La realtà nella poesia di Mario Benedetti

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Nota di Luigia Sorrentino 

Perché credo fermamente che l’opera di Mario Benedetti sia di un valore unico nel panorama della poesia contemporanea? Perché leggendo la sua poesia ci troviamo di fronte a un nuovo modo di vedere la realtà, necessario a chi intenda raggiungere una definizione compiuta della nostra condizione nella nostra epoca.

Il mondo reale che questo poeta ci mostra fin da “Umana Gloria” (Mondadori, 2004) – un’opera che riassume e condensa tutto il suo lavoro precedente pubblicato in plaquettes – trova la sua peculiarità e la sua forza nello sperimentare, attraverso la parola, il limite della realtà, una realtà che il poeta stesso definisce “ammalata”. Questa caratteristica la ritroviamo in tutti i suoi lavori di poesia, “Pitture nere su carta” (Mondadori, 2008), “Materiali di un’identità”, (Transeuropa, 2010), e anche nell’ultimo, “Tersa morte”, (Mondadori, 2013).

La lingua di Benedetti incarna l’incertezza, la precarietà e la povertà dell’essere umano immerso in una tenebra materna, che non ha nessuna via di salvezza. La parola è spezzata da continue afasie, accerchiata da un filo spinato. Chi si avvicina alla parola di questo poeta, non potrà uscire dalla realtà che egli disegna: un mondo frammentato, fatto di ossa, di morti, di brandelli di civiltà. Una parola che vive nella traccia di una vita che è già morte.

L’identità di Benedetti non può prescindere dalla lezione di Carlo Michaelstaedter, morto suicida a 23 anni. Nella sua unica opera, “La persuasione e la rettorica” Michaelstaedter scrive: “So che voglio e non ho cosa io voglia. Un peso pende ad un gancio, e per pender soffre che non può scendere: non può uscire dal gancio […] “ . La poesia di Mario Benedetti come il pensiero di Michaelstaedter assume il peso di una realtà in cui anche le ore sono assenti, e l’essere umano “è la mancanza della sua stessa vita”. Nel suo non possedere nulla, la parola di Benedetti afferma che l’unico avvenire è la morte – il bambino si fa uomo, sente d’essere già morto da tempo, eppure è ancora in vita-. Ogni sua parola scritta non è altro che la voce della sufficienza perché la potenza della realtà impone i suoi limiti, e non può essere raccontata davvero.

tersamorte1Questa riflessione aiuta a comprendere, in particolare, l’ultimo lavoro di Mario Benedetti, “Tersa morte”, un’opera “posseduta” dal luogo decisivo della parola che si fa testimonianza e aspira realmente alla trasparenza della nostra avventura terrena. Un testo densissimo che conferma i tratti di una poetica che scarnifica fino all’osso un corpo sacrificale, obbligato a stare nella gravità dell’esperienza, nel peso, del suo stesso essere poeta. Qui Mario Benedetti sembra voler affermare che chi dalla morte è stato scelto, non può fare altro che annegare nella sua infinitezza.

Un dato importante che conferma questa meditazione lo troviamo nell’esergo, dove il poeta riprende un verso di César Vallejo, poeta peruviano morto in giovane età e nella più assoluta miseria: “Hay golpes en la vida…¡Yo no sé!” (Ci sono colpi nella vita, così potenti… Io non so!) La violenza del vivere e del morire, è labialmente scandita dalla citazione a margine del libro che ci conduce nella pagina successiva, alla prima poesia, “Transizione”: “Anni che non dovrebbero essere più, ore che non dovrebbero/ prendermi i giorni, le settimane, i mesi. Il tempo/ portato addosso, il sosia a cui chiedo di aiutarmi.” […].

La parola è asfissiata, inquieta, transita nell’ansia di un corpo che vive morendo. Benedetti interroga la transizione e chiede aiuto al sosia, (¡Yo no sé!). Non sa, la sua parola non aggiunge nulla alla realtà. Il sosia – che non è un alter ego, “il delegato”, ma il soggetto principale, colui che porta il pensiero – è quello che vede gli ultimi giorni, i giorni che la vita ha deciso. E’ l’unico a sapere che è una storia per tutti questa morte e a essere consapevole che essa è davvero un’esperienza ultima. 

Il sosia si rivolge all’altro, confinato nella tragedia di una realtà che non vuole vedere: “La tua mano si è chiusa gli occhi con i cerotti“. Qui, dove il patire di ogni creatura geme nel grido del morire, il poeta mostra il luogo concreto della contraddizione umana: “¡Yo no sé!”. E al sosia, che appare come una divinità greca, l’altro chiede di essere condotto a un’identità non inerte, ma consapevole. Il sosia però non risponde, perché le parole non ci sono più, le parole non sono (nemmeno) nelle storie che abbiamo visto, esse non sono per chi non c’è più, c’è soltanto il frammento di ciò che è accaduto in una memoria slabbrata. In “Tersa morte”, Benedetti propone elementi parentali già presenti nelle precedenti opere, la figura della madre, il padre, il fratello, fotografati nelle incombenze domestiche o negli ultimi gesti. Sullo sfondo appare il crinale di un Friuli contadino, povero, squassato dal terremoto del 1976.

E proprio nella sezione che ha per titolo “Madre” il poeta scrive: “Cosa devo guardare per sentire che non è così vero, / e riuscirti a spostare dalle faccende di casa , / a risospingerti lungo le strade […]” . La “madre” qui richiamata sembra la rianimazione di un corpo-patria che rinasce dal desiderio del poeta di risospingere l’altro – chi è rimasto fuori dai confini del sapere – dentro l’universalità della storia, l’essere che fa essere.

mario_benedetti_mondadoriFilosofia e poesia dirigono il pensiero. Il sosia è quasi una figura materna. Perdersi nel figlio è il rischio che corre la madre, confondersi con la madre è il pericolo al quale va incontro il figlio. E’ questo lo scenario, ritto, scoperto e denudato, della poetica di “Tersa morte”. Un corpo sottile grida da una distanza sola: “Io sono qui“, dinanzi a questa città, e più in là di essa, sono dove l’uomo non possiede nulla, nessun nome, o tutti i nomi, e non importa quali. Il sosia ascolta, la madre-terra non morta ancora, offre realtà e verità nello stesso tempo, senza mai confondersi alla personale solitudine dell’altro relegato ai margini, in un territorio di confine, come un estraneo. Ed ancora: è il sosia ad accogliere “lo spargimento di sangue”, il trauma, in una tersa morte, appunto, chiara, perché ogni individuo è nella stessa ferita o, all’opposto, nel teorema che potrà fare di lui un essere consapevole e attivo.

L’uso della coscienza in questo libro diviene orizzonte di un pensiero filosofico nel quale la morte coincide con il nulla: “Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole. […] / Arido sapere, arido sentire“.

“Tersa morte” è quindi la denuncia straziante e malinconica di un umano assediato, in cui nemmeno gli anni non sono mai stati, irretito nella pluralità delle lingue della Torre di Babele dove evapora il morire: “Come testimoniare i morti,/ vivere come se lo fossimo,/ morire come lo siamo.” […]

Nella penultima sezione del libro che ha per titolo “Nell’ora dell’azzurro cupo”, Benedetti torna alla radice della sua stessa voce e dichiara la dissoluzione di un’epoca richiamando nel titolo, “L’azzuro del cielo” di Georges Bataille e scrive: “Ci si sporge all’esterno della via nella sua paralisi, / si vede vivere quelli che sono diventati una cosa,/ tante cose animate, un testardo sentire obbligato./ Futilmente presente è la parola, anche questo dire.” La tragedia storica è imminente.

Questi versi ci riconducono, ancora una volta, all’’inutilità della parola, ma anche ad una riflessione fondamentale che accompagna da sempre il pensiero di Mario Benedetti, un’idea fissa, direi, che si auto-alimenta in momenti di crisi e di massimo rischio per la storia dell’uomo come quelli che stiamo attraversando. Il punto centrale nel quale converge la poetica di “Tersa morte”, che si conclude con la sezione “Ore assenti”, è dominato dal processo di distruzione di una civiltà e di una cultura che è già nel suo compiersi: la fine dell’Occidente.

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Da “Tersa morte”, di Mario Benedetti, Mondadori, 2013

Il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità
commossa, i suoi luoghi intimi antichi, la mia storia.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Gli ospedali non hanno corsie. Dal cimitero dei cani
vicino alla discarica di Limbiate escono i morti al guinzaglio.
Non si addensa nulla, si disperde al telefono il mio petto.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Sei solo stanco, ripete una voce qualunque.

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Mario Benedetti (Udine, 9 novembre 1955). Si è laureato in “Lettere” con una tesi sull’opera complessiva di Carlo Michelstaedter all’Università di Padova, poi si è diplomato in “Estetica” presso la Scuola di Perfezionamento della stessa Facoltà universitaria. Nel 1994 si è trasferito a Milano. E’ stato tra gli animatori della rivista di poesia «Scarto minimo» (1986-1989). Le sue opere poetiche sono “Secoli della primavera” (Sesante, 1992), “Una terra che non sembra vera” (Campanotto, 1997), “Il parco di Triglav” (Stampa, 1999), “Borgo con locanda” (Circolo culturale di Meduno, 2000), “Umana gloria” (Mondadori, 2004), “Pitture nere su carta” (Mondadori, 2008), “Tersa morte” (Mondadori, 2013). Nel 2010 ha pubblicato la raccolta di prose poetiche “Materiali di un’identità” (Transeuropa, 2010).

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