.

Ma in seno ad una produzione di tante cose, e qui scremata, privilegiata ad un centinaio di pagine o giù di lì, i temi trattati sono poi in realtà i più diversi e disparati – frutto di una meditazione dentro e sopra la realtà che s’emancipa dal suo usuale lavoro di giornalista, e diventa ancor più, professione di fede
nella scrittura, nel raziocinio senziente dei versi…

Se non fosse così mite e così educato, assegneremmo al suo talento il giusto, sacrosanto ma folle rametto del guizzo bruniano, l’investigazione filosofica d’un Campanella… E poeta-filosofo un poco Silvano lo diventa; specie quando ci racconta, passa al vaglio la modernità, diciamo pure le invenzioni e
derive tecnologiche, col piglio ironico e il sarcasmo loico di un dolce e caro moralista lirico (nel senso leopardiano, stoico e mai cinico del termine!):

Li amo
i dissensi verbali:
sono l’ultima anarchia a basso costo,
perché un costo, se rifletti, ce l’ha,
ce l’ha, genuflessa,
anche l’algebra
alle logiche della simmetria.

Osserviamo ora la sua selva di ossimori, la sua inesausta ma sempre vigile
concordanza degli opposti:
Il mio futuro
è una nostalgica sospensione,
del passato. Guardo
davanti a me
i sogni che piantavo nel domani.
Srotolatosi poi per strade ignote.

E dunque, dentro e attorno a questa lirica, sacrosanta catarsi, tante cose e tante parole sono bruciate, si sono per fortuna immolate… La redenzione laica, in Silvano, ci riconsegna uno sguardo lucido, un ritmo suadente e melico, epperò stoico, disilluso fino al profondo del profondo, insomma nella conquista
di una rara ed anche strenua, strutturata positura finanche autoironica. L’onestà di Silvano è infinita, diremmo inarginabile (come tutte le virtù che rischiano sempre, a forbice, tra l’approssimazione per eccesso e quella per difetto). Quella di Trevisani, e gliene siamo grati, è sempre amabilmente per eccesso: di lealtà, di dolcezza, di pazienza, di amore per l’amore, di fede radicata e mai erosa nella poesia. Una poesia nuda e cruda, imperdonabilmente vera… Anche e specialmente in piena dittatura (id est “deriva”, tecnologica e mentale) della Modernità, metabolizzata qui con fragrante, omeopatica ironia, sul “Display” dell’Esser-ci:. Se qua e là vogliamo quindi riscontrare trasparenti controprove poietiche a questo nobile assunto d’Umanismo, Silvano Trevisani ci consegna testimonianze ed esempi a piene mani, disseminati pressoché in ogni snodo o scorcio del suo bel testo. Egli riesce, come un vero e bravo pittore, a tratteggiare, sublimare indimenticabili certi soliti scorci di paesaggio, a ritrarre talune
usuali, correnti figure di donna come l’immagine stessa, esemplare ed aspra dell’amore, esitante fino al silenzio, fino alla sapienza unica e misteriosa del sentimento – di un sentimento vissuto nella sua suggestiva e amata Taranto nativa, cioè in un grande e storico porto, insieme relativo e assoluto, temporale e metafisico.

Che l’amore, l’amore vero mai non lo si possa spiegare – già da sempre lo sapevamo, lo temevano, insomma lo accettavamo… Ma Silvano Trevisani adesso lo rende certo, lo assevera e comprova come una difficile ma qui perfettamente chiarita, dimostrata equazione algebrica, matematica, forse una sibillina legge fisica. La cosa più bella delle poesie di Trevisani è insomma la morbidezza umana, il candore inveterato del suo sentimento (che non è mai sentimentalismo, regressione passiva, languida attesa)…

La cosa più preziosa nelle poesie di Trevisani è la dose enorme di libertà che salvano, coltivano, additano e infine ci ammaestrano. E quando parliamo di libertà, occorre per favore riverificare concetti, termini, stilemi oramai fin troppo triti e ritriti se non li si riesce davvero a rinnovare, a rigenerare per forte
impulso insieme ancestrale e mentale. Silvano Trevisani è sempre libero, con la sua poesia e nella sua poesia: di convocare, reclamare amori o rinnegarli, smentirli, perfino degradarli, offenderli come disamori… È libero di scriverla e di tacerla, di rimandarla, di abrogarla da sé. E poi ancora di istigarla, contagiarla all’anima…

Con Silvano, finalmente, quella tetra, viziata e antiqua bussola s’è rotta, e l’ago “impazzito” ora segna sempre il Nord, fiuta l’Est o arringa l’Ovest anche se resta fedele, fedelissimo a Taranto – anzi al Mediterraneo tutto -: e vive l’avventura inesauribile del suo tempo come un romanziere viaggia stelle e
pianeti, meridiani e paralleli, fino all’oceano più vasto, al mare più periglioso e soverchiante, invelenito d’onde: quello dell’Io che rifrangiamo, replichiamo nello specchio usuale e mitico, dolcissimo e ossimorico, di mille e mille e mille versi salati.

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