Giovanni Francesco Accolla, La perseveranza e il caso

Nello scaffale, Giovanni Francesco Accolla
“La perseveranza e il caso” Raffelli Editore 2011
a cura di Luigia Sorrentino

“Scrivo poesie più o meno da sempre, pur sembrandomi – e non da oggi – una attività del tutto inutile. Però, fatto strano, io che sono un autentico campione di pigrizia, non solo mi balocco, ma mi misuro con gran lena con questa attività che reputo anche piuttosto faticosa. Inutile, dunque, e faticosa.
Passando, dall’esperienza personale ad una riflessione più generale, c‘è più di qualcosa che non fila, che rimane incomprensibile tanto sul motivo per il quale oggi si scrivono versi, tanto sull’utilità stessa della poesia. Tolta quella porzione, pur non minoritaria, di poeti della spudorata “certificazione dell’esistenza in vita”, il cui propulsore psichico è senza dubbio un misto di nevrosi, frustrazione e vanità; che senso ha, ancora, star lì a contare settenari ed endecasillabi, a lambiccarsi i neuroni tra rime e allitterazioni? Mistero. Mi sembra che sia un arcano che seppur svelato singolarmente (coloro che scrivono possono pur spiegare le loro convincenti ragioni), non risolve l’enigma generale.
Al di la della ben nota sentenza di Adorno per la quale “scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”, alla quale più mestamente aggiungerei: che senso ha dopo che si è letto Paul Celan (tanto per stare strettamente nel nesso) ovvero: lascia perdere che non ci puoi arrivare, fai altro; avrei proprio voglia di capire quale sia la molla o le molle che spingono ancora oggi delle persone colte, intelligenti e anche culturalmente smaliziate (scusate se mi metto in tale novero) a scrivere e – fatto sensibilmente ancor più grave – pubblicare versi.
Questo di oggi non è neanche più il “tempo della povertà” citato da Holderlin, su cui mirabilmente ha ragionato Heiddeger, ma è il tempo dell’indigenza, della povertà cronicizzata. E se per il filosofo il dovere dei poeti in quel momento era “poetare espressamente l’essenza stessa della poesia”, ora, seguendo questa logica al tempo autorevole, veritiera (e che ha dato tanti abbondanti e succosi frutti), a me sembra che l’obbligo dei poeti dovrebbe essere quello di tacere piuttosto che, unica prospettiva rimasta, lamentarsi o spacciare la raffigurazione di un personale scampolo di mondo per il mondo intero.
Addio “festa dell’intelletto”, evocata da Valery, oramai, per la maggior parte della produzione poetica odierna, rimane la parodia se non la farsa dell’ingegno. E purtroppo la gran parte delle raccolte pubblicate, almeno nell’ ultimo decennio, mi pare non smentiscano questa mia sensazione.
Bell’ipocrita – mi si dirà – dici queste cose, le scrivi perfino, e ciò nonostante… sì, scrivo poesie, e seppur un po’ vergognandomene, le pubblico. È un meccanismo di causa-effetto, ovviamente fine a se stesso. Sapete perché scrivo poesie? Per vivere meglio. Perché anche il nulla in cui sono sprofondato esige una forma. E grazie a questa forma organizzo il fortino della mia personale resistenza. Scrivo per vivere meglio, o meglio, per non uscire dalla vita che conta per davvero, quella in cui io è più forte del destino. Per il resto, quanto appare non necessariamente è, al massimo esiste.
Come la cattiva poesia che probabilmente faccio, ma che provo a riscattare in quella buona che leggo continuamente, che cerco di capire e memorizzare per averla a portata di mano, come un farmaco salvavita, nei momenti più difficili o magari soltanto per riempire i vuoti, per ammazzare il tempo – come si dice – nel traffico cittadino. Perché il tempo della buona poesia è tempo redento dai detriti della storia, si svolge fuori dal continuum cronologico che tutto corrompe e consuma.
Il poeta consapevole, oggi sa di essere il nulla creatore del suo nulla e comprende di consegnare al mondo contemporaneo soltanto, e nella migliore delle ipotesi, il suo disagio. Perché non è più il suo tempo e non c’è più tempo.
La poesia può essere, tutt’al più, un frammento ben fatto di un corpo che non esiste, o un foro sulla tela dell’apparire, uno squarcio attraverso il quale s’avverte la vertigine di prospettive incomprensibili, inconciliabili con la vita o il sibilo assordante dell’oblio.
C’è poco altro da dire: questo è il nostro tempo, quello che ci è stato dato in sorte da vivere o da trascorrere, secondo i gusti e le attitudini. E non c’è giudizio, nessuno può più giudicare per davvero, se non ricorrendo ad espedienti intellettuali quasi sempre poco onesti che hanno a che fare con la relatività, con l’occasione e l’ estemporaneità. Il valore assoluto sembra oramai perduto per sempre, e meno male: moriremmo tutti dalla vergogna. ”

Giovanni Francesco Accolla

 

— 

Se fra tutte le parole c’è una parola inautentica,
essa è sicuramente la parola “autentico”
M. Blachot

La temperanza del dolore

I.
Cosa dimostra aver veduto
L’essenziale sepolto tra le macerie,
un intelligenza a tratti superiore?
No, solo che siamo intenti ad inventare
la vita forse più rivoltosi che rassegnati,
ma ancora alle fisionomie vincolati.

Per sentire repulsione verso qualcosa
non è necessario avere un’estetica,
non significa avere un canone da rispettare:

(dormienti risvegliati,
aprendo gli occhi alle tenebre,
noi stessi notte siamo diventati).

II.
Ma non basta, allora, constatare
la feroce temperanza del male
per salvare l’anima dal giudizio:
insomma, amico, chi ti dice
che anche ciò non sia mendace?

Guarda, non c’è sostanza né agio
nel conoscere la conoscenza:
il mondo che agl’occhi nostri si offre
è una fluttuante relazione, gioco
a ruba bandiera l’osservazione.
Il ragionare, poi, sopprime il mondo
e di io inquina quella specie di vita
che dico presunta rappresentazione.

III.
Tra noi e le cose non c’è alternativa
se non interpelliamo l’ignoto
e se all’ipotesi non diamo dignità
di una terza sponda che regna,
da di sotto e da di sopra e veglia
ad arginar l’oblio sul mondo.
Io invoco un Dio: uno straccio di nesso,
un ricordo, un dominio, l’illusione
che proprio tutto si svolge a posteriori.

Vivere, allora, è ripetere un gioco,
passarsi il testimone di padre in figlio,
ripercorrere la creazione a nostro modo:
casualità, arbitrio. E’ vincolo ogni principio,
un sacrificio quotidiano, un dolore
a cui inchinarsi per la benedizione.

IV.
Solo per quanto è falso
il linguaggio è tutto vero:
l’amore muto, il selvaggio copulare,
l’attesa sciocca che un giorno arriverà
un figlio a cui raccontare
che coi sensi si può ragionare.

Ma eccoci a svicolare da crudeltà
prive di un progetto di crudeltà:
a scrivere eccoci, e a credere
che quella è la vita, l’opera finita.
Idiota giudicare dalla smorfia,
non dal dolore, ma dal grido che urla.

V.
E non chiedermi se credo in Dio
e non dirmi anche tu che è morto
della presenza a me ne basta l’eco.
Forse di notte, ad ammirar le stelle,
ti domandi se sono ancora vive?
Non c’è certezza ma di luce il dubbio splende.

Come dici tu: muta d’aspetto l’intuizione
l’istinto in conoscenza a volte trasforma,
ma tragico e indicibile sono una sol cosa:
tempo degradato in parola muta
che l’esperienza confonde col sogno
e il sogno col desiderio e poi ancora
Dio con storia e uomo con cosa.
Teatro delle intenzioni, buoni propositi:
altro che veglia, sonno, altro che sonno!

VI.
Come un’orma lieve d’un corpo pesante
-spuma bianca di un’onda più lunga –
al vento, amico, sussurri l’indicibile:
ora al peso tuo ho aggiunto il mio,
parole su parole ed ancora finzione
mentre la vita nostra arretra nell’attesa
di un uomo che sappia interpretarla
col medesimo dolore con cui la pensiamo
fermi, e il tempo in Cristo si è già coagulato.

***


vero e non reale, succede
di lottare per essere ciò che si è.
Atti unici: ironia della morte.

***

Pesce spada alla siciliana

Capperi erano, non ciclamini
o bocche di leone, arrampicati
sul muro come profumati gelsomini:

mio nonno li coglieva divertito
che quella piccola Roma distratta
la sua grande Siracusa gli pareva:

– i migliori son quelli di Pantelleria,
diceva, mentre intento tra i fornelli
annaffiava il pesce con il marsala:

per mille anni la sua stirpe
subì gli effetti ridendo delle cause:
la morte fu un nonostante che in me vive.

***

Morte di uno o genocidio

I.

non ha presupposti la verità,
qui non ha profitto né rendimento
non è umana, ecco quanto.

Spesso penso ai morti e non di meno
a chi, per un qualche fine, è vivo.
Nonostante abbia ucciso è vivo.

Carnefici e vittime sono uguali
per un momento, che il punto d’arrivo:
e il più bel dono sarebbe l’oblio.

Pensieri che non bisogna pensare,
la parola fine si confonde con scopo
e non ha fine, paralizza l’anima.

Il sogno della vita è un’altra vita
o fede o ragione, incanto o menzogna:
più che essere occorre testimoniare?

Lasciate che io speri come il bimbo
nel cassonetto, l’ebreo nel ghetto,
non in Terra, ci aspetta il Paradiso.

II.
Sono parole le mie paure
e delle parole si può aver paura:
cresca il grano e il loglio fin la mietitura.

Come sottrarsi alla retorica del martirio?
incompatibilità tra mezzi e fini,
ambivalenza del discorso oggettivo.

Dico che sapere di morire
è forse peggio dello stesso perire:
muero pourque non muero.

A cosa serve contare i morti
se ad ognuno non gli si dà nome,
volto, e a chi rimane consolazione?

Nella trascendenza dei corpi speri
e solo sai di fiori senza profumo
sul ciglio di strade tutte in salita.

Ma non vedi che ce ne andiamo?
Non appena trovato un ordine,
un’autosufficienza morale, andremo!

III.
Cosa, morto, rinascerà alla vita
l’indio, la foresta o l’usurpazione
che alla storia dicono immanente?

L’attitudine soggettiva alla felicità
naufraga nel mare delle moltitudini
un altro possibile in un guscio si ritrae.

La colpa è un vago limite interiore:
ci tocca pure parlare della vita in sua vece
e di disumanità necessaria alla specie.

Il male è banale in quanto consueto:
mentre l’uomo dorme nella sua cavità
l’eterno, non visto, dà scacco alla storia.

Ogni errore nasce dalla menzogna
che crocifigge l’uomo alla materia
come al Nulla di cui Adamo è figlio.

Non trovo né cerco metodo al bene
la sconfitta è nobile perché non conviene:
all’intelligenza rinuncio per l’attenzione. 

***

Ogni evidenza invoca il suo centro
e, raggiunto, in esso scompare:
il nulla è il già stato, il niente una conquista.

***

basta un esile ramo ‘sta notte
a coprire la luna:
noi stiamo, senza motivo alcuno,
nel buio fitto senza esperienza
in alcuno stare: solo siamo
dandoci in dono l’essere nostro
privo di scopo, l’un l’altro felici
d’essere privi di morte e mortali.

***
Per il quadro di Alessandra (alla Quadriennale)

Il cielo ha tolto l’asfalto
all’asfalto, e gli ha ridato un cielo
su cui evaporati io passeggiano
o forse sprofondano
(nella solitaria grandezza del sogno):

per quanto mi riguarda, partecipo
con un grumo di respiro. Muta
parte rotta d’un perduto intero.

Sottratto alla scena vedo
l’albero della nostalgia e vivo
come se senza dubbi fossi vivo.

***
 
Io sono un sentimento esile
sogno di segreto sonno:
sono quel che voglio, ma mai da sveglio.
Quando piove sul vetro della finestra
Della punta del mio naso lascio traccia:
il giorno dopo, alito e la ritrovo. Un successo!

***

Da anni sono impegnato a cercare uno stile personale alla mia mediocrità. Ecco il motivo per cui mi ostino a scrivere. E, forse, a vivere.

***

Chi dice ombra, dice. Chi altro dice, seduce.

***

Non amo le fotografie. Odio l’idiota fissità alla quale consegnano i corpi. Non amo le fotografie, questi monumenti borghesi in formato tascabile che snocciolano l’araldica impossibile del nostro nulla.
Le immagini della vita andrebbero riposte segretamente in busta chiusa e date post mortem a chi non ci ha conosciuto affatto. Ci vuole una prospettiva lastricata di immaginazione, ci vuole pura fantasia per poter apprezzare un uomo dal suo volto. La conoscenza, la frequentazione sollecitano solo mestizia e patologie. 

***

Non ho amici, non li ho mai avuti.
Solo ombre su cui inciampi e dici:
le cose son quel che sono, taci.

***
L’amicizia è per me un desiderio senza aspettative, un labirinto in cui non oso entrare. Un lucido pensiero senza oggetto: l’uomo è un animale sociale, ma sociale – ne sono oramai certo – è il male, il peggior male. A torto o a ragione ci si danna, ci si affanna e si è sempre soli. E sempre di più: va a finire che davanti allo specchio ci si dia del lei!

Dalla prefazione a “La perseveranza e il caso” di Roberto Mussapi

La parte finale del libro di Giovanni Francesco Accolla conferma la mia impressione alla prima lettura: popoesia antilirica, o quantomeno non lirica nel senso stretto dell’aggettivo. La tendenza alla riflessione, all’elegante aforisma dissimulato e in realtà ampliato nel verso, trova nelle pagini finali della sezione Compreso, falsificato, il proprio culmine. Poesia in prosa, grazie a Dio, e niente in comune con la prosa poetica (che è uno dei rischi del lirismo incontrollato): Poesia che fa a meno del verso, ma non della prosodia e della materia musicale che regge la costruzione poetica, sulla scia di alcuni maestri del Novecento inclini alla fusione tra poesia e pensiero. Penso a Jabés. Ma anche la citazione di Celan indica modelli in cui il vero si è prosciugato di ogni emanazione che non sia concettualmente potente al limite di un’algida crudeltà.
Quest’ultima sezione mette in mostra la naturalezza con cui Accolla esprime in poesia un pensiero originale, tagliente, frutto (o causa?) di un’inquietudine di fondo che è poi molla in genere del fare poetico. Poesia antilirica, riflessiva, animata da un pensiero vigile, nervoso, perennemente inquieto.
Ma anche prima di questa sezione ufficialmente in prosa, decisamente compatta e felice, l’autore manifesta uno stile e una visione del mondo non fragili, non sentimentali, non inconsciamente minimalisti come accade nella maggior parte delle cose che scrivono in versi da una cinquantina d’anni. Un certo lucore intellettuale, non privo di ironia, versi efficaci e affondanti: “Atti unici: ironia della morte”. O ancora: “Sono una conchiglia, mica il mare”. Anche il tono dimesso e colloquiale con quel ‘mica’, quasi casalingo, rivela una certa astuzia poetica, perché subito, nel verso successivo, la temperatura sale, e si disegna un mondo di suono e ricordo, magico, da memoria sottomarina, come se veramente una conchiglia avesse voce. E il finale cresce in un lirismo metafisico freddo e lampante: “Sono una conchiglia, bianca/ spirale di buio posata sul mondo”.
Il Poeta non scherza, proprio quando pare esordire ammiccando. Questa sobria, ironica e lucida capacità di visione del mondo è un tratto felice e unico di un autore che coniuga poesia e riflessione in modo felici e personalissimi, e con esiti tutt’altro che trascurabili. Alla fine, letto il libro, ci ricordiamo molto di quanto voleva dire, la cosiddetta ‘morale della favola’. E non è poco. 

Giovanni Francesco Accolla è nato a Roma nel 1962 dove vive e lavora come giornalista. Ha pubblicato le raccolte “La magra materia”, “Il dubbio e l’inautentico” e “La perseveranza e il caso”. Alcune sue poesie sono apparse su diverse riviste letterarie e sull’Almanacco dello Specchio Mondadori.

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