Opere Inedite, Cristina Bove

Opere Inedite
a cura di Luigia Sorrentino

Autopresentazione
Sono nata a Napoli il 16 settembre 1942, vivo a Roma dal 1963.
Ho cominciato da piccolissima a nutrire la passione per le arti, la lettura e la scrittura.
A tredici anni scrivevo poesie, alcune furono pubblicate sul quotidiano Il Mattino.
Ho vissuto da giovanissima tre anni a Tunisi dove fu allestita con successo la mia prima personale di pittura.
È mia la scultura in bronzo nell’atrio dell’hotel Sabbiadoro a S. Benedetto del Tronto.
Negli ultimi tempi mi dedico soprattutto alla scrittura. Considero la poesia un linguaggio universale, l’esperanto dell’anima.

Cristina Bove

Godot giunse di notte 

1

Adesso

avrei da togliermi di dosso le scortesie
i vituperi degli anni avrei
da sbottonarli lungo la dorsale
restare a ossa nude
e allora tu
vedresti in esse
come il colore della vite o il sorgo rosso
non fanno in tempo a maturare che
sono già diventate impalcature

così potrei scoprirmi sagome d’aria
al posto dei polmoni
e dove c’era il cuore un foro d’ombra
un che di nebbia ancora ticchettante ma
solo per poco
e nella nudità perversa di parole
mai pronunciate – quale avarizia amara! –
mi sottraesti l’ultimo vestito
tessuto a fili di malinconia

ora che mi nascondo consapevole
nella cassetta delle cose perse della
corrispondenza mai spedita
che percorro coi gatti il cornicione
oltre le tegole
invisibile per assenza di nome
– ché non si esiste se nessuno chiama
coi nomignoli della complicità che si fa amore
anche minuscolo
poco più d’un silenzio –

e si rimane ad aspettare un cenno
leggero come un fiato.

 

2
Una mattina che
che tentativo assurdo
voler comunicare
me ne sto qui che mi strattono
per trascinarmi fuori
fuori il sole
mi spia dalle persiane
vado a farmi un caffè per non uscire
cado
dal sogno già dimenticato
__si stava così bene!__
le coperte si svuotano di me
che io non posso

accattono parole dal’eterno
impasto
caselle nere tutte
non c’è rimasto il tempo di una croce
sbarrata
fanne fascine – dice – quella sola
bianca (era un no)

mi stringo il corpo addosso
che sembra invulnerabile
__mi salverà il tallone
per uscire dal mondo delle forme?__
se dalle compattezze
è inefficace il verso formulato
il desiderio d’essere immortale
è
lama d’Achille.

 

3
Layout di pagina

Appollaiata alla tastiera
inerme nel sostantivo femminile
ego da svendere in lettere e simboli
la barra spaziatrice avanza i suoi diritti
altrimentiscrivereicosìchepoisarebbeancoraleggibile
temo una spaccatura singolare
singola linea ____corpo ____ carattere
il mio
di corpo
è quasi tutto in corsivo
non mi riposa necessaria mente andare a capo
di me
di me che rigo il vivere Arial 12

sono il testo di un giorno nel cestino
accartocciato da chissà che nume
intrinseca la sfida a eliminare

con me
tutti che andiamo di gennaio stesi sui margini
e ce ne stiamo in bilico ___attenti a quella virgola___
che
potrebbe spintonarci
giù
saremmo solo un numero
da indice

 

4
Plurime d’improvvisi sprazzi

La mia mente è un pagliaccio
crede serio il pensiero, non
sa che giravolte equivoche
occupano gli emisferi cerebrali
crede pure di esistere
il che farebbe ridere gli dei
ma essendo doppio e triplo
anzi multiplo di
se già m’ignoro in qualche scappatella adesso
un’altra pensa che
la vita è bella
ed è qui la catastrofe
la nostra bustarella dall’olimpo
farci credere monocerebrati
e non anfiossi
che già sarebbe civiltà morire in vesti giovani
e non eternizzare decadenza
tentativo indecente
d’una di quelle menti declassate e
buone per le brodaglie di coltura (cloni sapienti)
il genere che impera nelle mie molte teste
l’obbligo di pensare
qualunque cosa essendo manifesto
che
solo così si può concettualizzare
l’immondizia
i teschi
sono soltanto vuoti a perdere
scatole prive d’ogni facoltà (altro che volontà)
e qui
vorrei mostrarvi tutti i contenuti
in avanzato stato di_______________
ma
mi
ci
vi
perdòno esistere

 

5

Il peso della stoppia

una linea ch’è quasi un refuso
il tempo che incornicia il rigo
_____ astratto si dispone_____
comparativo
boccheggio in un pagliaio
sono l’ago perduto

nelle volute amnesiche svaniscono
scenari e volti incisi
mai veramente visti fino a dentro
affondati nel vuoto tra festuche
sparizioni di teste

ricerche approfondite
non danno risultati
la cruna è un paradosso da fienile

 
6
sPunti cardinali

Sono giorni in dislivello perenne
le direttrici sfumano
poggiati alla barriera
preciterebbero di sotto appena si
volgessero le spalle
i dodici pensieri -come gli apostoli-
custodi dei sentieri apocrifi
che poi falsi di spazio e non
di vero scrivere sui muri striature di sangue
passaggi in galleria
le medesime cose starnutite dis_tratte

sono giorni di luttuosità permanente
tanto che
ci si convive ma
le conseguenze hanno lacci spaiati
fiammiferi defosforati nei cassetti
e stanze appollaiate alle finestre
a nord dell’innocenza
a sud della disfatta
a est della miseria mai risolta
a ovest nell’attesa del capitolare il sole
come se mai di un’alba avesse il senso.

Portaci a giorni innocui
nascemmo per esilio di sorprese
__a noi stessi lo fummo__
appena c’incontrammo così nudi e raminghi
da non avere un nome da coprirci
durevolmente il capo
siamo fumo di quelli che le nuvole
inseguono con scarsa simpatia
e non abbiamo ancora concepito
un progetto di noi che ci sottragga ai tuoi.

 

7
A che servono i prati

Città di videoclip senza data
ne paghiamo il rotolare di note
ai piedi delle scale
si può fare, dicevano gli omuncoli
le bocche piene di tiramisù
i denti spolverati a velo

la differenza di stazione
tra scimpanzé e quadrupedi
è nell’ombra
quest’ultima sdraiata, l’altra eretta
svicolammo di coda __ noi__
ma non di testa.

Gettare sassi
il fromboliere ignoto
carambola di corpi sul velluto
l’erba ci muore sotto
e noi perdiamo l’anima ogni volta
senza sapere un filo.

 

8
D’insostanza

Per dire sono __vista da dentro__
un fuggi fuggi di batteri
una colonia di sistemi organici
vorrei sapere quanto mi esisto nel
nittitare dell’occhio

pre-vedo fantasmi daltonici
sprizzare sangue verde fieno
taglio di vene nel subbuglio
prossime le scadenze

lo scorsi da lontano l’uomo senza corpo
ma la testa
parlava con l’accento dei curiosi
credeva fossi una carta da bollo per
cospiratori poeti

fece boccacce con punteggiatura solenne
sentenziò liturgie __d’irreligiosità__
non aveva bisogno delle scarpe
la voce andava scalza
9
Smemorandum

Una buca per ore piccole
scavata con le mani lei
ci seppellisce occhi di bambola
trucioli di falegnameria
mappe degli espropri di casa
_ a Napoli o a Salerno_ gli antenati
impassibili alle furfanterie
favorivano i ladri.
La madre disse che s’invecchia quando
sono gli altri a invecchiare
quando ti guardi nello specchio e attendi
che si svolgano i fatti
i patti essendo nulli
il Poeta sapeva che dal colle
smentiva d’infinito ogni esistenza

animula vagula blandula
le colonne resistono i graniti
fioriscono nei secoli sempre gli stessi acanti
gli archi danno la forma all’aria intorno
__imperatori o scalpellini__ i nomi
li polverizza il tempo
e la dimenticanza.

 
10
Bazar
un cielo d’ordinanza incombe a neve
illunamento
occhi di cerva scrutano la siepe
rifrazioni di lampade
ultrasuoni
la mia bocca un’impronta nella cera

compro al di qua degli attimi
una cesta di nuvole
da consegnare al vivere
e una lampada immagica
privata del suo genio inadempiente

 

11
Apparenze contrarie

il sostantivo raggio
imperfetto
che pure apparteneva di sicuro
al sospetto destino delle forme
ai silicati d’invetriate spore
-s’era di quanti e quanti già d’allora-
è sulla soglia nudo
bacia
chi di fatiche ha calendari e chi
dismemorata
ebbe il suo dire al vento

chiamando d’altri nomi un paradiso
piccolo da fiammifero
il suo piede d’arcangelo confuso
stretto nell’uscio tra
la zona franca delle parallele
gli scambi d’intuizione
l’essere figli d’universi alieni

 
12
Steatite

I corpi essendo opachi
rei confessi
d’essersi condannati alle misure
tratteggiati di spalle
-divisi da divise-
nelle trincee d’imbastiture
imbracciano parole
13

Pot-pourri di voci confuse e lontane

Avrei potuto chiudere i battenti
sulle giaculatorie
sui brandelli di santi nelle teche
ero troppo bambina
per rincuorarmi dal terrore
i capelli di stoppa i femori gli ex-voto
d’oro e d’argento imbalsamati nel
gelido marmo intorno
cariatidi sorrette da cariatidi
monache dai teli plissettati
un’ellisse di viso
dalla cappella dei Turchini i salmi affievoliti
finivano per strada
le voci bianche un mormorio fantasma.
Suor Anna aveva l’alito cattivo
suor Adelina invece
profumava d’arancia, gli occhi stretti però
chiudevano durezze.
Ce ne andremo da sole come
fummo cresciute in fretta, noi
che non avemmo padre
e troppe pseudo madri
ma in fondo per qualche nota seduttiva un foro
acuto in mezzo al petto da morirci di schianto
vivemmo in solitudini affollate noi che crescemmo
presto prima che il male oscuro ci prendesse
noi che dal gelo delle camerate
pettinavamo il cuore alle finestre petali rossi
a tingerci le gote

la vita densa ci ha portato altrove abbiamo avuto figli e meraviglie e baci
tombe traslate e nebbia e ancora mentre tutto ci accade e non si sconta
d’amnesia retroattiva il male avuto che perfino l’abbraccio più amoroso
non potrà cancellare non

 
14

Non sono solo quattro, le stagioni*

Come se fossimo assediati
dai personaggi delle nostre vite
apparizioni a volte – non ci agevola il dirne
o il raccontarne –
è una sorta di embargo alla memoria
di chissà quale scorcio dell’eterno
solo dimenticammo
e non ci basta un’orma di fenicottero rosa
una similitudine contesa tra savana e polo
orso balena o ragno
una cartella diecimila sillabe quando
spasimo arpiona il corpo quando
un pensiero di lago è insufficiente
ai sortilegi delle nostre cellule

Così ci sverna in viso l’ultimo dio dei fiori
la primavera che ignoriamo se
ci distanzia dal mondo oppure ci avvicina
alle galassie

*inedito per mam

 
15
Canguri e buchi neri

Se il sonno della ragione genera mostri
il sonno dei mostri genera la ragione
per effetto calzino rivoltato
scivolare di piede e di metafora
perennemente in bilico
la poesia è illazione sonno dei recettori
e nessuna giustifica da rilegarne pagine
in pelle di kanga roo -non capisco-
dissero gli aborigeni australiani
alla domanda dei conquistatori
l’animale era là senza il suo nome e pare
non s’adontasse dell’anonimato

ma se ci addormentiamo sulle chiose
se pure ci chiamassero all’appello
in termini imprecisi
etimologicamente frettolosi
risponderemmo mogli per cappelli*

*(Oliver Saks)

 

16
Limite o soglia

Inciamparsi nei
piedi
fare un
micro verso
un
termine di quelli
che
tinti di rosa pallido
dovrebbero
tirarti per il bordo
farti un giro
d’intorno
finché
non ti decidi
ad aprire
un
battente solo
per
sporgerti
nel bianco

Cristina Bove ha pubblicato tre raccolte con la casa editrice Il Foglio Letterario:
Fiori e fulmini (2007)
Il respiro della luna (2008)
Attraversamenti verticali (2009)
Prossima all’uscita “Mi hanno detto di Ofelia” per le Edizioni Smasher

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Commenti (14)

  1. Pingback: Sono ospite di Luigia Sorrentino « cristina bove

  2. leggerti qui…una felicità vera…grazie alla tua parola che accompagna la vita;un caro saluto Cristina e a Luigia Sorrentin che ti ospita.
    Cettina

  3. Che bello trovarti qui, Cristina, con la tua poesia che è come il cammeo della tua anima, il soffio di un pensiero laser inciso a fuoco tramite parole. C’è una semplificazione di stile dove la raffinatezza culturale nulla toglie alla spontaneità espressiva. Complimenti a te e a Luigia, che ti ha apprezzata, ottima scelta.

  4. Cristina, sempre un piacere leggerti. Quanta verità, quanto mi è vicino quel verso <>. E se <>, spesso anche l’insonnia della ragione li genera. Mostri diversi, nascosti, eppur mostri.
    Grazie
    Liliana

  5. Cristina le tue poesia sono la scoperta di un mondo interiore ricchissimo e di una scrittura di forte presa, da lasciarci l’impronta…E’ un piacere condividerla. Un caro saluto, Antonietta Ursitti.

  6. Pingback: sPunti cardinali | cristina bove

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *