Pietro Federico, “Mare aperto”

mare_apertoDalla nota di Umberto Piersanti

Mare aperto vuole dire che «siamo nel cuore del mondo». Lo attraversano vicende e sguardi: talora si è là, in mezzo alle acque; in altri momenti si guarda dalla riva, una riva reale e contemporanea con tanto di sdraie, bar e ombrelloni: «quella coppia entra in mare correndo, / ridendo, / senza guardarsi».

Vicenda, sguardo e riflessione si alternano in queste pagine. Il senso delle cose è continuamente perseguito, ma senza fobie ed ossessioni, quasi con una «tranquillità di cuore» che, però, non esclude ferite e lacerazioni.

Cos’è questo mare, forse una metafora d’un cosmo, del quale certo fai parte, ma che non ti garantisce alcuna indistruttibile permanenza? Tale indicazione sembrano dare questi versi: «Non ci credono e ti dicono / che un giorno vivrai tra le stelle / che vivi o muori / che un giorno volerai fuori dalla tua pelle».

Non so se Pietro Federico può intravedere una Speranza Trascendente. C’è però in queste pagine una qualche fiducia nel ciclo delle cose e delle vicende: «dove il vuoto, l’amarezza si ricuce / e risale all’amore / luce ad altra luce».

Vacanze

Aspettiamo che tutto vada in cenere
e ridiamo per paura di morire.
Ci sdraiamo sulla sabbia a un passo dal mare
unendoci alle nostre ombre.
Per farci cambiare discorso non serve
che ci parliate della morte, dell’anima
ma solo di novembre.
Non siamo l’estate o un istante
o per sempre.
Quel che resta di noi è senza nome,
il fondale della creazione.
Ci perdiamo cogli occhi nel mare
e il mare non significa niente.
È blu vivente che non si beve,
e il nostro volto è qualcosa
che più non si deve,
e ci viene
ricordato dal vento.

**

È l’ora in cui non si alza chiunque
apri gli occhi
nella luce aurorale delle cinque
poi più tardi: alle sette o alle otto
coi rintocchi di campane delle messe feriali
coi rintocchi che senti solo se ascolti.
Sono le ore in cui il sole non pesa
e gli occhi hanno le ali.
La radice del pino marittimo
spezza come pane il cemento del viale.
Non senti più i tuoi limiti, i tuoi limiti
non sono che sete e fame.
Sulle guance hai occhiaie scure come lividi
e poco mare caldo
che non vuoi asciugare.
Lei dorme e tutto è salvezza dopo il naufragio.
Tieniti al legno del davanzale
nella stanza in cui il disagio del male
scompare nel bene che non meriti.
Tieniti al conto alla rovescia delle onde
che il mare sventaglia sull’insenatura.
Acqua e sponda, due archi e una musica
irripetibile, oscura, tieniti
alla paura che sia davvero un canto,
il primo e l’ultimo. Tieniti
alla sua partitura.
Fai un respiro profondo, un inchino ma siediti
clandestino, illegittimo,
al pianoforte di Dio
stendi la mano sull’attimo.

**

Parla di te con nostalgia,
non è nemmeno la tua ombra
il blu del mare che trapela dai rami.
Mostrami il tuo volto
l’immensità della tua promessa
il fiato trattenuto, così simile
e ancora disumano della brezza
svesti la luce troppo forte
e insistita del sole
svesti il cielo, la culla
la fede cieca e azzurra.
Cosa dici, cosa diresti?
Ma tu parli agli uomini veri e non veri.
Parli e ridi dal giardino abbottonato di un albergo.
Dalle mani esperte dei giardinieri
in uno slargo tra le case
rose scuotono la testa in un brivido di sangue
ed è come in un alito sentire
i tuoi tremendi pensieri:
“Non mi vedi e non conosci i miei sentieri
il prezzo di ciò che mi chiedi
di tendere le mani ai cieli
come precipitando nel mare,
non avere ali, e sentire i tuoi desideri avere
il destino dei ceri.
Non sei pronto a morire per amore
e vuoi che torni?
L’ho già fatto tante volte, e tu
non c’eri.”

**

Obbediamo sempre alle parole
non come chi ascolta
ma come un postino che raccoglie
e consegna lettere chiuse.
Siamo sedicenni stupiti e smarriti
sotto la volta delle stelle e dei millenni,
adolescenti la cui unica legge
è la curiosità di luce immensa e dispersa
che precipita e scheggia la pelle
con la violenza di una sabbiatrice.
Libertà è uno scatto verso il mare che sfianca
toglie forza al tuffo e aggiunge
resistenza di superficie.
È sempre poco e sempre buffo
come tentiamo di toglierci di dosso
la nostra ombra nella notte,
nell’ombra del mondo, ma tu
vesti un verde smeraldo che al tramonto
s’intona alla collina che scivola nel golfo.
Una coppia guarda a vuoto dall’ingresso di un albergo.
Mi dai le spalle mentre li guardi.
Sei dove le parole
buste chiuse, superficie, adolescenza
non sono più un giudizio
e inclinano alla compassione.
Se ti guardo so stare in silenzio.

**

Ti volti verso me, ma la tua mano
rimane alla ringhiera
impigliata come una lenza
mi guardi eppure hai l’anima
ancora tesa sul mare.

 

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