Addio a IMRE KERTESZ, Premio Nobel per la Letteratura nel 2002

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IMRE KERTESZ, ebreo ungherese, è morto a Budapest all’età di 86 anni, dopo una lunga malattia. Sopravvissuto all’Olocausto, fu prigioniero dei nazisti, è noto per il resoconto semiautobiografico della trilogia Sorstalanság (trad. it. Essere senza destino, 1999), che è senza dubbio la sua opera più famosa. un’esperienza legata al lager, dove fu deportato nel 1944, a quattordici anni. Dal libro è stato tratto il film i Lajos Koltai “Senza destino” (2005), di cui Kertesz ne curò la sceneggiatura.

Tornato in Ungheria nel 1948 dopo le terribili vicissitudini della Shoah, Kertsez collaborò come giornalista fino al 1951 collaborò con la rivista “Világosság” (Chiarezza) e lavorò come operaio in una fabbrica. Dal 1953 per mantenersi iniziò a tradurre prosa austriaca e tedesca (tra gli altri Freud, Nietzsche, Canetti, Wittgenstein) e a scrivere romanzi e opere per il teatro, non senza resistenze da parte del mondo politico-editoriale del regime comunista, che lo censurò più volte.

VITA
Proveniente da una famiglia borghese ebrea, nel 1944 venne deportato ad Auschwitz e poi trasferito in altri campi di concentramento rientrando, dopo la liberazione, in Ungheria. Tra il 1948 e il 1951 collaborò con la rivista Világosság (Chiarezza) e lavorò come operaio in una fabbrica. Dal 1953 si dedicò alla traduzione di prosa austriaca e tedesca.

OPERE
Il già citato Sorstalanság, suo primo romanzo terminato nel 1973 dopo dodici anni di lavoro, è stato pubblicato nel 1975 non senza resistenze da parte del mondo politico-editoriale.

Protagonista è un ragazzo ebreo deportato nel 1944 ad Auschwitz e poi in altri lager. Lo stile, spesso ironico e autoironico, l’ostentata oggettività, è il magistrale travestimento letterario che conduce il lettore a inorridire di fronte al silenzio. Egli rifiuta ogni accostamento ideologico al tema, sia esso politico o religioso; l’Olocausto degli ebrei non è più questione di un singolo popolo, ma il trauma dell’intera civiltà occidentale.

Tra le altre opere, oltre a quelle citate: Az angol lobogó (1991; trad. it. Il vessillo britannico, 2004); Felszámolás (2003; trad. it. Liquidazione, 2005).

Della sua produzione saggistica vanno ancora ricordati i testi: A Holocaust mint kultúra (1993, L’Olocausto come fenomeno culturale), Gondolatnyi csend, amíg a kivégzõosztag újratölt (1998, Il silenzio del pensiero fin quando il plotone dei giustizieri è di nuovo al completo), A számûzött nyelv (2001, La lingua bandita); è inoltre autore dell’autobiografia Gályanapló (1992; trad. it. Diario dalla galera, 2009).

Nel 2012 Kertesz ha annunciato la sua intenzione di abbandonare la scrittura.

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