Gerard Manley Hopkins

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Selected Poems |  Poesie Scelte
, cura e traduzione di Maurizio Clementi, testo inglese a fronte, Collana Stampa 2009, 2014 (euro 15,00)

Questo libro presenta, in una traduzione nuova, una scelta di versi del grandissimo Gerard Manley Hopkins, che si impose come un nuovo punto di partenza per molta parte della lirica di lingua inglese del Novecento. La sua importanza, sempre in crescita anche ben oltre i confini della letteratura inglese, nasce da alcuni elementi che ne caratterizzano l’opera e che da subito si evidenziano. La sua tensione innovativa, sul piano della forma, si manifesta nella ricerca di un ritmo e di un metro che, partendo dalla tradizione, la alimenta e arricchisce di impulsi originali, in qualche modo aprendo la strada alla modernità del verso libero nelle sue forme più consapevoli. La tensione che agisce direttamente sul corpo vivo del testo è soprattutto la tensione interiore, morale e metafisica, che ne arrovella l’animo e lo spinge in una verticalità vertiginosa, coinvolgendo l’idea del divino e del Cristo, nell’ascendere di una grande potenza visionaria che si realizza in continui vortici di immagini. Maurizio Clementi ha curato questa scelta di opere e ce la propone in una nuova traduzione, mettendo al servizio di un autore amato il proprio studio e la propria sensibilità di poeta.

 

IL NAUFRAGIO DEL DEUTSCHLAND

6, 7 dic. 1875

alla beata memoria di cinque suore francescane,
esuli a causa delle leggi Falck, affogate fra
la mezzanotte e il mattino del 7 dicembre.

PRIMA PARTE

I

Tu che mi guidi

Dio! Datore di fiato e di pasto,

riva del mondo, del mare flusso,

Signore del vivo e del morto;

tu hai intrecciato e ossa e vene in me, fissasti me carne,

e dopo per lo spavento hai quasi disfatto

la tua fattura: ed ecco mi tocchi di nuovo?

Da capo io sento il tuo dito, e ti trovo.

II

Io dissi sì

oh, antenna ai frustanti fulmini;

tu ascoltasti il mio cuore più vero del labbro, confesso

del tanto terrore di Te, o Cristo, o Dio,

tu sapesti navate, l’altare e l’ora di notte:

il venir meno del cuore che il tuo trascorrere in slancio gettò

giù con orrore d’altezza,

teso il diaframma per l’ardua pendenza, avvolto dal fuoco di spinta.

III

La sua fierezza del viso

davanti, lo schianto d’inferno

di sotto, dove, dov’è un posto, dove un posto che io fugga?

Scossi l’incanto dall’ala

e con un balzo del cuore io fui già al cuore dell’Ostia.

Mio cuore, colombalato tu eri, sì posso dirlo,

dotato di meta, io oso vantarlo,

scorrendo da fiamma a fiamma, torre fra grazia e grazia.

IV

Soffice sabbia io sono

in una clessidra, al muro

fissa, minata da un moto interno, una scossa,

che accelera e pressa poi fino al crollo,

io fermo come acqua di pozzo, sospesa sul vetro,

ma sempre legata alla fune, per tutto il pendìo fin giù dalle erte

montagne o dai fianchi del colle, una vena

della profferta evangelica, un impulso, un principio, un dono del Cristo.

V

Un bacio io mando

alle stelle, intermittente stupenda

luce stellare, che si diffonde intorno,

e ardo e mi glorio nel tuono;

un bacio io mando al ponente screziato di prugna,

benché nello splendore e stupore del mondo,

il suo mistero va impresso su ognuno ed espresso,

perciò lo accolgo all’incontro, poi rendo grazie quando alla fine comprendo.

VI

Non dalla sua gioia

viene l’impulso avvertito dall’uomo,

né prima dal cielo (e pochi conoscono ciò)

inferto è il colpo vibrato –

Quel colpo ed impulso che stelle e tempeste scatenano

per cui la colpa si tace, e quindi sciolti e lavati restano i cuori –

ma il tempo cavalca ambedue come a cavallo di un fiume

(e qui chi ha fede vacilla, e chi n’è privo s’aggrappa alle favole e sbaglia).

VII

Ciò data dal giorno

del viaggio suo in Galilea,

tomba caldo-distesa di un grigio utero-vita,

e mangiatoia, ginocchio di pura illibata,

la densa e guidata Passione, poi il sudore di morte;

di qua la posa del carico, di là il risveglio futuro

benché avvertito già prima, benché già in pieno flusso –

ciò che nessuno avrebbe capito di quello, solo il cuore alle strette

VIII

confessa! Oh

frusta è per noi la parola ultima,

ottima o pessima! Così succosa felpata susina

morsa fino allo squarcio di polpa

zampilla! Fluisce sull’uomo tutto il suo essere aspro o ameno,

lo colma in un lampo, è pieno! Di qua, allora, o tardi o presto,

all’eroe del Calvario, ai piedi del Cristo,

mai non si chieda se conoscendo, volendo o temendo gli uomini vanno.

IX

Sii adorato fra gli uomini,

o Dio, forma contata tre volte,

torci, cacciandola in tana, quella ribelle

malizia dell’uomo, manda naufragi e tempeste.

Oltre ogni dolce parola, sopra ogni detto di lingua

tu sei ardore e bagliore, ho scoperto, freddo iemale e calore,

padre che coccoli il cuore che hai torto,

hai il tuo discendere ombroso, e molto pietoso sei allora.

X

Con chiasso d’incudine

e il fuoco nell’uomo tu forgia il volere,

l’eleggere e il trasformare, scorrendo furtivo entro lui

come una fonte, scioglilo ma siigli guida per sempre:

se tu verrai ad un tratto, come ad un tratto nel crollo di schianto di Paolo,

o come Agostino, con arte squisita di indugi,

pietà per noi tutti, su tutti noi

la tua guida, ma sii adorato, sii adorato il Re.

PARTE SECONDA

XI

«Qualcuno mi incontra da spada, qualcuno

da giunto o binario; da fiamma

fanone o da flutto», e rulla la Morte il tamburo,

mentre tempeste con trombe soffiano al mondo il suo nome.

Ma noi sogniamo d’essere avvinti alla terra. Polvere!

La carne ci cade intorno, benché sia intatto a noi il fiore,

noi ondeggiamo con l’erba, eppure obliamo l’acerba

scure che si curverà per tutti, e arriverà il cieco vomere.

XII

Salparono di sabato da Brema

diretti alla terra americana,

contati coloni e marinai, sommati gli uomini e le donne.

un duecento anime in totale –

o Padre, non sotto le tue piume né mai facendo conto

che il fine era una fine, che d’un quarto era destino l’affogare,

ma pure l’arco scuro della tua benedizione

non fece loro volta, i cerchi a milioni della tua misericordia non cinsero anche loro a protezione?

XIII

Spazza le nevi e procede

indietro gettandosi il porto

la Deutschland, domenica, e così tiene il cielo,

ma l’aria infinita è nemica,

il mare è una scheggia di selce, neroschienato dal ben regolare respiro,

e soffia da est nord est, infausto corso, il vento;

dritta giù in fili, accesa infuocata di bianco, attorta dal vento in turbini, la neve

rotea fin giù ai vedovanti abissi privanti di figli e padri.

XIV

Si spinse la nave nel buio, sottovento,

e urtò non scogliera né fondale

ma il crinale d’un tumulo di sabbia: la notte la condusse

esatta sul Kentish Knock;

e sbatté contro il banco con la prora e la linea della chiglia,

i marosi allora irruppero sul ponte tumultuosi con rovina,

e bussola e velame, e l’elica e la ruota del timone

vani per sempre furono al vento e al volgere alla rotta: questo essa patì.

XV

Speranza scoprì i capelli grigi,

Speranza si mise allora in lutto,

corsa da lacrime, incisa d’affanni

Speranza da dodici ore era persa,

ed un orrore di notte avvolse quel giorno di pena,

niente soccorsi, solo brillavano razzi e fari nell’acqua,

le vite furono infine sospinte dall’onda:

alle sartìe s’aggrapparono, scossi dall’aria possente vibrante.

XVI

Uno si mosse dai canapi e andò per salvare

le donne impazzite di sotto,

attorto il suo corpo a una fune, destro e spavaldo –

gettato alla morte in un soffio,

malgrado il suo petto corazza ed i muscoli a fascio:

l’avrebbero visto per ore cullato su e giù

fra il vello di schiuma e il nero carbone dell’acqua. Che poté fare

nei getti a nodo incrociati delle fontane dell’aria e contro l’urto e il fluire dell’onda?

XVII

Lottarono col freddo del Signore,

non ressero e caddero sul ponte

(li schiacciò) o in acqua (li affogò) o infine rotolarono

contro la carcassa nell’impeto dei flutti.

La notte mugghiava all’ascolto scorante di turbe dal cuore spezzato,

lamento di donne, pianto senza freni di bambini,

finché s’aderse una leonessa e tenne testa a una babele mormorante,

torre e profetessa nel tumulto, e disse in una lingua virginale:

XVIII

– Ah nel tuo chiostro d’ossa toccato

sei! Piegato in un raro dolore

sei stato! Da me qui da sola erompi parole

tu, madre dell’essere in me, tu, cuore.

O tenacemente spuntate dal male, la verità confessando,

perché, lacrime? Voi qui? Lacrime; che dilavante madrigalesco principio!

Festa che mai non invecchia, fiume di giovinezza,

che cos’è mai questa gioia? Il bene che hai qui riservato?

XIX

Sorella, c’è una sorella chiamante un padrone,

e il suo padrone è il mio! –

Sul ponte i marosi trascorrono e tornano e spazzano,

l’acqua salmastra irruente colpendola in viso

l’acceca, ma lei nella furia, lei vede una cosa, sì una,

quell’una lei afferra, e si inerpica fino alle orecchie

divine, e il suo richiamo là in alto,

sugli uomini appesi su coffe e paranchi, sovrasta il frastuono del vento.

XX

Era la prima di cinque e veniva

da un ordine di suore con il velo.

(O Deutschland, due volte disperazione nel nome!

Orbe orbato del proprio bene!

Ma Gertrude, che è il giglio, e Lutero son due di una stessa città,

il giglio di Cristo e la bestia del bosco sfiorito:

è stato scritto dall’alba di vita

Abele è fratello a Caino, e il seno succhiato è lo stesso).

XXI

Aborrite per l’amore che gli uomini videro in esse,

poi sbandite dalla stessa terra di nascita,

il Reno le rifiutò, Tamigi le avrebbe perdute,

la spuma, la neve, il fiume e la terra

vi immersero il dente, ma tu dall’alto, o tu, Orione di luce,

le palme tue aperte e fiere pesarono il merto,

tu, o guida dei martiri, tu, alla cui vista

i fiocchi mutano in fiori spirati di foglie, in scroscio gentile di gigli che il cielo vi piovve.

XXII

Cinque! È il ritrovato e la grazia

e cifra poi del Cristo sofferente.

Guarda, il marchio è fatto a mano d’uomo,

e di questo la parola è Sacrificio.

Lui l’incide poi scarlatta egli stesso sui prescelti,

presi avanti il tempo, i più cari in prezzo e in pregio,

stemma, segnale, sigillo cinquefoglie

da stampare sul vello d’agnello, imporporando poi il fiocco rosato*.

XXIII

Scenda gioia su te, o padre Francesco,

attratto a quella Vita che morì,

coi nodi dei chiodi in te, o fodero di lancia, sua

vista d’amore alla croce,

e pegno del suo verace ritorno, serafino! E queste tue figlie

vitali cinque volte e vanto e favore a tutti offerto,

strette sorellamente in acque selvagge,

bagnarsi all’oro fuso della grazia, spirare al puro fuoco dei Suoi sguardi.

XXIV

Lontano, nel dolce occidente,

in cima a un verde pascolo del Galles,

io stavo sotto un tetto, stavo in pace,

e loro preda ai venti,

e lei all’aria nera intorno, alla squassante e fitta

neve a fiocchi, ed alla folla che afferra e trema

invocava “Cristo, Cristo, vieni presto”:

la croce a sé, a sé lei chiama Cristo, e il dominante caos battezza suo Massimo Bene.

XXV

La maestà? Che cosa lei intese?

Soffia, principio, originario Respiro.

È in lei quella brama di essere qual è stato un tempo il suo amato?

Soffia, corpo di Morte gentile,

altro avevano in mente allora gli uomini

che con un “Siamo perduti” destarono

Te nelle pioggia a Genezareth,

oppure per quella corona piangeva colei,

più intensa cercando la pace quanto più intenso il combattimento?

XXVI

Con quale ovazione del cuore

il grigio di grevi mammelle giù avvinto alla terra

si libra in alto, scoprendo l’azzurro ghiandaia del cielo

di un Maggio spogliato di pelle e sconvolto!

Altezza d’azzurro pulsante e di bianco barbaglio; o notte ancora più alta,

col fuoco diffuso a campane e l’eterea falena Via Lattea,

che cosa a vostra misura è il cielo del desiderio,

tesoro mai colto da occhio, e mai indovinato all’ascolto?

XXVII

No, ma non fu per questo.

La pena, lo squassare del calesse

assegnato al tempo, è questo che causa la richiesta di riposo

del cuore quando è zuppo di dolore.

Non pericolo né elettrico orrore; ma è allora che esso scopre

che l’appello alla Passione è più amorevole in preghiera più solinga:

altra, io medito, nella mente di lei fu la misura

del fardello, nell’urto del vento e nel colpo delle onde schierate da dragoni.

XXVIII

Ma come… fatemi stanza qui:

datemi un… Immagine vieni più in fretta –

cogliete la vista di ciò? Guardate lì come s’alza

la cosa che lei… È là! Il Maestro,

Ipse, l’unico e solo, il Cristo, il Re, il Capo,

Egli sarà a curare lo stremo in cui la gettò;

agisca, disponga, comandi sui vivi e sui morti;

che Lui cavalchi in trionfo, il vanto di lei, che Lui promulghi e poi compia alla fine i decreti.

XXIX

Ah! Lì c’era un cuore retto!

Lì c’era un occhio eletto!

Lei lesse la notte dell’urto informe

e subito seppe e il chi e il perché;

e come dirlo a parole se non per Colui che è presente e passato

e di cui cielo e terra sono parole parlate da Lui?

Il Simon Pietro di un cuore! Nel vento

salda Tarpea tu fosti, con solo un faro davanti soffiato di luce.

XXX

Gesù, luce del cuore,

Gesù, di vergine figlio,

quale banchetto seguì quella notte

che tu avesti gloria da questa sorella? –

Banchetto dell’unica senza peccato.

Per questo concetta, per concepirti fu fatta;

ma qui fu spasmo del cuore, di mente fu parto,

parola, che stette all’ascolto e ti strinse ed interamente ti emise.

XXXI

Bene, lei ha te per la pena e per il

patire, ma solo pietà per il resto degli altri!

Va, cuore, e sanguina dalla tua vena più amara per i

senza conforto fra quelli e gli inconfessati –

No, non inconfortati: tenera ilare Provvidenza,

o dito guardiano, o di piumesca delizia, il seno della

Vergine obbedì a, rintoccò per, risuonò di,

e accolse il povero gregge tornante! Dunque il naufragio è una messe, e la tempesta il raccolto trasporta per te?

XXXII

Io ti ammiro, delle correnti signore,

e dell’antico diluvio, e del dilavare dell’anno;

curva e ricovero ai fianchi del golfo,

sua cinta, suo molo, suo muro;

stagnante e spegnente, oceano di mobile mente,

terreno dell’essere, e sua granitica base: e al di là

d’ogni stretta, Dio, troneggiante lì dietro

alla Morte con una maestà che cura ma cela,

che tutto antivede ma attende;

XXXIII

con una pietà che travalica

il tutto dell’acqua, un’arca

a chi ascolta, con amore a chi indugia s’insinua

più in fondo di morte e di tenebra,

una vena a far giungere chi è al di là del pregare, oppresso in prigione,

gli spiriti di penitenza dell’ultimo soffio, la meta finale

che il nostro gigante, il passionimmerso e il risorto,

il Cristo del Padre pietoso, andò a stanare a gran passi sonanti tempesta.

XXXIV

Bruci adesso, nuovo nato al mondo,

nome di doppia natura,

scagliato dal cielo, incarnato nel cuore, protetto da Donna,

di fiamma miracolo in Maria,

numero medio dei Tre del trono di tuono!

Non del Giudizio Finale il bagliore tremendo nella venuta di Lui, né vi fu il buio;

mite fu regalmente a redimere il suo,

pioggia che dà sollievo splenda nella contea, non barbagli di fuoco d’acciaio vibrato.

XXXV

Sorella, alla nostra porta

annegata, e fra i nostri fondali,

ricordaci su nelle strade, nei cieliporti di grazia:

il nostro Re ritorni, oh, sulle anime dell’Inghilterra!

Faccia Lui pasqua in noi, e sia un’alba alla tenebra, oriente di cremisi torcia,

illuminandola ancora, la cara e in più rara Britannia, mentre il suo regno s’avanza,

vanto, rosa, principe, eroe di noi tutti, sommo oblatore di riti,

di carità fuoco del cuore dei nostri cuori, della cavalleria dei pensieri in noi il solo Signore.

***

THE WRECK OF THE DEUTSCHLAND

Dec. 6, 7 1875

to the happy memory of five Franciscan nuns,
exiles by the Falck Laws, drowned between
midnight and morning of December 7.

PART THE FIRST

I

Thou mastering me

God! Giver on breath and bread;

World’s strand, sway of the sea;

Lord of living and dead;

Thou hast bound bones and veins in me, fastened me flesh,

And after it almost unmade, what with dread,

Thy doing: and dost thou touch me afresh?

Over again I feel thy finger and find thee.

II

I did say yes

O at lightning and lashed rod;

Thou heardst me truer than tongue confess

Thy terror, O Christ, O God;

Thou knowest the walls, altar and hour and night:

The swoon of a heart that the sweep and the hurl of thee trod

Hard down with a horror of height:

And the midriff astrain with leaning of, laced with fire of stress.III

The frown of his face

Before me, the hurtle of hell

Behind, where, where was a, where was a place?

I whirled out wings that spell

And fled with a fling of the heart to the heart of the Host,

My heart, but you were dovewinged, I can tell,

Carrier-witted, I am bold to boast,

To flash from the flame to the flame then, tower from the grace to the grace.

IV

I am soft sift

In an hourglass – at the wall

Fast, but mined with a motion, a drift,

And it crowds and it combs to the fall;

I steady as a water in a well, to a poise, to a pane,

But roped with, always, all the way down from the tall

Fells or flanks of the voel, a vein

Of the gospel proffer, a pressure, a principle, Christ’s gift.

V

I kiss my hand

To the stars, lovely-asunder

Starlight, wafting him out of it; and

Glow, glory in thunder;

Kiss my hand to the dappled-with-damson west:

Since, though he is under the world’s splendour and wonder,

His mystery must be instressed, stressed;

For I greet him the days I meet him, and bless when I understand.

VI

Not out of his bliss

Springs the stress felt

Nor first from heaven (and few know this)

Swings the strike dealt –

Stroke and a stress that stars and storms deliver,

That guilt is hushed by, hearts are flushed by and melt –

But it rides time like riding a river

(And here the faithful waver, the faithless fable and miss.)

VII

It dates from day

Of his going in Galilee;

Warm-laid grave of a womb-life grey;

Manger, maiden’s knee;

The dense and driven Passion, and frightful sweet;

Thence the discharge of it, there its swelling to be,

Though felt before, though in high flood yet –

What none would have known of it, only the heart, being hard at bay,

VIII

Is out with it! Oh,

We lash with the best or worst

Word last! how a lush-kept plush-capped sloe

Will, mouthed to flesh-burst,

Gush! – flush the man, the being with it, sour or sweet,

Brim, in a flash, full! – Hither then, last or first,

To hero of Calvary, Christ, ’s feet –

Never ask if meaning it, wanting it, warned of it – men go.

IX

Be adored among men,

God, three-numbered form;

Wring thy rebel, dogged in den,

Man’s malice, with wrecking and storm.

Beyond saying sweet, past telling of tongue,

Thou art lightning and love, I found it, a winter and warm;

Father and fondler if heart thou hast wrung;

Hast thy dark descending and most art merciful then.

X

With an anvil-ding

And with fire in him forge thy will

Or rather, rather then, stealing as Spring

Through him, melt him but master him still:

Whether at once at a crash Paul,

Or as Austin, a lingering-out sweet skill,

Make mercy in all of us, out of us all

Mastery, but be adored, but be adored King.

PART THE SECOND

XI

‘Some find me a sword; some

The flange and the rail; flame,

Fang, or flood’ goes Death on drum,

And storms bugle his fame.

But we dream we are rooted in earth – Dust!

Flesh falls within sight of us, we, though our flower the same,

Wave with the meadow, forget that there must

The sour scythe cringe, and the blear share come.

XII

On Saturday sailed from Bremen,

American-outward-bound,

Take settler and seamen, tell men with women,

Two hundred souls in the round –

O Father, not under thy feathers nor ever as guessing

The goal was a shoal, of a fourth the doom to be drowned;

Yet did the dark ride of the bay of thy blessing

Not vault them, the million of rounds of thy mercy not reeve even them in?

XIII

Into the snows she sweeps,

Hurling the haven behind,

The Deutschland, on Sunday; and so the sky keeps,

For the infinite air is unkind,

And the sea flint-flake, black-backed in the regular blow,

Sitting Eastnortheast, in cursed quarter, the wind;

Wiry and with-fiery and whirlwind-swivelled snow

Spins to the widow-making unchilding unfathering deeps.

XIV

She drove in the dark to leeward,

She struck – not a reef or a rock

But the combs of a smother of sand: night drew her

Dead to the Kentish Knock;

And she beat the bank down with her bows and the ride of her keel;

The breakers rolled on her beam with ruinous shock;

And canvass and compass, the whorl of the wheel

Idle for ever to waft her or wind her with, these she endured.

XV

Hope had grown grey hairs,

Hope had mourning on,

Trenched with tears, carved with cares,

Hope was twelve hours gone;

And frightful a nightfall folded rueful a day

Nor rescue, only rocket and lightship, shone,

And lives at last were washing away:

To the shrouds they took, – they shook in the hurling and horrible airs.

XVI

One stirred from the rigging to save

The wild woman-kind below,

With a rope’s end round the man, handy and brave –

He was pitched to his death at a blow,

For all his dreadnought breast and braids of thew:

They could tell him for hours, dandled the to and fro

Through the cobbled foam-fleece. What could he do

With the burl of the fountains of air, buck and the flood of the wave?

XVII

They fought with God’s cold –

And they could not and fell to the deck

(Crushed them) or water ( and drowned them) or rolled

with the sea-romp over the wreck.

Night roared, with the heart-break hearing a heart-broke rabble,

The woman’s wailing, the crying of child without check –

Till a lioness arose breasting the babble,

A prophetess towered in the tumult, a virginal tongue told.

XVIII

Ah, touched in your bower of bone

Are you! turned for an exquisite smart,

Have you! make words break from me here all alone,

Do you! – mother of being in me, heart.

O unteachably after evil, but uttering truth,

Why, tears! is it? tears; such a melting, a madrigal start!

Never-eldering revel and river of youth,

What can it be, this glee? the good you have there of your own?

XIX

Sister, a sister calling

A master, her master and mine! –

And the inboard seas run swirling and hawling;

The rash smart sloggering brine

Blinds her; but she that weather sees one thing, one;

Has one fetch in her: she rears herself to divine

Ears, and the call of the tall nun

To the men in the tops and the tackle rode over the storm’s brawling.

XX

She was first of a five and came

Of a coifed sisterhood.

(O Deutschland, double a desperate name!

O world wide of its good!

But Gertrude, lily, and Luther, are two of a town,

Christ’s lily and beast of the waste wood:

From life’s dawn it is a drawn down,

Abel is Cain’s brother and breasts they have sucked the same.)

XXI

Loathed for a love men knew in them,

Banned by the land of their birth,

Rhine refused them, Thames would ruin them;

Surf, snow, river and earth

Gnashed: but thou art above, thou Orion of light;

Thy unchancelling poising palms were weighing the worth,

Thou martyr-master: in thy sight

Storm flakes were scroll-leaved flowers, lily showers –

[sweet heaven was astrew in them.

XXII

Five! the finding and sake

And cipher of suffering Christ.

Mark, the mark is of man’s make

And the word of it Sacrificed.

But he scores it in scarlet himself on his own bespoken,

Before-time-taken, dearest prized and priced –

Stigma, signal, cinquefoil token

For lettering of the lamb’s fleece, ruddying of the rose-flake.

XXIII

Joy fall to thee, father Francis,

Drawn to the Life that died;

With the gnarls of the nails in thee, niche of the lance, his

Lovescape, crucified

And seal of his seraph-arrival! and these thy daughters

And five-lived and leaved favour and pride,

Are sisterly sealed in wild waters,

To bathe in his fall-gold mercies, to breathe in his all-fire glances.

XXIV

Away in the loveable west,

On a pastoral forehead of Wales,

I was under a roof here, I was at rest,

And they the prey of the gales;

She to the black-about air, to the breaker, the thickly

Falling flakes, to the throng that catches and quails

Was calling ‘O Christ, Christ, come quickly’:

The cross to her she calls Christ to her, christens her wild-worst Best.

XXV

The majesty! what did she mean?

Breathe, arch and original Breath.

Is it love in her of the being as her lover had been?

Breathe, body of lovely Death.

They were else-minded then, altogether, the men

Woke thee with a We are perishing in the weather of Gennesareth,

Or is it that she cried for the crown then,

The keener to come at the comfort for feeling the combating keen?

XXVI

For how to the heart’s cheering

The down-dugged ground-hugged grey

Hovers off, the jay-blue heavens appearing

Of pied and peeled May!

Blue-beating and hoary-glow height; or night, still higher,

With belled fire and the moth-soft Milky Way,

What by your measure is the heaven of desire,

The treasure never eyesight got, nor was ever guessed what for the hearing?

XXVII

No, but it was not these.

The jading and jar of the cart,

Time’s tasking, it is fathers that asking for ease

Of the sodden-with-its-sorrowing heart,

Not danger, electrical horror; then further it finds

The appealing of the Passion is tenderer in prayer apart:

Other, I gather, in measure her mind’s

Burden, in wind’s burly and beat of endragoned seas.

XXVIII

But how shall I … make me room there:

Reach me a … Fancy, come faster –

Strike you the sight of it? look at it loom there,

Thing that she … There then! the Master,

Ipse, the only one, Christ, King, Head:

He was to cure the extremity where he had cast her;

Do, deal, lord it with living and dead;

Let him ride, her pride, in his triumph, despatch and have done with his doom there.

XXIX

Ah! there was a heart right!

There was single eye!

Read the unshapeable shock night

And knew the who and why;

Wording it how but by him that present and past,

Heaven and earth are word of, worded by? –

The Simon Peter of a soul! to the blast

Tarpeïan-fast, but a blown beacon of light.

XXX

Jesu, heart’s light,

Jesu, maid’s son,

What was the feast followed the night

Thou hadst glory of this nun? –

Feast of the one woman without stain,

For so conceived, so to conceive thee is done;

Bur here was heart-throe, birth of a brain,

Word, that heard and kept thee and uttered thee outright.

XXXI

Well, she has thee for the pain, for the

Patience; but pity of the rest of them!

Heart, go and bleed at a bitterer vein for the

Comfortless unconfessed of them –

No not uncomforted: lovely-felicitous Providence

Finger of a tender of, O of a feathery delicacy, the breast of the

Maiden could obey so, be a bell to, ring of it, and

Startle the poor sheep back! is the shipwrack then a harvest, does tempest carry the grain for thee?

XXXII

I admire thee, master of the tides,

Of the Yore-flood, of the year’s fall;

The recurb and the recovery of the gulf’s sides,

The girth of it and the wharf of it and the wall;

Stanching, quenching ocean of a motionable mind;

Ground of being, and granite of it: past all

Grasp God, throned behind

Death with a sovereignty that heeds but hides, bodes but abides;

XXXIII

With a mercy that outrides

The all of water; an ark

For the listener; for the lingerer with a love glides

Lower than death and the dark;

A vein for the visiting of the past-prayer, pent in prison,

The-last-breath penitent spirits – the uttermost mark

Our passion-plunged giant risen,

The Christ of the Father compassionate, fetched in the storm of his strides.

XXXIV

Now burn, new born to the world,

Double-natured name,

The heaven-flung, heart-fleshed, maiden-furled

Miracle-in-Mary-of-flame,

Mid-numbered he in three of the thunder-throne!

Not a dooms-day dazzle in his coming nor dark as he came;

Kind, but royally reclaiming his own;

A released shower, let flash to the shire, not a lightning of fire hard-hurled.

XXXV

Dame, at our door

Drowned, and among our shoals,

Remember us in the roads, the heaven-haven of the reward:

Our King back, Oh, upon English souls!

Let him easter in us, be a dayspring to the dimness of us, be a crimson-cresseted east,

More brightening her, rare-dear Britain, as his reign rolls,

Pride, rose, prince, hero of us, high-priest,

Our hearts’ charity’s hearth’s fire, our thoughts’ chivalry’s throng’s Lord.

 

Gerard_Manley_HopkinsIL PARAFULMINE DI DIO

di Maurizio Clementi

Gerard Manley Hopkins nacque a Stratford, Essex, il 28 luglio del 1844, primo di nove figli, da Manley e Catherine Hopkins. Suo padre era un uomo importante, console generale britannico ma anche, per un certo tempo, direttore di una chiesa anglicana e persino scrittore. Sua madre, nata Catherine Smith, figlia di un medico londinese, era particolarmente amante della musica e della lettura, in particolare della filosofia tedesca e dei romanzi di Dickens. Entrambi i genitori erano profondamente e convintamente anglicani.

L’ambizione più precoce del giovane Hopkins fu di essere un pittore, e avrebbe continuato a disegnare per tutta la vita, ispirato dall’opera di John Ruskin e dei preraffaelliti, che amava, se non avesse scoperto molto giovane la poesia: a dieci anni, infatti, mentre studiava appassionatamente la poesia di Keats, compose di getto The Escorial, suo primo poema.

In seguito si iscrisse al Balliol College di Oxford, dove si studiavano i classici, e fu l’incontro della sua vita perché cominciò a riconsiderare la sua cultura e la sua tradizione britannica alla luce di quegli studi.

Fu a Oxford che nacque una lunga amicizia con Robert Bridges (che sarebbe diventato Poeta Laureato del Regno Unito dal 1913 alla morte), amicizia che sarebbe stata particolarmente importante per il suo sviluppo successivo come poeta, e sempre durante questo periodo conobbe e si legò d’amicizia allo scrittore e critico Walter Pater, che fu il suo tutor per un anno al Balliol College.

Hopkins cominciò il suo periodo di studio a Oxford mostrando un’entusiastica adesione al mondo attorno a lui e alla poesia, che componeva a getto continuo; ma presto sembrò spaventarsi dei propri cambiamenti, avvenuti peraltro in così breve tempo, quindi cominciò a tenere un diario in cui registrava “i propri peccati”, fra i quali trovava spazio particolare una profonda infatuazione per un suo compagno di college, infatuazione che riuscì a controllare fino a non farla trasparire.

Del resto Hopkins esercitò per tutta la vita un rigoroso autocontrollo nei confronti delle proprie inclinazioni omosessuali. Fu durante questo periodo di scrupolosa autosservazione che cominciò a prendere in considerazione la scelta del chiostro.

Nel 1866 Hopkins compose il suo poema più ascetico, The Habit of Perfection, poesia che incluse nella lista delle cose da offrire a Dio per la Quaresima. Nel mese di luglio dello stesso anno decise di diventare cattolico e nel mese di settembre si recò a Birmingham per consultare il cardinale John Henry Newman, che lo accolse nella Chiesa Cattolica Inglese il 21 ottobre 1866.

Due anni dopo Hopkins “decise fermamente di essere un prete”.

Così, fatto un falò delle sue poesie precedenti (fortunatamente qualcuna si salverà), comunicò alla famiglia la propria decisione di convertirsi, attirandosi da quel momento in poi l’incomprensione e l’intolleranza di quanti lo conoscevano. Dopo la laurea nel 1867 gli fu assegnato da Newman un posto di insegnante presso l’Oratorio di Birmingham.

Hopkins, nel mese di settembre 1868, iniziò il noviziato nella Compagnia di Gesù prendendo i voti di povertà, castità e obbedienza. Temeva che il suo interesse per la poesia gli impedisse di dedicarsi interamente alla religione; tuttavia, dopo aver letto Duns Scoto nel 1872, comprese che le due cose non erano necessariamente in conflitto e continuò a tenere un diario.

Nel 1874 tornò a Manresa House dai Gesuiti per insegnare i classici. Fu in quella circostanza che gli fu chiesto dal suo superiore di scrivere una poesia per commemorare il naufragio di una nave tedesca durante una tempesta. Così, nonostante il giuramento di qualche anno prima, riprese di nuovo in mano la penna e compose un poema lungo, The Wreck of Deutschland, cioè Il naufragio del Deutschland. Questo lavoro fu ispirato dalla tragedia del “Deutschland”, una catastrofe marittima in cui morirono 157 persone, fra cui cinque suore francescane che avevano lasciato la Germania a causa delle leggi anti-cattoliche di Bismarck (il celebre Kulturkampf). Il lavoro mostra sia le sue preoccupazioni religiose sia alcuni dei folgoranti progressi ritmici tipici della sua produzione successiva, neanche lontanamente presenti nelle poche opere che restano della sua produzione precedente.

Hopkins non solo descrive poeticamente i drammatici avvenimenti e le azioni eroiche compiute sulla nave, ma celebra anche la missione del poeta, che è quella di conciliare i terribili eventi narrati con lo scopo più alto di Dio, andando al centro del problema del Male e della Sofferenza. La poesia non fu mai stampata in una pubblicazione autorizzata dai Gesuiti e questo alimentò presso i lettori e i critici il mito della sua ambivalenza teologica. Del resto la maggior parte della poesia di Hopkins è rimasta inedita fino a dopo la sua morte.

Hopkins scelse la vita austera e senza sbocchi del gesuita e così diventò sempre più cupo: lo studente brillante che aveva lasciato Oxford con una laurea con lode non c’era più; al suo posto c’era un gesuita tormentato, ossessionato dalla teologia, tanto che fallì il suo esame finale proprio in teologia. Questo fallimento fece sì che, benché ordinato sacerdote nel 1877, Hopkins non progredisse nella carriera ecclesiastica.

Nel 1877 scrisse God’s Grandeur, poi una serie di sonetti tra cui Starlight e finì il poema The Windhover, ipostasi poetica della figura del Cristo, solo pochi mesi prima della sua ordinazione. Anche se si trovava isolato e conduceva una vita spesso sgradevole, la sua esistenza aveva almeno acquisito una certa stabilità. Nel mese di ottobre 1877, non molto tempo dopo aver completato The Sea and the Skylark, Hopkins assunse le sue funzioni di docente al College Mount St. Mary, a Chesterfield e nel 1884 divenne professore di greco e latino presso l’University College di Dublino. Le sue origini inglesi e il suo disaccordo con la politica irlandese del tempo, oltre a una cupezza sempre più marcata riguardo alla natura umana, furono alla base dell’ispirazione di quella serie di sonetti conosciuti come Terrible sonnets, Sonetti terribili, dove l’aggettivo rende conto del livello di magistero poetico raggiunto da Hopkins oltre a fotografare una situazione esistenziale ormai stabile, se è vero il giudizio di un amico dello stesso Hopkins, Canon Dixon, secondo il quale quelle poesie hanno raggiunto il “cristallo terribile”, il che significa che hanno cristallizzato la malinconia e l’abbattimento che hanno afflitto l’ultima parte della vita di Hopkins.

A Hopkins non piaceva vivere a Dublino, lontano dall’Inghilterra e dai suoi amici. Il suo stato generale di salute si era deteriorato e anche la sua vista cominciò a peggiorare: si sentiva ormai un uomo esiliato e senza speranza.

Per schiacciare ogni egoismo che avrebbe violato l’umiltà richiesta dalla sua posizione religiosa, decise di non pubblicare le sue poesie (la prima edizione delle sue poesie fu pubblicata dall’amico Robert Bridges nel 1918), ma si rese conto che ogni vero poeta e ogni vera opera richiedono un pubblico e una critica. Questo conflitto tra gli obblighi religiosi e il suo talento poetico gli fece credere di aver fallito in entrambi i campi.

Dopo aver sofferto per diverso tempo per attacchi di dissenteria da tifo, Hopkins morì di febbre tifoide nel 1889 e fu sepolto nel cimitero di Glasnevin. La malinconia di Hopkins, che oggi sarebbe forse diagnosticata come disturbo bipolare, gli fu compagna fedele per tutta la vita; tuttavia sul letto di morte le sue ultime parole furono: “Sono così felice… sono così felice. Ho amato la mia vita”.

La poesia e lo stile

Molta dell’importanza storica dell’opera di Hopkins ha a che fare con i cambiamenti che egli ha apportato alla forma della poesia inglese ed europea della fine dell’Ottocento, cambiamenti che si sono compiuti a dispetto delle certezze convenzionali che i letterati dell’età vittoriana avevano sulla metrica inglese e che i letterati di tutta Europa, formati alla scuola parnassiana (Tennyson e Browning fra tutti), ostentavano nelle loro opere.

Prima di Hopkins la maggior parte della poesia inglese era basata su una struttura ritmica ereditata dal lato nordico, principalmente normanno, del patrimonio letterario della lingua inglese. Questa struttura si basava sulla ripetizione di gruppi di due o tre sillabe, con la sillaba accentata che cadeva ogni volta nella stessa posizione. Che il verso fosse tetrametro o pentametro, la struttura si manteneva costante. Hopkins chiama questa struttura “running rhythm”, cioè “ritmo scorrevole”, e all’inizio del suo percorso poetico la impiega in alcune poesie, affascinato dalla sua regolarità (di cui l’antico Beowulf è l’esempio più famoso); poi riuscirà per gradi a liberarsene, almeno parzialmente.

All’altezza del suo poema lungo, The Wreck of Deutschland, Hopkins ha già trovato la sua strada; definisce la sua nuova struttura ritmica sospesa “sprung rhythm”, cioè “ritmo a sbalzi” e la impiega regolarmente. Questa struttura è formata da vari piedi con un numero variabile di sillabe, sul modello della metrica classica, in genere fra una e quattro sillabe per piede, con l’accento che cade sempre sulla prima sillaba. È un ritmo simile alle “rolling solicitations”, cioè agli “impulsi di rotolamento ritmico” che saranno ideati decenni più tardi da Robinson Jeffers, un poeta statunitense posteriore a Hopkins, che respinse anche lui il metro convenzionale per elaborare qualcosa di diverso e originale sulla base della metrica classica. Hopkins aveva capito che la variazione ritmica era l’unico modo per sfuggire ai vincoli tematici del “ritmo scorrevole”, che inevitabilmente spingeva la poesia a parlare degli stessi temi, cioè ad essere “same and tame” come scrive, cioè “sempre uguale a se stessa e oramai addomesticata”.

Per Hopkins invece la poesia doveva restare una bestia selvaggia, cosa che garantiva al poeta il rapporto più autentico con Dio, quello tratteggiato all’inizio del poema The Wreck of Deutschland “O at lightning and lashed rod”, “O antenna ai frustanti fulmini”; rapporto in cui la furia di Dio si manifesta libera e terribile davanti al poeta, come testimoniato dal seguente verso: “the frown of his face / before me”.

Il poeta si pone come parafulmine di Dio e profondo innovatore della tradizione, capace di usare la metrica classica come chiave di cambiamento e vero progresso, benché il solo strumento tecnico della composizione poetica non sia sufficiente al poeta, ma sia necessario uno stato di ispirazione particolare, in cui “le facoltà energetiche e ricettive del poeta vengano sottoposte a uno sforzo intenso […], una sorta di stato di grazia”, in cui l’energia interna travolge tutto e fa nascere il nuovo.

Da questo punto di vista Hopkins può essere visto come il grande anticipatore di molto del verso libero novecentesco. La sua ricerca non è affine a quella delle scuole contemporanee, preraffaelliti, parnassiani e neo-romantici: ormai da tutta la critica contemporanea Gerard Manley Hopkins è considerato come un precursore della poesia modernista e come un ponte tra due epoche poetiche, l’Ottocento e il Novecento. E questo vale anche per il suo uso della lingua. […]

La traduzione

Dalla traduzione di Benedetto Croce (in prosa) di una delle poesie di Hopkins, apparsa nel 1937 sulla rivista «La Critica», vari, ma non tanti sono stati i tentativi di tradurre Hopkins, forse per la difficoltà di rendere le arditezze dell’originale in italiano, ma anche, forse, a causa di un pregiudizio iniziale: il considerare Hopkins un poeta eminentemente cattolico, dunque un autore per cui lo sforzo principale era consistito nel rendere un’esperienza interiore piuttosto che un poeta stilisticamente e artisticamente impegnato. Del resto, dalla traduzione del 1965 del grande Augusto Guidi alla traduzione del 1992 di Viola Papetti, l’intento informatore mi è sembrato quello di lasciare i punti oscuri nella loro oscurità, le arditezze linguistiche sgruppate e appianate in una lezione prosastica, il lessico via via sempre più vicino all’italiano medio.

Lo sforzo qui tentato nel tradurre Hopkins è stato invece di mantenere il flusso ritmico il più vicino possibile all’originale, non adoperando la metrica sillabica-accentuativa dell’italiano classico, ma una struttura ritmica ad accumulo sul modello zanzottiano, con versi lunghi o lunghissimi ma mai prosastici, anzi dotati di una struttura ritmica battente e ossessiva, nella convinzione che solo attraverso una traduzione poetica, e solo attraverso la lezione della poesia dell’ultimo Novecento italiano si potesse rendere l’estrema tensione della lingua e della poesia hopkinsiana. Dunque, per quanto ho potuto, ho lasciato in italiano le parole doppie di Hopkins (ad esempio “cloud-puffball” che diventa “nuvoli biancofungosi”, nella poesia Che la Natura è un fuoco eracliteo e del conforto della Resurrezione, oppure “night’s blear-all black” che diventa “l’onnicoprente notte”), cercando un corto circuito fra un neoclassicismo alla Monti traduttore dell’Iliade (l’“occhiglauca Atena”) e i poeti contemporanei: il lessico è stato scelto nel vastissimo panorama della tradizione italiana (dunque non solo l’italiano medio contemporaneo), senza disdegnare i neologismi, e la sintassi impiegata in larga parte è tale da privilegiare l’accumulo di voci verbali o il verbo alla fine, come nel seguente caso:

Con foga il vento irruente lucente allaccia, avvinghia, percuote e snuda la terra

da pieghe d’antiche tempeste, nelle pozze e nei solchi di ruote dissecca

tratto sempre da Che la Natura è un fuoco eracliteo e del conforto della Resurrezione, oppure:

le uova dei tordi somigliano a piccoli cieli, e il tordo

fra i tronchi echeggianti l’orecchio risciacqua e protende

tratto da Primavera.

La questione del significato dei passi oscuri di Hopkins si è cercato di risolverla in questo modo: ricercare la chiarezza dell’immagine concreta, che è sempre presente nel testo, e ha bisogno di essere talvolta ricostruita attraverso la storia del termine scelto da Hopkins per trovare un’immagine corrispondente in italiano, lasciando comunque aperta la questione del significato metaforico, come ad esempio accade nella strofa XVI de Il naufragio del Deutschland:

l’avrebbero visto per ore cullato su e giù

fra il vello di schiuma e il nero carbone dell’acqua. Che poté fare

nei getti a nodo incrociati delle fontane dell’aria e contro l’urto e il fluire dell’onda?

E infine veniamo alla questione delle poesie scelte in questa raccolta.

In questa silloge di Selected poems si sono scelti i testi considerati più rappresentativi dello stile di Hopkins e delle sue tematiche, dunque è accaduto che molti dei testi cosiddetti giovanili siano rimasti fuori; oppure, al contrario, che fra quelli scelti ci siano testi non universalmente reputati, come ad esempio The candle indoors, che invece il curatore considera una gemma del repertorio hopkinsiano.

Dunque manca, a titolo d’esempio, la poesia The Leaden Echo and The Golden Echo, ma invece è presente The Bugler’s First Communion: crediamo che questo non comporti da parte del lettore una diminuita capacità di giudizio del sommo valore della poesia di Hopkins.

Spilamberto, novembre 2012

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BIOGRAFIE

Gerard Manley Hopkins (1844 –1889) studiò a Oxford, dove si convertì al cattolicesimo. Nel 1868 iniziò il noviziato fra i gesuiti e qualche anno dopo ricevette gli ordini. Fu attivo come sacerdote e predicatore a Londra, Oxford, Liverpool e Glasgow. Nel 1884, all’università di Dublino, ottenne la cattedra di letteratura greca. Le sue liriche uscirono solo nel 1918, postume. G. M. Hopkins si può considerare uno dei poeti più audacemente sperimentali della letteratura anglosassone.

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Maurizio Clementi è poeta, critico letterario, drammaturgo; insegna Lettere in un Liceo modenese e ha collaborato in passato con l’Università di Bologna, per cui ha svolto diversi corsi e seminari. Per la poesia ha pubblicato cinque volumi di raccolte; ha vinto il Premio Camaiore (1998) e il Premio Selezione Viareggio (2000); come traduttore ha curato la traduzione di alcune opere di K. Gibran (2010).

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Commenti

  1. Questa sì,davvero, è una splendida traduzione, accurata, filologicamente precisa, resa in un italiano di grande eleganza e raffinatezza. Di questo testo ho letto tutte le versioni pubblicate in italiano, e davvero di tutte è la migliore.
    Francesca Diano

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