Carlangelo Mauro, “Il giardino e i passi”

Nello scaffale, Carlangelo Mauro
a cura di Luigia Sorrentino

dalla quarta di copertina

In questa sua ultima raccolta Carlangelo Mauro si muove alla ricerca della propria origine: un mondo di umili, lontano, rimosso, che riaffiora per segni e ritrovamenti di sepolti in una lenta, spesso impossibile discesa, segnata com’è dagli «occultamenti » del presente. Di fronte agli avvenimenti irrevocabili e catastrofici della storia, l’economia di gesti domestici e di «voci in disarmo» costituisce una sapienza perduta per la stessa poesia che rivela la sua insufficienza. Le parole di quel mondo «che valgono una vita / senza essere mai scritte» sono infatti irripetibili, i piccoli rimangono «foglie disperse / senza racconto o rima». Nei suoi luoghi abitualmente vissuti, l’autore incontra morti e reperti umani «sigillati» dal materiale piroclastico del Vesuvio, che sembrano comunque voler esprimere, a fronte dei «roghi perfidi » dell’oggi, il valore della marginalità, individuale e storica.

.Dalla Prefazione di Maurizio Cucchi
.
Gli aspetti che subito emergono anche a una prima lettura di questo libro di Carlangelo Mauro sono a mio avviso due: la sottigliezza e l’acutezza della scrittura e l’insistere di una memoria che è anche, o soprattutto, memoria familiare e storica, e che risale, dunque, anche decisamente indietro nel tempo,
come se l’autore se ne sentisse in qualche modo, ma certo senza opporsi, risucchiato.

Carlangelo Mauro è un poeta colto e raffinato, che si propone con un rigoroso controllo intellettuale e con lodevole discrezione di accenti. Il suo è un verso breve, asciutto, eppure denso, che deve la sua ristretta misura a una attenta economia della parola, a un rispetto che non viene mai meno per la parola stessa, insieme a una felice vocazione antiretorica, quella che gli consente di esprimere il sentimento – che pure si avverte pulsare vivamente – senza sottolineature di alcun genere, e dunque con singolare autenticità, con piena verità personale.
Una questione di stile e di gusto, s’intende; ma anche e soprattutto, direi, una questione di moralissimo decoro.

.

Da “Il giardino e i passi” di Carlangelo Mauro, Archinto 2012 (euro 10,00) 

dalla sezione “Poetica”

c’è qualcosa che rimane
nell’aria senza peso
che ti dice che è inutile
muoverti o stare fermo
far scorrere l’inchiostro
sulla pagina bianca
di inesattezzedire il vuoto
dell’abbandono e della consolazione,
la polvere dei crolli,
che riacceca

ma sei già estinto
in partenza
rimarrà nell’aria
il buonissimo o altri giochi: 

 

è già morta da tempo
l’impronunciabile
e con essa non muore il mondo

*
                             a David Hume

le discussioni parvero interminabili
non si sapeva cosa stampare
di una miriade

si scelsero gli assaggiatori
ognuno propose
il suo vicino più diretto

alla fine la botte fu rotta
e si trovò una chiave
di ferro e una suola

*

c’era una volta la poesia
quando la stanza buia
era piena
del gioco della memoria

c’era perché senza barare
la toccavi con mano

adesso hai bisogno di lenti
grosse talmente da vedere
solo quelle


Notizia biobibliografica

Carlangelo Mauro è nato nel 1965 e vive a S. Paolo Bel Sito. Dottore di ricerca in Italianistica, collabora con la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea dell’Università “L’Orientale” di Napoli. Ha pubblicato un volume su un Petrarchista del Cinquecento: “Di corte in corte. Per una lettura dell’opera poetica di Colantonio Carmignano” nel 2012, diversi saggi su Quasimodo poeta e giornalista (del quale ha curato l’edizione del “Colloqui” su Il Tempo, nel 2012 e su vari poeti: Rocco Scotellaro, Paolo Volponi e Umberto Piersanti, Giampiero Neri, Luigi Fontanella. Ha curato con Enzo Rega il volume: “La poesia a scuola. A colloquio con i poeti Milo De Angelis, Luigi Fontanella, Giampiero Neri, nel 2003. Ha pubblicato le raccolte di poesia “In margine” (1997), “Antidoto (2000), la plaquette “Alla madre” (2003).

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Commenti

  1. E’ veramente una “poesia in disarmo”, come viene detto nella quarta di copertina che Luigia Sorrentino riporta qui. “C’era una volta la poesia”, scrive Mauro, qualificando se stesso come un post-poeta che scrive dopo che la poesia è già finita; che gioca con le parole, ma in un gioco funebre, che ricorda le nenie infantili nelle sinfonie di Mahler. Personalmente, scorgo in questi versi un costante avvicinamento alla morte: come in un gioco, come in una danza, come a un’apparizione casuale caduta lì fra pensieri distratti…

    “c’era una volta la poesia
    quando la stanza buia
    era piena
    del gioco della memoria”

    La stanza buia e la memoria sono figure di morte. Ma si avverte la morte anche nei versi successivi:

    “c’era perché senza barare
    la toccavi con mano”

    una presenza che non c’è più, che non si può più “toccare con mano”, che è visibile solo “barando”, usando l’artificio di potentissime lenti -in una situazione quasi da laboratorio.
    Certo, la poesia precedente dice che “qualcosa rimane”: ma di cosa si tratta? Della sagoma di un’assenza, di un’assenza che perdura in un'”aria senza peso”. Mauro gode la felicità strana di chi ha perduto tutto. Gode l’ambigua consolazione di sapere che “non muore il mondo” anche se tu “sei estinto in partenza”.
    Questo io vedo in questi pochi versi. Grazie a Luigia per averceli fatti conoscere.

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