Tiziano Broggiato, “Città alla fine del mondo”

Nello scaffale, Tiziano Broggiato
a cura di luigia Sorrentino
 
Città alla fine del mondo, Jaca Book, p.130, euro 12
.
di Loretto Rafanelli

Tiziano Broggiato, ha il rigore dell’escursionista, prepara tutto con minuzia, quindi parte per una scalata dal raro impegno, ma evita i pericolosi passaggi, guarda attentamente le condizioni del tempo e scruta il temporale vicino, che evita con prontezza. Sa che per scrivere in poesia è indispensabile una perizia assoluta, perché la conseguenza può essere quella di cadere nel precipizio della retorica o nel caos linguistico. Difficile peraltro che questo possa accadere a chi, come lui, ha dalla sua non solo una lunga militanza poetica, ma pure approfonditi studi e riflessioni sulla lingua e sui testi dei grandi maestri, richiamando a sé gli esempi maggiori quali Montale, Celan (a cui dedica una bella poesia: “È la stessa Senna silenziosa/ che accolse l’urgenza delle tue ombre/ nel suo pietoso grembo…”), Tranströmer, Krüger.

Broggiato, inoltre, quasi fosse dotato di un allarme interiore, riconosce con grande acume i confini da rispettare: quelle disposizioni ferree a cui i poeti, veri, debbono attenersi, come fossero incombenti disposizioni militari. Dice bene, allora, Mussapi nella quarta di copertina, che il risultato è “una poesia priva di sbavature”. Il poeta pare intento ad uno scavo sapendo però che non si devono accumulare i materiali, piuttosto agire in levare, in diminuzione. Broggiato, infatti, è un poeta essenziale, che contiene nella sua scrittura un passo certo e calibrato, potremmo dire: un passista in grado di fare una corsa senza cedimenti. Ma non è, tuttavia, un freddo architetto della parola. Così dicendo, toglieremmo molto ai suoi versi, scarnificati spesso più che scarni, che rispondono a una bussola dalle ricche sfaccettature e a varie mappe. Nel viaggio del poeta c’è di sicuro una diffusa e viva illuminazione e un sentire poetico non comune (un solo esempio: “Si è oscurato in pochi istanti il pomeriggio/ sulla piazza dei gerani parigini”). In questa raccolta, Broggiato, si fa soprattutto incursore nelle luci e nelle ombre delle città, che ricorrono numerose nei suoi versi, luoghi che probabilmente solo in parte ha visitato, una geografia complessa la sua fatta di addentramenti e di immaginazioni. Non è però un geografo o un novellatore di scenari incantati, le sue osservazioni sono rivolte al battere della vita negli occhi delle tante persone che si incontrano. Uomini e donne che ci paiono quasi senza identità. A Londra, Parigi o in qualche piccolo centro veneto; eppure essi sono pezzi di noi, perché la identità non è solo la nazionalità o la cultura o il cibo, ma è, semplicemente, la realtà che ci sta accanto e che spetta a noi cogliere o meno. E l’occhio del poeta, quando ha la dovuta grazia, è in grado di comprenderla come pochi altri. Broggiato è in questa dimensione e cerca senza sosta i volti, le cose, i colori, le pieghe del mondo, scoprendo anche da uno squarcio di cielo, il battere del tempo, come quando parla della bella città francese di Le Havre, che ci giunge in questi folgoranti versi: “Le Havre in un silenzio immobile/ alle prime luci dell’alba, con la/ macchia grigia e calma delle nuvole/ in avvicinamento dal mare”. Un contesto ricco di tanti quadri, alcuni terribili come l’ansimante rudezza della vita, nelle parole appagate dell’assassino: “Lei non può capire/ il senso di onnipotenza che ho provato/ mentre le tenevo la testa sotto l’acqua” (col sospetto però che qui Broggiato pensi all’addomesticamento della sua poesia). Ma pure aspetti intimi come quelli dolci e tristi di padre, quando saluta il figlio che se ne va ad abitare in Austria: “Ci rivediamo il giorno del tuo compleanno./ A metà strada, come hai deciso./ Ma fammi sapere, per tempo, se sarà/ a Chiusa, oppure a Bolzano”. Ma perché, mi chiedo, col titolo del libro, “città alla fine del mondo”? Forse il poeta pensa all’esaurimento della civiltà occidentale? In parte sì, ma questa problematica non pare così urgente nella sua prospettiva. Diversamente è più opportuno pensare a qualcosa che si snoda visibilmente nel libro, come un filo ininterrotto: il senso della fine, intendo dire come sensazione personale, come mondo interiore. Sensazione che aleggia pesante in molti versi, e sembra un vento fradicio che si incunea nei passaggi della vita, vista nella sua stagione matura. Broggiato sposta e in qualche modo oggettivizza, proiettandolo sulle città del mondo, quel suo senso di finitudine. Dice: “Sto qui, fermo al crocevia,/ con il pensiero fisso che/ l’approssimarsi/ della primavera m’intristisce…”. E, ancora, più che in alcuni passi quasi espliciti (“Indugio ancora, un poco, per convicenrmi/ definitivamente che sarà lei a trovarmi”; o quando descrive la presenza della morte vicina nel tram, poi alla fermata, che come un’ombra cerca di raggiungerlo: “Dovevo assolutamente oltrepassare/ quella donna…/ lei era la morte”), all’inzio della poesia “Finestra di grattacielo”: “Nei preparativi per il sonno/ qui, nella città straniera… succede a volte che irrompa/ una crepa improvvisa, che/ in uno spazio lungo solo pochi secondi/ si apra un varco nel muro/ che stavi pazientemente erigendo:/ di là c’è la lista dei nomi,/…che genera insonnia”. È una crepa grande che fa profonda la lacerazione del cuore e che porta quasi all’esigenza del pianto, non a caso si dice grato al poeta amico (M. C.) a cui dedica una poesia, perché a volte piange, e non solo per la morte vicina della sua amata gatta Gigia: “Piango ancora, sai qualche volta./ Per le mie cose. Gioie o avversità/ non ha importanza./ Piango un poco, da solo, e mi fa stare bene.” È un dolore che si manifesta sottile, quasi nascosto, perché Broggiato non concede nulla al clamore sentimentale e rilascia solo una occhiata rapida e furtiva al dolore. Una parola secca e pungente fa da schermo. Ma ciò non impedisce di coglierne le coordinate, di comprendere un disagio, che si affida alla parola. Che è per lui un dovere, un esercizio necessario. La funzione della poesia, scrive in una poesia a conclusione della raccolta, è decisiva proprio perché più di qualsiasi altra manifestazione permette di dire, di aprire i confini dell’anima. A patto che non sostituisca la vita: “…Si tratterebbe, a questo punto, di governare/ con cautela…/ purché la corrente rallentata non illuda/ sulla reale vicinanza della riva”. Appunto, che la poesia non divenga estranea al corso della vita, ma che la guardi in faccia, seppure con cautela, sentendo la parte di sé nella orma del tutto. Ma senza mai zittire la voce che urge forte dentro di noi e che un poeta come Broggiato sa invocare e dispiegare con rara intensità.

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Commenti

  1. “Si è oscurato in pochi istanti il pomeriggio / sulla piazza dei gerani parigini”. Una immagine in cui una annotazione “meteorologica” e temporale, alquanto indifferente ed estranea, viene subito calata in un luogo preciso, in uno spazio definito e proprio della sua vita. Tenerissimo è quel sentimento delicatamente espresso: “Piango ancora, sai qualche volta…../ Piango un poco, da solo, e mi fa star bene.”

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