Oriel Pozzoli, “L’amore si fa contando”

copertina piatto L'amore si fa contandoPrefazione di Maurizio Cucchi

Conoscevo finora Oriel Pozzoli per la sua bravura e autenticità di narratrice, ma proprio l’intensità espressiva della sua frase, la sua attenzione sensibile alla lingua e il controllo dello stile, nei romanzi, mi hanno fatto sembrare del tutto naturale il suo passaggio alla poesia, dove queste qualità tornano impeccabilmente. Tra l’altro, il libro si apre con una prosa, molto lirica, certo, poeticissima, ma pur sempre una prosa, dunque un passaggio, una breve quanto intensa fase intermedia.
Come ben dichiarato dal titolo, questo libro si svolge coerente attorno a un tema, che è poi il grande tema-non tema dell’amore, la macrometafora inamovibile del rapporto dell’essere umano con l’esserci, con la vita, nella sua dedizione non sempre purtroppo corrisposta. Il titolo stesso, nella sua semplicità, contiene un’evidente sorpresa, garbatamente provocatoria. L’amore si fa contando, dice infatti, mentre, chissà, ci si potrebbe aspettare un cantando, sia pure già un poco azzardato. Invece, in modo più prosaico, la poetessa ci dice che si fa contando. Resta il fatto che la vicinanza estrema di suono tra i due verbi lascia nel lettore anche una vaga eco di amoroso canto. Ma di quale conto potrà invece trattarsi? Naturalmente è viva, in questa scelta originale, la presenza del senso del limite, della provvisorietà, dell’incompiutezza di ogni vicenda umana, al cui centro è per natura quella amorosa.

 

 

E questo senso del limite apre alla meditazione per immagini sul tempo, che in questo libro di Oriel Pozzoli ha una posizione di indubbio privilegio. L’amore, sì, e un amore tutt’altro che idealizzato (per fortuna), ma sempre oscillante tra l’esserci e il perdersi dentro la cornice sfumante e ingannevole del tempo. Un tempo, naturalmente, che il gesto d’amore tende a sospendere, o si illude di aver sospeso, tanto che poi, dopo, «tu torni nel tempo e mi cancelli». Un tempo, comunque, che sempre incombe, in quanto è sempre lì, che «sta per scadere», che genera incertezza, apprensione, “smania”, con la paura, oltre tutto, che alla fine, di ciò che è stato, tanto desiderato e inseguito, nulla rimanga: «e dove avevamo danzato/ neppure l’impronta rimane».
foto Oriel Pozzoli (2)I testi che compongono questo libro sono attraversati dalla sensualità, contengono un’infinità di dettagli minimi di una realtà concreta, vissuta o immaginata, ma una loro evidente caratteristica è nella compostezza elegante e spesso vivace del tono, della pronuncia. Un’idea personale di classico decoro è nella loro struttura formale. E del resto il tema dell’amore è richiamato da figure della cultura classica, della mitologia, come Euridice, Aretusa, Elena e Achille, Psiche, Calipso, Ifigenia, Circe, Penelope, Ippodamia, Cassandra, Scilla, Arianna. Ma l’effetto persuasivo nasce proprio dal tono con il quale Oriel introduce i riferimenti liberi a queste figure, in un certo senso monumentali, decisamente umanizzandole. E cioè un tono di sicura medietà senza cedimenti e senza ombra d’enfasi alcuna, che rende ogni stanza, ogni tappa del suo percorso, una variazione sempre vitalmente efficace sul tema.

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Esci allo scoperto, mi hai detto, è ora

Esci allo scoperto, mi hai detto, è ora
di aprire il sipario e andare in scena
senza rete. Vestiti di nero, anzi no,
meglio nuda, o forse con un velo appena.
Che il pubblico senta il tuo profumo
in prima fila, quando porti come un dono
il silenzio che si allarga dentro te.
I numeri sono tutto, mi hai detto, pensaci
e conta i colpi di frusta, ti chiedo
una frase all’altezza del marchio:
sarà l’invisibile sigillo
del tuo piacere.

EURIDICE

Toglimi da questo inverno, levami
la gonna nera e le mie scarpe rotte
sui sassi della discesa, versami
acqua dolce per lavare il pianto
via dai fianchi e dalle mie guance.
Qui c’è soltanto incenerita tenebra
e calma d’ombre senza linfa
né ricordi, una fessura nella terra
dove non si aspetta.
Ma tu suoni la cetra, la tua voce
slega i nodi alle radici, scioglie grumi
minerali, sciami bianchi di farfalle
volano dai colli d’erba per sentirti.
Toglimi da questo inverno, levami
la gonna nera la stanchezza il furto
della mia vita, portami via di qui
con le parole levami e non voltarti.

CALIPSO

Di nuovo ti vedrò sparire
e ci saranno fuochi accesi
sul mare starò sveglia di notte per ore.
Dimmelo adesso
come posso asciugare il vestito
da questa pioggia odorosa.
E conterò la sabbia nella grotta
sulle tue impronte dove mi tenevi
fermo il cuore che ha sempre sete.
Tu dici non è niente, devo andare.
Canta! – mi chiedi – e intanto ripari le vele.
Non ti accorgi che io non ho scampo.
Qui non esiste autunno e primavera
ti ho nascosto in un giardino
e ho continuato a sanguinare
scalavo gli scogli a piedi nudi…
tu torni nel tempo e mi cancelli.

I numeri sono tutto, è una storia di cifre

I numeri sono tutto, è una storia di cifre
purché dispari, e alti abbastanza.
Non è necessario sapere l’inizio
dove si cela lo zero assoluto
importa obbedire soltanto contare
che mi hai colpito cinquanta volte più una
e poi di nuovo ho visto allo specchio
la pelle scarlatta, erano lividi grossi
screziati, uno per ogni ritardo:
ne voglio fino all’ultimo.
È fatto di numeri il corpo
sangue seme anche l’umidità
tra le labbra sono molecole formule.
Qual è il numero che mi hai assegnato?
Intanto mi scrutavi
parlando come un oracolo.


Se nubi a novembre si aprono

Se nubi a novembre si aprono
e non si sperava e non si sentiva
che grigio, una molle agonia delle cose
prima del gelo invernale, se l’acqua
sul fondo schiarisce la scia di una barca
s’increspa e sembra colore spremuto,
sarebbe bello sporcarsi la faccia di blu
e portarsi la piega incerta del lago
tenerla magari per sempre.
Ma forse è meglio non dirlo
per sempre
l’avverbio di tempo, che poi
come tutte le onde si spiana
e un altro morso di sguardi
ti toglie ai miei occhi
e l’anello di schiuma scompare.

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Oriel Pozzoli è nata a Giussano (Milano) nel 1968. Ha pubblicato per La Vita Felice i racconti “Ferrovie Nord” ( 2006) e i romanzi “Il donatore” (2009) e “L’Infinito sono io” (2013). Ha tradotto e commentato i “Drammi satireschi di Eschilo, Sofocle, Euripide” (Rizzoli, 2004). Per i ragazzi, ha raccontato i miti dei classici nei racconti “Corpi speciali” (Pearson, 2014).

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