Sonia Gentili, “Parva naturalia”

Nello scaffale, Sonia Gentili
a cura di Luigia Sorrentino

La nuova raccolta di poesie di Sonia Gentili prende in prestito, se così si può dire, il titolo “Parva naturalia” dalla versione latina dei Brevi Trattati di Aristotele sulle scienze naturali. E in realtà questo libro pone in essere quel che potremmo definire una sorta di Teatro naturale (prendendo anche qui in prestito il titolo di un’altra opera di poesia, questa volta però di un altro poeta, Giampiero Neri).  Come il grande filosofo greco, Sonia Gentili si cala nella vita dell’animale e del vegetale – ma anche in tutto ciò che espressione di vita – e ne cerca la sintesi percettiva, interrogandosi su ciò che palpita e respira, il vivente, cercando nell’emozione – accrescimento,  vera ricchezza della vita animale -l’eventuale relazione tra l’anima e la corporeità.  La scrittura in più lingue (italiano, francese, latino) e il passaggio dall’una all’altra lingua attraverso l’autotraduzione sono un tratto costitutivo della sua espressione poetica.  E’ come se la Gentili, attraverso le tre lingue tentasse una riconciliazione tra la lingua dei padri e la lingua dei figli.
La poesia collocata in apertura del libro si intitola “Un muro”. Il lettore viene proiettato di fronte a due mondi opposti che si affrontano: il mondo di pietra (il muro) e ciò che il muro diviene nel mondo dell’immaginazione. Da un lato, la durezza della pietra, che riceve e accoglie il dolore, dall’altro, le nuvole e i colori, che nella loro inanità – impalpabile essenza – vanno a riflettersi in un cuore «ferito e stanco di essere ferito».

Un muro
.

Un muro è un muro
o uno specchio in cui nuvole e colori
annegano stracciando il proprio cuore
ferito e stanco
di essere ferito
.
un muro è un muro
o la fronte spezzata d’un gigante
da cui i sogni si levano danzando
come spiriti simili a cavalli
agitati
.
lievi
dal battere nel vento di criniere
.
un muro è un muro
o un sogno
reciso
rinchiuso dentro un muro
come un gigante cieco
incatenato
al proprio desiderio di vendetta
.
e la vendetta del sogno contro il muro
è il canto
un vecchio specchio
caro ad Ulisse
ed ai miei occhi ciechi

***

Risveglio
.
Se sogno di obbedire mi risveglia
la pochezza della mia obbedienza, da cui nuda
mi levo e vedo il nero
mistero
d’un merlo che cammina.
.
Su una ringhiera trapunta di luce
lo vedo camminare, ed il mistero
del sole che abbaglia è nel suo becco:
un punto mai dischiuso che procede
irradiando di sé il suo manto nero
.
cammina sul ferro e sulla luce
il merlo signore di misteri, non
vola, e instilla sgomento e dubbio
nei mortali: scivola, padrone
delle altezze, ad ali chiuse
sull’acqua del ferro illuminato:
sono le zampe un invisibile battello
uscito dal porto eterno
del mattino

***

Fabliau
Perce la Lumière
.
le Temps est traversé
.
Feuillage couvrant le creux
du piège, et tout autour des petits
animaux qui écoutent en cercle ce
fabliau
.
des oreilles dressées aux voix des
Fées
.
Creux dans la terre, et ce qui perce
est mort dans ce
qui a été percé
.

la Nuit est tombée sur les Morts en cercle
qui écoutent le Monde
ses pattes de grande Bête repliées
dans un sommeil où s’éparpille
une chevelure de Fée
.
les Belles Sorcières de jadis
ont élevé le Jour
un jour puissant
un Couteau d’Ombre
un Temps qui triche
comme un regard
de
Fée

***

Fantasia di foglie e lupi
.
I tristi staccati delle foglie al vento
li va suonando il lupo che attraversa
come un arpeggio il buio. È un lupo attento
alle sue unghie sulle foglie, verdi come acerbi
mandolini nati dal pianto della bestia sola.
Come stirpi di lupi anche le foglie
vanno coi tristi lunghi steli al vento:
sono gambe molli per le veglie, o colli
che il sonno già reclina sul banco verde
d’una vecchia scuola.
.
Non scopro il senso del tuo sonno, lupo
cattivo e triste che mi guardi
dalla finestra della verde scuola
dove dormendo ti inventai da sola.
.
Finestre, confidate i vostri lupi
a me che guardo e taccio senza chiudere
la notte dietro il vetro se il mattino
stappa quel suo flacone blu,
giallo e marrone per fare bello
il tuo giardino, madre
con passeggino che non vedi
nel buio i miei alberi lieti, i cardi e le lucertole
argentate. Sì, le lucertole:
armano le code per i cocchi
che a mezzanotte portano le fate.

***

Contrasto della Rosa con la Viola
.
Il sussurro d’una Rosa ad una Viola
è il liturgico latino del lucore
che dà alla terra ciò che in lei marcisce. Non sempre
ha un celebrante questo rito di foglie confuse
a limo di palude; solo a chi passa in maggio
queste cose schiude:
.
VIOLA: Io sono il tormentato sangue che s’ingolfa
nella quiete di profondi porti, per il dominio delle Parche
sulle sorti! Sono la scura aureola di chi è santo
ed orgoglioso, di chi è santo e bestemmia, del santo
senza pace! Di chi splendendo
tace…
.
ROSA: Io sono il freddo cantico dell’alba, il gelo
metafisico dei santi che sono pura luce! E la mia luce
non conosce porti né silenzi: eterna dura.
.
VIOLA: Tu sei diadema e gloria di quel dio
che ai miei promise eternità illusoria: caddero
i nostri martiri nel fango che assieme a queste foglie
li consuma. Nata di maggio, morirai in settembre.
.
ROSA: Tu sei l’orgoglio cieco del coraggio
che non conosce amore che a se stesso.
Insieme già ci accoglie questo limo
spesso di foglie che son già memoria! Ma io duro
nel freddo delle albe, e a maggio nel rinascere del rovo:
così ogni
uomo. Tu ami la tua miseria, e in essa muori: per ogni viola
.
viva solo per se stessa, per essa questa storia
si rinnova: questa messa
in morte di verdi nascenti e morituri – non sai? –
è concessa dal Signore ad ogni viola
che a duri portici d’ombra andando sola
così la sua bestemmia
riconsola…
.
VIOLA: Non può sapere chi non ha memoria: può
non credere. Io non credo a te come non credo
al dio di fango che predice
freddi soli e dannazioni! Basta.
E’ tempo che il mio viola
riconsoli il limo disseccato che fu foia
feroce di generazione: visse di gioia e bestemmiando
muore!
.
ROSA: Dolce sorella, assai mi duole
la cieca pietà cui sei dannata.
In verità ti dico che verranno
le albe gelide in cui suole
rivivere la Rosa! Come del ver si sogna
nel mattino, esse disveleranno
il freddo vero. Anche di te
diranno!
Di te, cupa vertigine
orgogliosa che già scolori e secchi
a mezza luna, e la tua notte
non avrà mattino.
.
VIOLA : C’è un ragazzo morto
sul selciato; sul viso ha il vetro
del pianto inascoltato. E’ vero:
a noi il sole distrusse il giorno
del ritorno. La verità è un fatto
che va vendicato.

Sonia Gentili, “Parva naturalia” Nino Aragno Editore, 2012 (euro 10,00)

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Biografia
Sonia Gentili, docente di Letteratura Italiana (università di Roma “La Sapienza”), autrice di studi sulla letteratura medioevale (L’uomo aristotelico alle origini della letteratura italiana, Carocci, 2005) e del Novecento (Cultura della razza e cultura letteraria nell’Italia del Novecento, Carocci, 2008), traduttrice letteraria dal francese di prosa (Maurice Leblanc, Arsenio Lupin, traduzione di S. Gentili e G. Panfili, intr. di C. Augias, Donzelli, 2007; Xavier-Marie Bonnot, La prima impronta, trad. di S. Gentili, Einaudi, 2007; Gilbert Gatore, Il passato davanti a sé, trad. di S. Gentili, Fazi, 2009) e poesia (Gherasim Luca, L’eco del corpo, a cura di S. Gentili, in «Testo a Fronte», 43, 2010), vincitrice del premio per la letteratura “A. S. Novaro” (Accademia dei Lincei, 2009), ha esordito con la raccolta di poesie L’impero e la Gorgone, prefazione di Giorgio Patrizi, Giulio Perrone editore, 2007. La sua seconda raccolta di poesie Parva naturalia è uscita nel 2012, con prefazione di Elio Pecora, per Nino Aragno editore.

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