Mauro Germani, “Voce interrotta”

mio libro pequodDalla quarta di copertina

Una presenza si aggira come un fantasma tra i sentieri desolati delle periferie di un tempo presente, rassegnata davanti al vuoto disarmante del mondo ormai in rovina. Il grido di dolore per la perdita di un’epoca che non esiste che nella memoria, della nostalgia di una luce che fu, lascia il posto al sibilare e al lamento del vento e del silenzio, dove il rimbombare dei pensieri si fa spesso assordante: “questa fanciullezza dei morti / come un vento lieve / che passa tra i boschi, / o l’eternità / muta del cielo insieme / agli anni, a tutti / i ricordi come / nuvole disperse, / ai passi / quasi a mezz’aria, / senza più carne, / soli / sul breve sentiero”. Mauro Germani, ricostruendo una sorta di genealogia dei ricordi e dell’oblio, in Voce interrotta raccoglie le parole chiave di una poetica della dissolvenza, dello svanire, dell’offuscarsi.

*
Io non so più le parole
a ridosso del mondo.

Una voce è dentro qualcosa,
è un’ora senza custodi
senza perdono.

A volte le mie labbra
hanno ancora paura,
cercano un viso
come una macchia segreta,
un volo di nulla
in fondo alla notte.

*
Mi sono dimenticato
sul tram
e adesso non so
dove andrò,
non so la città
che proclama
la vita.

Sparirò nelle luci
di tutte le sere,
nel cielo
di tutti gli specchi.

Sarò un secolo
che ha perso il suo nome.

*

Natale

Non so quando la stella
è caduta, quando
il mondo s’è spento.

Anch’io sono
un pastore perduto
e guardo il cielo buio,
tutto il vuoto
tutto il male
di adesso.

*
Che luce
nella stazione
senza arrivi
e partenze.

Che vento forte
negli occhi
come una corsa
nei vetri e
nell’erba.

Che annunci
che furia sconsacrata
nei sassi
di tutti questi
binari morti.

*
Quelli che cadevano dai tetti
o dai balconi
in silenzio
come ombre innamorate
del vuoto,
fin dove il buio, fin dove
i miei sogni d’infanzia,
i miei occhi chiusi
senza chiedermi perché
come fosse normale
per me
per loro
precipitare così
sempre più giù
sempre più
lontani
in quel volo
fra tutto e
niente
in quella caduta
infinita
dalla casa di fronte.

*
Mi scelse la fabbrica
delle tende, la luce
bianca di febbraio,
la neve dentro
la notte.

E alla finestra
qualcuno era
una vedetta
del nulla,
uno sguardo
ai cortili vuoti,
una domanda
fra i campi e le case.

Chissà cosa
sognava, dov’era
mentre l’alba non
arrivava
e non bastavano
i muri a trattenere
i lamenti e nemmeno
gli anni
ad uno ad uno.

Chissà cosa vidi
nel salto, nel lampo
feroce, quale
attrito, quale pianto
mi accecò
nella carne
e mi chiamò senza
nome,
mi perse per sempre
appena arrivato.

*
La vita resta e finisce
anche così,
in questa scrittura
che si cancella,
in questa voce
di qualcuno
che non c’è.

__

Mauro Germani è nato a Milano nel 1954. Nel 1988 ha fondato la rivista “Margo”, che ha diretto fino al 1992. Ha pubblicato saggi, poesie e recensioni su numerose riviste, tra le quali “Anterem, “La clessidra”, “La Corte, “Atelier”, “Capoverso”, “Poesia”, “QuiLibri”. E’ autore di alcuni libri di narrativa e di diverse raccolte poetiche: l’ultima in ordine di tempo è Terra estrema (L’arcolaio, 2011), preceduta da Livorno (L’arcolaio, 2008, ristampa 2013), entrambe finaliste al Premio Lorenzo Montano, rispettivamente nel 2009 e nel 2011. In ambito critico la curato il volume L’attesa e l’ignoto. L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio, 2012). Nel 2013 ha pubblicato Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero (Zona) e nel 2014 Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei (La Vita Felice)

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