“Poeti da riscoprire”, Giorgio Cesarano

Progetto editoriale
ideato e curato da Fabrizio Fantoni
con la collaborazione di Luigia Sorrentino


Per Giorgio Cesarano
(una nota di Tommaso Ottonieri)

L’itinerario, intellettuale poetico biografico, di Giorgio Cesarano (1928-1975), è senz’altro fra i più intensi e complessi, quanto misconosciuti, nella cultura italiana della seconda metà dello scorso secolo. Milanese ma, di famiglia, appartenente alla piccola aristocrazia del Sud, arruolatosi quindicenne e tubercolotico – nell’inconsapevole esaltazione e vulnerabilità della prima adolescenza – nella famigerata X MAS (per cui praticamente non combatté, ma rischiò la fucilazione da un plotone partigiano), divenuto reporter nell’immediato dopoguerra e iscrittosi al PCI da cui fu prestissimo espulso, aderì progressivamente ai movimenti anarchico-rivoluzionari e internazionalisti, avvicinandosi alle posizioni del situazionismo francese, specie nella prospettiva del “Traité” di Veneigem (che fu per lui testo di riferimento fin dalla primissima uscita), quindi fondando il nucleo milanese del “Ludd – Consigli Proletari” (nato per interpretare fattivamente e dinamicamente un’esigenza di critica della vita quotidiana), e divenendo – specie negli ultimi anni della sua vita – uno dei più lucidi e radicali interpreti del capitalismo avanzato e del dominio ‘reale’ del capitale sull’essere e la società (con titoli come “Apocalisse e rivoluzione” e “Critica dell’utopia capitale”). Terminò la sua esistenza nel ’75, sparandosi al cuore un colpo di pistola, un anno dopo aver pubblicato un singolare, sicuramente irripetibile “Manuale di sopravvivenza”.
Alla poesia, ma alle arti in genere, sono dedicati gli anni centrali: fra il ’59 e il ’66 pubblica tre raccolte, la prima delle quali, “L’erba bianca”,, venne salutata da Fortini (che la introdusse) come una sorta di “chiamata di correi” rivolta “proprio a noi, vicini e contemporanei”, perché “complici della catalessi del mondo”; un tema che animerà a fondo la ricerca di marca (diciamo) situazionista, che egli avrebbe operato nella teoria politica un decina d’anni più tardi.
“La pura verità”, pubblicata nel ’63 nel “Tornasole” mondadoriano, diretto da Sereni e Niccolò Gallo, consisterà invece di quattro” storie”, o micronarrazioni in versi (l’episodio centrale, “Autodromo”, s’incentra su una sciagura sul circuito di Monza in un clima domenicale), suggellate da una memorabile ‘appendice’, “Reperti del ghetto e del lager”, senz’altro uno dei momenti assoluti della poesia italiana di quel ruggente decennio; di questa sezione, dice il risvolto di copertina (da attribuire ai direttori di collana): “Una sorta di allucinante monologo ‘esteriore’, nel corso del quale una serie di oggetti campione, prelevati dai lager nazisti, viene presentata, o meglio si presenta da sé, in una dimensione anti-mitologica, quotidiana, quasi familiare: come se persecuzioni e torture continuassero sommessamente al di qua della cronaca, dentro la nostra stessa vita”. Si definisce, in questa raccolta, una tecnica di costruzione per giustapposizione di “immagini di una società in movimento”, che ha luogo però solo per “alludere ad una situazione di autocondizionamenti per cui l’uomo ha interrotto o interrompe il suo rapporto con la realtà”, come si legge nella nota accompagnatoria (la sigla, R.C., con cui essa è firmata, non è riconducibile a nessuno dei redattori e collaboratori) all’anticipazione che, della raccolta del ’63 (e segnatamente della sezione “Autodromo”), la rivista “Questo e altro” fece alla sua seconda uscita.
Al medesimo periodico (pubblicato fra il ’62 e il ’64, fra i luoghi di sperimentazione più aperti e stimolanti della cultura di quegli anni), Cesarano affidò poi ancora un notevole poemetto narrativo, “Una visita di fine estate”, uscito nell’ultimo numero della rivista; di lì a due anni, vide la luce la raccolta, ancora mondadoriana (collana “Lo Specchio”), “La tartaruga di Jastov” (1966), in cui prende ancor maggiore corpo e spessore la prospettiva intrinsecamente sperimentale del “romanzo in versi”, già inaugurata, nella sua dimensione più piena, da Elio Pagliarani fin dalla metà degli anni ’50 (data della composizione di “La ragazza Carla”). I successivi poemetti nrrativi di Cesarano, come “I centauri” (1964-66), “Il sicario e l’entomologo” (1968) o “Ghigo vuole fare un film” (1968-1969), animati da una forma di libertà sempre più anarchica e misteriosa, da un’oggettività lisergica e venata d’ombre, un estro irregolare e produttivamente inclassificabile, vennero poi inclusi nella raccolta “Romanzi naturali”, che venne rifiutata da Mondadori e poi pubblicata, postuma, da Guanda nel 1980. In anni recenti, Giancarlo Majorino (che fu legato al poeta, al pari di Raboni, Bianciardi, Giudici, Sereni, Zanzotto…) ha recuperato un testo inedito fin allora in volume, “Il Chiostro di Cambridge”, affidandone la pubblicazione alle edizioni milanesi de Il Faggio (2007).
Un atto definitivo di addio alla poesia avverrà nel ’73, due anni prima del suicidio (e uno prima del “Manuale di sopravvivenza”), quando, nel ripubblicare alcuni suoi inediti su “Paragone”, ad essi giustappone uno scritto, “Introduzione a un commiato”, ove esplicita il suo distacco irrevocabile dalla letteratura “senza residui e senza rimpianti”; e forse il senso di quell’abbandono, è racchiuso fin dall’apertura in forma di appunto del “romanzo” del ’68, nell’incertezza se “il reale” sia da intendere come “lingua in debito di rivoluzione”, o se invece “la lingua” sia di per sé “il debito, l’espropriazione”: quasi che fosse il fondamento – quest’ultima, la lingua – di quell’alienazione irredimibile che la logica mercantile imprime all’interno stesso del corpo, dei corpi, incontrandovi attrito e resistenza – ma imponendo, anche, scissione. (Mentre, certo, nel caso inverso: “il reale” è strutturato come lingua, ma proprio perciò, resta orfano di una rivoluzione probabilmente inattuabile all’interno di quella o di qualsiasi struttura). L’abbandono sarà allora il finale riconoscimento che non è possibile, nell’arte, e tantomeno nella letteratura (“strutturata” nella Lingua), quel “progetto di modificazione” che giusto dieci anni prima di quel commiato, in un intervento sulle arti visive dal titolo “Prima e dopo l’avanguardia”, Cesarano aveva assegnato all’arte contemporanea nella sua totalità.
Per necessario e conseguente che fosse (e non distante, di fondo, dalle ragioni che, con l’esperienza di “Quindici”, avevano segnato il dissolversi dell’esperienza del gruppo ’63 nell’impatto con la prospettiva movimentista), l’abbandono della poesia, per un poeta di tale intensità e libertà, e nell’arco di un’esperienza così peculiare e unica, suona quanto mai drammatico; Raboni, che ne aveva curata la guandiana raccolta postuma (“Romanzi naturali”), osservò – in una memoria nel venticinquennale della sua morte – che “pochi altri, nella sua generazione, possedevano la sua immaginazione ritmica, capace di fondere in modo veritiero i tempi distesi della narrazione e quelli spasmodici dell’ accensione lirica; nessuno uguagliava […] il suo talento figurativo, non obbediente ma spontaneamente affine a quello dei migliori artisti della pop art”.
Una strana, si direbbe ‘eccentrica’ forma di crucialità, insomma, è quella che la posizione di Cesarano ricopre nell’arco di quel decennio e mezzo così cruciale nella cultura dello scorso secolo, – lasso di tempo esaltante e drammatico insieme, – testimoniata altresì da importanti collaborazioni (“Aut aut”, “Nuovi Argomenti”, “Quaderni Piacentini”, “Carte segrete”, fra gli altri, oltre a “Questo e altro”, e “Paragone, per cui con Majorino e Raboni tenne una rubrica). Di questo, anche, ci dice il documento ritrovato, che proponiamo di seguito. Si tratta dello stralcio d’una minuta di una lettera (o di un frammento di lettera) che Mario Pomilio indirizzò a Giorgio Cesarano in occasione dell’uscita di “La tartaruga di Jastov”, presumibilmente nello stesso 1966 dell’uscita, nel pieno degli anni in cui lo scrittore abruzzese-napoletano discuteva a fondo e dialetticamente le teorie neo-sperimentaliste, in scritti che sarebbero stati raccolti nel volume “Contestazioni” (Rizzoli 1967). Si tratta di due fogli dattiloscritti, rinvenuti all’interno della copia allo scrittore dedicata (custodita nella sua biblioteca privata), quasi miracolosamente, proprio nei giorni in cui ci era stato richiesto di redigere una breve nota su questo grande “irregolare” della poesia del secondo ‘900. Un frammento in cui si riconosce la testualità di Cesarano, nella sua struttura di “discorso continuo”, come “una delle cose più caratterizzanti della fase che la nostra letteratura sta attraversando”. Oltre a fornire un illuminante commento “a caldo” circa una scrittura in versi tanto peculiare, questo documento ci testimonia con freschezza di una società in cui la letteratura deteneva il valore di un’autentica, vibrante e costante, forma di comunicazione e di scambio; d’un “condividere”, insomma, intimo e rigoroso, e tanto motivato insieme: “discorso continuo” a propria volta, istituito fra coscienze in dialogo, estranee a qualsiasi ambizione ad esporsi che animerà l’intiera microfisica delle società dello spettacolo (culturale) avvenire, delle reti social-spettacolari, con le loro relazioni intrinsecamente mercantili, coi loro diktat (estremo-capitalistici?) d’una condivisione interminabile, ludica e cupa, estranea a qualsiasi forma di sabotaggio di marca “luddista” degli ingranaggi che imbrigliano ‘realmente’, – nella rete metallica del loro invisibile hardware, – nella macchina soffice d’un software globale di connessioni sempre più sottili e vischiose, – la vita quotidiana: sottraendole alle ragioni del corpo – l’unico punto attraverso il quale possa transitare la via, “rivoluzionaria”, dell’acquisizione d’una “signoria senza servitù”, secondo la della liberazione radicale, posta in “Apocalisse e rivoluzione” (testo firmato con Gianni Collu nel 1973, e che sembra, nelle sue ragioni, apparentabile con l’ “Antiedipo” di Deleuze e Guattari, uscito l’anno precedente).
Riportiamo dunque, del breve dattiloscritto, la sezione compiuta; a verifica d’un eventuale seguito ed eventuali premesse di questo scambio, andrebbero sondati gli archivi pomiliani, custoditi presso il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia.
[…] Io non sono troppo tenero, è noto, nei confronti di molte sperimentazioni che si vanno oggi tentando. Ma proprio per questo divento forse un buon testimone nei confronti d’un tentativo come il tuo, il quale, tra le tante proposte di novità che ci vengono dalla lirica recentissima, m’è parso la cosa più autenticamente nuova, tra le pochissime che non sappiano di giuoco, e dove la “rottura” si attui all’interno d’una ricerca robusta, concentrata, severa, spoglia di velleitarismi. Ed è anzi curioso, e per me sintomatico, che in un momento di proposte alogiche, o di rotture attuate soprattutto rompendo la sintassi logico-lirica, il tuo tipo di rottura riesca in realtà dall’altra parte, e s’organizzi in un discorso “logico”, addirittura cercandosi delle strutture “narrative”. È già l’avvio a nuove sintesi? Non si può ancora dirlo: ma certo ne è caratteristica l’esigenza da parte di uno che, lo si sente, non s’è in precedenza rifiutato ad alcuna nuova esigenza, e le ha anzi soppesate tutte. E in ogni caso, se nuove sintesi debbono esserci, non c’è dubbio che il tuo discorso, quello odierno e quello futuro, si porrà come centrale.
In questa mia situazione, credo particolare, di lettore, mi pare inutile sottolinearti brani che più mi siano piaciuti: mi pare superfluo, intendo, e oltre tutto farebbe torto al tuo lavoro e alla tua tonalità, risvegliando troppo ovvie e convenzionali predilezioni per esiti “lirici” di fronte a un tipo di durata che vuol essere, al contrario, “prosastica”. Piuttosto, mi pare giusto darti atto della molteplicità e polivalenza di proposte e della varietà di visuali offerte dal volume, e che ricostituiscono ovunque delle insorgenze di natura lirica d’un curioso sapore, perché sono come aperture di canto concluse e per così dire spente da clausole prosastiche ora per suono, ora per densità concettuale: che è un riprendere, come m’è parso alle volte, la lezione del miglior Montale. E naturalmente conferisce a quella varietà e polivalenza la stessa polimetria, che non crea un tono o un’unità ritmico-melodica, al contrario affida i suoi esiti alle tangenti e alle varianti: che è cosa proprio da “romanzo”, e sia pure da “certo” romanzo. Ma a fare da romanzo è soprattutto il tuo obiettivismo e per dir così l’abolizione dell’io, che non è in nessuna parte, neppure nell’ “anima falsificata” cui accenni, neppure in momenti parentetici come “Se ti duole ecc.” a pag.92. E lo strano è che non ci sono neppure le cose, come oggi suol dirsi, che non vengono avanti né nella loro sensitiva evidenza, né nel loro “sentimento”, ma sbriciolate, per frammenti, per ‘residui’ d’impressioni e sentimenti. […]

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Commenti

  1. Tragica e’ la fine se non si e’capaci di trovare l’equilibrio necessario per continuare vita e letteratura…parlo di equilibrio non di compromesso… non di arresa… poi tutti noi vogliamo amare ed essere amati e basta un attimo di squilibrio per spezzare una vita con un colpo al cuore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *