In memoria di te, Marina Mariani

marinamariani
Marina Mariani nasce a Napoli il 14 novembre 1928 da Giuseppe, avvocato, e da Lea Tuzii, proprietaria terriera.

All’età di otto anni si trasferisce con la famiglia a Roma, ma il ricordo dell’infanzia trascorsa vicino al mare (nella casa di via Elena, ora via Gramsci), dei primi anni di scuola presso le Suore dell’Arco Mirelli resterà vivo e presente nella sua memoria.

E’ la terza ed ultima di tre figli. Prima di lei c’è il maggiore, Paolo, bello, brillante che morirà improvvisamente all’età di 23 anni, questa tragedia segnerà per sempre la famiglia Mariani e Marina in particolare. Il secondo, Marcello sordastro dalla nascita, perderà completamente l’udito in età adulta, ma riuscirà comunque a vivere una vita di lavoro e di famiglia soddisfacente, si sposerà e avrà due bellissimi figli Paolo e Andrea, gli unici cari nipoti di Marina.

Queste vicende familiari renderanno difficile l’adolescenza di Marina che vivrà questi anni in un’atmosfera di lutto e di tristezza, ma nello stesso tempo la spingeranno a cercare un rifugio in un’altra dimensione e lo troverà nella poesia. Spesso lei stessa descrive i pomeriggi d’estate lunghi e pigri trascorsi a Pescosolido in Ciociaria, nella casa di famiglia, le sue passeggiate nel vasto bosco circostante, alla scoperta delle piccole e grandi cose della natura. Legge Montale, Saba, Caproni, Dickinson e cominciano così a delinearsi i fondamenti della sua storia poetica.

Frequenta per un certo periodo la Pro Civitate Christiana di Assisi, culturalmente molto attiva negli anni ’50 e ’60 e, pur non potendosi definire religiosa, si innamora per sempre della figura del Cristo.

Dopo aver conseguito la maturità classica al Liceo Giulio Cesare, si iscrive alla facoltà di Fisica, ma, dopo aver dato solo alcuni esami, decide di cominciare a lavorare. Riprenderà gli studi molti anni dopo, iscrivendosi alla Facoltà di Filosofia dell’Università di Firenze e il suo interesse per la psicoanalisi la porterà a discutere la tesi con Cesare Musatti.

Comincia col collaborare come stenografa alla stesura di sceneggiature cinematografiche con Fulvio Palmieri, Ennio Flaiano, Gino De Santis e altri. Nel 1955 si impiega alla RAI dove rimarrà per trentacinque anni occupandosi prima, nell’ambito del Servizio Opinioni, di rispondere alle lettere e alle telefonate del pubblico della radio e soprattutto della TV degli inizi e poi a Radiotre dove si occupa di trasmissioni letterarie tra cui la rubrica “Pagine” il cui materiale viene utilizzato ancora oggi.

81_01_poe3Alla RAI incontra Giulio Cattaneo al quale per primo fa conoscere le sue poesie fino allora tenute segrete. Cattaneo la incoraggia a scrivere e la spinge a pubblicare su riviste letterarie quali la Fiera Letteraria, Nuovi Argomenti, Linea d’Ombra, Paragone e altre.

Nel 1982 le sue poesie appaiono nel volume di Einaudi “Nuovi Poeti Italiani 2” a cura di Alfonso Berardinelli e nel 1984 in “Poesia Tre” edito da Guanda.

Le successive pubblicazioni in volume sono state tutte edite dalla Quasar, una Casa editrice seria, ma con scarsa diffusione perché, come notava M. con ironia, “specializzata in archeologia”. Così nel 1998 esce “La conversazione” (andata tra i finalisti del Premio Viareggio), nel 2000 “Il gioco delle costruzioni”, nel 2007 “In campo lungo” e nel 2009 “Poesie migranti”

Nel 2003 aveva pubblicato anche un libretto in prosa – “Una bella perdita di tempo”- in cui presentava un altro modo (diverso?) di raccontare i suoi incontri con le cose di tutti i giorni.

Marina ha fatto viaggi in Italia e all’estero, visitato pinacoteche, frequentato sale da concerto e teatri di prosa. Era molto intonata e con voce garbata cantava volentieri brani d’opera o canzoni napoletane. Ha avuto un gatto (albino e sordo) di nome Guercino e poi un cane (tutto nero, vagamente labrador) di nome Poema.

82_01_nuopoeitEra socievole, curiosa, aveva una grande facilità nello stabilire rapporti, per quanto breve o occasionale fosse un incontro; le sue parole non erano mai banali o di circostanza, ma si mostrava subito per quello che era e dimostrava un effettivo interesse per l’altro.

Si definiva “poeta minore”, ma le avrebbe fatto piacere-come dice nella poesia “Quale onore”- che qualcuno tenesse un suo libro”bambino che non ho fatto nascere…in mezzo agli altri libri suoi fratelli maggiori”.

Alcuni hanno associato mentalmente la poesia di Marina a quella della Szymborska (da lei assai amata, ma conosciuta solo attraverso le traduzioni e la diffusione seguita al premio Nobel), nel comune modo di sentire e guardare alle piccole cose, nell linguaggio semplice e facile, nel tono basso, sempre permeato dal dubbio, e non ultima, nell’ironia.

Altra curiosa coincidenza: verso la fine dei suoi giorni Marina logorata da anni e anni da una malattia del sangue, mette fine volontariamente alle cure e con un “Basta così”, il titolo dell’ultimo libro della Szymborska, attende serenamente la morte avvenuta il 16 febbraio 2013.

I miei amici

non mi cercano, non m’invitano a pranzo,
non mi telefonano mai;
non mi mandano auguri per Natale
ma sono miei amici.
Non mi fanno regali,
non m’aiutano a vivere
con raccomandazioni o altre cose;
ma mi aiutano a vivere
perché sono miei amici.
Noi non c’incontriamo in piscina,
non combiniamo le vacanze insieme,
non facciamo progetti di lavoro.
Non ci portiamo scambievolmente le sigarette
né la busta del latte
quando l’altro è ammalato;
non ci raccontiamo i reumi e le tasse.
Non ci facciamo carezze d’amore
né di solidarietà
né di pietà.
Pure – bisogna dar credito
al prodigio; e la geometria
non è favola –
le nostre esistenze parallele
s’incontrano in un punto
all’infinito.

da “La Conversazione”, Edizioni Quasar

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