Matteo Bianchi, “La metà del letto”

 

cover_bianchi[1]Recensione di Chiara De Luca

Leggendo il titolo della nuova raccolta poetica di Matteo Bianchi, La metà del letto, (Barbera, 2015) ho pensato, nella fretta che spesso abbiamo di farci un’idea cui sostenerci nell’affrontare le cose, che mi sarei trovata davanti a un canzoniere d’amore nel senso tradizionale del termine. In realtà questa nuova raccolta poetica di Bianchi è piuttosto un Bildungsroman in versi, un romanzo di formazione, che – tra viaggi in treno e viaggi di pensiero, incontri, avvenuti e mancati, stagioni atmosferiche e stagioni dell’anima – ritraccia il percorso esistenziale dell’autore alla ricerca di se stesso e della propria identità, della propria femminilità, come scrive Bianchi stesso nella nota finale, oppure in senso lato, della propria maturità e interezza in quanto individuo. Ed è un viaggio compiuto “senza neppure il conforto / delle mie convinzioni”, con la consapevolezza che la direzione è inesorabile, perché “Non si può correggere / la crescita di un’edera” (p. 34). Ma è anche un viaggio paradossalmente “confortato” dal dubbio, che è pungolo e tormento insieme, desiderio di non smarrire nulla e non smarrirsi nel tornare là dove non si è mai stati: “Mi travolgeva un sogno : / smarrire di continuo qualcosa / durante il viaggio di ritorno. / A rendermi inquieto però, / non erano gli oggetti // i ghiacci sotto le coperte // theòs, la radice del mio dubbio” (p. 22). La metà del letto non è solo un vuoto da colmare, un’assenza da guarire, ma simboleggia anche tutto ciò che di noi ci manca, pur senza avvertirne razionalmente l’assenza, tutto ciò che di noi perdiamo nel rapportarci con il mondo e nel farlo in difesa, temendo, noi per primi, di essere interi: “La sfida è essere altro nei miei panni / per dimostrarmi sempre vero, / ma come fossi sotto vuoto / la poesia mi tiene in sé / e resto intero” (p. 38). La poesia è ciò che contiene le contraddizioni, senza tuttavia conciliarle, è ciò che contribuisce a riportare il poeta all’interezza del proprio vero sé, senza ridurre la scissione, bensì dando voce al desiderio, occulto e soffocato, che si ribella al silenzio e lo schiude: “Poesia è urgenza / di vita proibita che, / con le sue dita affusolate, va aprendosi in me” (p. 18). Tuttavia, paradossalmente, il percorso che porta il poeta alla scoperta di sé e al contenimento degli opposti che lo abitano, passa attraverso una negazione, una rinuncia. La parola è per il poeta strumento di scoperta di sé – “Il dramma era che andavo scoprendomi / scrivendo di tutt’altro, non di me stesso” (p. 107) – e al contempo nascondimento, negazione di una parte di sé: “Quando scrivi per gli altri / accetta di sacrificare / una parte di te” (p. 121). “Poesia è un soffio sui narcisi”, scrive ancora Bianchi, “il mio legno diviene anima / e il mio sasso ragione. / Noi siamo / solo se accettiamo di non essere” (p. 119). Eppure la poesia di Bianchi diviene via via più efficace, più generosa man mano che il viaggio tra le pagine procede, man mano che il poeta – nei ricordi, nelle aspettative, nelle ammissioni, nelle rinunce – ritrova e raccoglie la cenere di sé rimasta dal rogo del dolore, e accetta di essere, ovvero contenere l’insieme delle proprie esperienze e delle proprie proiezioni, dei tradimenti, dei desideri e degli abbandoni, l’insieme dei luoghi lasciati e ritrovati e quella voglia di vivere e amare, d’esistere, intero, e di gridarlo, che arde ovunque tra queste pagine.

Il libro si configura come un poemetto, le cui ideali scansioni sono segnate da date precise, toponimi, parole chiave vergate in corsivo, che costituiscono pietre miliari di un unico percorso che non avrà fine in una redenzione, ma in un nuovo inizio. Il libro parla anche d’amore, ma parla soprattutto d’altro. Tema centrale ne è la morte, della perdita definitiva, di cui il poeta fa per la prima volta esperienza diretta, e cui si ribella con tutta l’energia e la rabbia della gioventù, per chiamare la vita, per cercarla ovunque, da una Ferrara silenziosa, sfuggente e piena di mistero, a una Venezia, “salata Canossa”, che, con la sua annichilente bellezza inafferrabile e inattingibile, non può non farci pensare alla Morte a Venezia di Thomas Mann, per tornare, circolarmente, nelle ultime pagine, alla Ferrara del post terremoto, che si fa metafora esistenziale della ricostruzione di sé dalle macerie della propria storia, le stesse da cui il libro prende l’avvio, per risalire a ritroso la corrente della memoria.

Non è infatti con il rosso dell’amore, e neppure con la promessa d’azzurro della copertina che questo libro si apre, bensì con il bianco immobile, fatale, della neve, con il freddo che riveste tutto e cui bisogna far fronte, ora che il bianco non significa più poter tornare ciò che eri, facendo a palle di neve con il freddo che ti crepava le mani (p. 23), ma ti srotola davanti agli occhi un enorme foglio vuoto su cui occorre riscrivere la vita, o scriverla ex novo, componendo “Lo scarto tra noi e l’esistenza, / mio tradimento che contempla / e non s’incarna” (p. 31). Se il libro si apre con la greve inconsistenza e la mortale levità della neve, con il freddo che riveste tutto e che fagocita il mondo nel silenzio, è la cenere a costellare le successive tappe del viaggio, quella cui si riduce l’amata e odiata sigaretta, fumata a fondo o per metà, caduta ancora accesa nella neve, cui si abbandona fiduciosa (p. 26), premuta nel vaso dove rischia di avvelenare i fiori (p. 40), deposta come un lascito sul tavolo dal padre (p. 77), quella sigaretta che arde, ora lentamente ora in un lampo, che di se stessa si alimenta e consuma e ancora agonizza nelle proprie braci, e lascia tracce e residui di un fuoco ovunque tra le pagine come un leit motiv ricorrente e un simbolo della passione: “La sigaretta si consuma / tra le dita: ridotto / a un niente / sono io dalla passione” (p. 26). Analogamente il poeta brucia e si consuma, fino a rendersi conto di come il fumo (o la passione?) pervadesse il corpo e “passasse da entrambi gli estremi, / venisse ai miei polmoni, / occupasse le grotte degli alveoli, / come una grandinata di ceneri” (p. 76).

È nelle poesie più propriamente d’amore, in quelle della sezione Tra una lancetta e l’altra, dedicate al calvario dell’amata zia Rosa, alla malattia e al ricovero in ospedale fino alla morte, e di Frezzarìa, requiem in morte di un amico, che la poesia di Bianchi tocca i suoi punti più luminosi e alti e consegue la sua forma espressiva più compiuta. Qui la lingua si fa cristallina, il respiro ampio, quasi a prolungare il respiro franto dell’altro, per tenere quello che si sta spezzando. Qui la parola poetica si spoglia d’ogni reticenza e oscurità, le immagini si stagliano nitide, il referente è accogliente e in totale ascolto, che si tratti della zia nel suo precario letto di morte, o dell’amico ormai disteso da solo nel suo letto di terra, oppure della ragazza anoressica consumata dall’amore negato, e che lentamente svanisce affinché gli altri si accorgano che esiste, eterea compagna di viaggio, e dell’attesa di una fermata “sua o di qualcun altro, / compagno di uscita in paese o per sbaglio” (p. 57).

Nelle poesie per Rosa, tanto più amata e pianta quanto più gli anni trascorrono avvicinando il poeta a lei (e alla morte), la figura della zia assume contorni tanto nitidi nell’autenticità del dettato poetico, che siamo in grado di vederla. Ne sentiamo l’odore (“la tua pelle sapeva di glicine”), come sentiremo il profumo delle mele nella Ferrara ritrovata nell’ultima tappa di questo libro, che è anche la prima del viaggio a venire. Possiamo sentire le parole, semplici e inequivocabili dell’amore che è roccia, e non costruzione, dell’amore risolto, che invecchia e ci lascia, ma non muore; possiamo vedere gli occhi della donna, percepirne su di noi lo sguardo, nell’estrema disperata fuga dal buio della morte: “Cambiavi gli occhi a seconda del tempo, / un’ambigua richiesta di luce : / grigi spessi come il piombo, / verdi ispirati dal mare / di fronte al quale sei nata” (p. 46). In queste poesie d’amore nulla è evanescente, nulla è nascosto: compaiono tubi e macchinari, e quel letto, “in prestito, al pian terreno”, “vicino all’uscita, già pronto”, che presto resterà vuoto (p. 47). Eppure all’ospedale, ritroviamo anche l’inizio della vita: “negli androni insieme all’eco / i bimbi facevano a gara / a chi arrivava prima” (p. 42), mentre il poeta si trova allo spartiacque tra la giovinezza e l’età adulta, in cui la conoscenza della morte lo traghetta, e da cui la premura degli adulti non potrà esonerarlo: “I ragazzi non entrarono in stanza: volevano il ricordo / non fosse corrotto dalle apparenze” (p. 47).

Il tema del “rapporto amoroso con la morte”, ritorna nelle poesie della sezione Frezzarìa, dove il poeta ricorda l’amico scomparso, che gli ha aperto sulla bellezza le porte di Venezia e sulla vita le porte della morte: “Con il tuo distacco mi sono avvicinato al tuo mondo, / il grembo che ti ha potato, / e ho imparato ad accettarlo. / Ho appreso di non essere immortale / e quanto banale sia la morte, / se non gravassimo la vita di significati” (p. 80).

 

 

 

 

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