Enrico De Lea, “Dall’intramata tessitura”

Riletture, Enrico De Lea
a cura di Luigia Sorrentino

dalla Prefazione di Alessandra Pigliaru

Della parola

La poesia è figlia della notte, ricordava Jabès. Dovrà usare la voce per uscire dall’oscurità. Si farà trasparente la parola poetica, e non invisibile; raccoglierà i brandelli di ciò che in altro modo non può essere detto. C’è una necessità nel dire poetico che sovverte l’alba e si fa saldo coro degli opposti. Per poter vedere quell’indistinto che preme alla soglia del giorno si dovrà muovere con cautela verso un lume, oppure lasciarsi vincere dalla caduta in un altrove. C’è un doppio monito nelle parole di Jabès: da una parte si deve stare in guardia da chi canta immobilizzato dalla sorpresa e dall’altra ci si deve far piegare dalla notte come da una confidente a cui tendere le mani. La notte conosce l’intramata tessitura della memoria, del sofferto e cogente desiderio che dalla terra passa al verso. […]

La nuova silloge di Enrico De Lea si fa largo nell’indistinto e caotico fragore dell’oscurità per dire, una volta per tutte, che non si arriva al mondo da soli. Neri e gaudiosi lumi in valle è la sezione di apertura dell’intero volume e la dichiarazione di un impossibile spaesamento. De Lea sa bene infatti che non ci si espone se non in quel noi che presagisce il passo a venire. Il coro è questo dirsi voce solo in quel noi. Da un plurale che dissolve l’aderenza dell’Io dunque, De Lea intona il proprio avvertimento. In quella terra raccontata dal poeta tuttavia le mani tese alla confidente sono come visitate da un linguaggio che ci parla; il dasein infatti sta nei versi come abitacolo di una perpetua veggenza. Quel ci che contraddistingue la tonalità emotiva è fonte sorgiva dell’essere-parola. Qui e ora o al di là?

Dell’intramata tessitura di Enrico De Lea, Edizioni Smasher 2011 (euro 10,00)
Prefazione di Alessandra Pigliaru – Postfazione di Enzo Campi
Foto di copertina di Giulia Carmen Fasolo

Neri e gaudiosi lumi in valle

Quarantena delle madri,
l’impastata notte di carbone e latte,
dietro il Coro, intorno alla fontana
delle mormoranti nostre brocche,
si tace del ritorno dell’acqua
a Selino, dopo anni di secca,
per la prossima festa, per la
devozione dell’urna al plenilunio.
Indugiare, sorelle, ave, nella conta dei morti,
pienamente parlare ed affidare
alla pazienza solare dei terrazzi,
è argento che il vivente strania, una fuga
ed un fiato montano improvviso.

Ancora, una prece per i padri,
ma l’assenza ha partorito ricche
le sofferenze del nostro canto, ma la presenza
ha avuto un cardine raccolto euna compresenza
abboamo percepito, non un consumo
del tempo da bestie ruminanti, non
una voce che si sia perduta nella fuga.
Costanza del paesaggio, da Ciappazzi,
ove i morti hanno la luce ultima e aururale,
e il fiume reca una sinuosa femminile
grazia della fertilità, ma uccide nel corpo
i portatori, salvi per un giunco, un olivastro.
dalle piene non una salvezza, ma un rifiuto,
e una perdita è la volontà d’ognuno.
Dove la storia non sia mai rinascita.

Ci si conosce per un nome oscuro nella comunità,
un soprannome preso da una storpia andatura
o da un dileggio di parente odioso, per le madri
resta un affare di secoli passati ed a venire.

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