Michele Pierri e Alda Merini, cronaca di un amore sconosciuto

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Il 6 ottobre 1984, nella Chiesa del SS. Crocifisso di Taranto, Michele Pierri e Alda Merini si sposano. Il medico e poeta tarantino ha 85 anni, la poetessa milanese ne ha 53. Da quasi quattro anni sono uniti da un’amicizia profonda, in un ininterrotto colloquio telefonico, basato sul comune interesse per la poesia. Sentimenti che si trasformano via via in un amore. Alda, rimasta vedova dopo la lunga malattia del marito, isolata a Milano dopo i successi letterari giovanili e i lunghi anni trascorsi in manicomio, si lega all’anziano amico, sedotta dalle sue qualità.

Alda Merini è decisa a diventare la moglie di Pierri e, vinte le prime forti resistenze, lo sposa. Insieme vivono anni felici, pochi, a causa dell’età di Michele, ma molto intensi. Il loro amore, che sembra a molti una bizzarria, è un legame sublime, assoluto. Quel legame consente ad Alda di ritrovare se stessa. A Taranto, sotto il segno di quell’amore, nascono le sue opere più importanti che la imporranno al pubblico. La fine di quel legame, per la morte di Michele, è un trauma grave, che fa ripiombare Alda nel barato della follia. Due anni difficili, nella sua Milano, dov’è tornata nel 1987, quando Michele è malato terminale (morirà nel gennaio del 1988).

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Il libro “Michele Pierri e Alda Merini, cronaca di un amore sconosciuto”, (edizioni Edit@, 2016) è una biografia di Alda Merini incentrata sugli anni di Taranto e sulla sua storia d’amore con Michele Pierri. Il volume è a cura di Silvano Trevisani che abbiamo intervistato.

Intervista a SILVANO TREVISANI
di Luigia Sorrentino

Alda Merini e Michele Pierri. Cosa non è stato ancora evidenziato della loro relazione, quali le inesattezze?

L’intero capitolo della loro unione è descritto in maniera a dir poco inesatta e comunque sempre superficiale: l’inizio del loro rapporto di amicizia, nato da un’iniziativa del comune amico Giacinto Spagnoletti, già nel 1981; il fatto che fosse Alda a pretendere di sposare Michele, di oltre 30 anni più grande, che si era opposto fino all’ultimo; l’andamento del loro rapporto, che Michele intese e visse come una missione tutta tesa a salvare un’anima e valorizzare una grande poetessa, a costo di vivere in maniera tormentata gli ultimi anni, come avvenne. Ma soprattutto ciò che viene trascurato è l’impeto amoroso della loro unione, fatta di poesia ma anche di sentimenti: la loro fu una storia d’amore, vissuta per quasi quattro anni sul filo del telefono e in centinaia di lettere e poesia che soprattutto Alda inviava, e poi nei quasi quattro anni del matrimonio, che Alda così riassume: “per quattro anni fui una sposa felice”. Se Alda amò talmente Pierri da scrivere al Papa perché autorizzasse la loro unione mentre ancora Ettore era vivo, evidentemente trovò in lui tutte le doti umane, spirituali, morali, poetiche che sentiva necessarie alla propria felicità. Un particolare sul quale mai nessuno ha pensato di indagare.

Chi era Michele Pierri? E perché questo amore è stato molto importante per la Merini?

Michele Pierri è un personaggio di grande levatura che andrebbe assolutamente riscoperto. Medico napoletano formatosi alla scuola del medico santo Giuseppe Moscati, del quale era nipote, si trasferì a Taranto avendo sposato Aminta Baffi. La sua vita fu avventurosa. Da antifascista provò il carcere, convertitosi divenne poeta religioso molto amato da Ungaretti, Pasolini (che si era occupato di lui e della giovanissima Alda in uno storico saggio), Betocchi, Caproni, Maria Corti e tanti altri. Fu animatore della cultura meridionale e sodale di Comi e Macrì. Primario e direttore sanitario dell’Ospedale di Taranto, fu pioniere di tecniche operatorie ma anche medico dei poveri, oltre che padre amorevole di dieci figli.
Il suo amore per Alda fu per lei fondamentale per questi determinanti motivi: in primo luogo, la cura e la vicinanza di Pierri garantirono ad Alda benessere e tranquillità che non aveva “mai” provato. In secondo luogo, grazie alle amicizie, alle relazioni e ai consigli di Pierri, Alda tornò a pubblicare con intensità dopo le dimissioni dal manicomio, quando lei definisce ormai ostile e indisponibile l’ambiente di Milano: nel marzo 1983, l’anno prima del matrimonio, grazie all’operosità dell’artista tarantino Giulio De Mitri, amico di Pierri, pubblicò a Taranto “Le satire della Ripa”, che ottenne ottimi riscontri critici. In seguito a questo primo “successo” avviò il lavoro “a distanza” per “Il diario di una diversa”, selezionato e riscritto a Taranto, con la mediazione di Spagnoletti, poi dato alle stampa nel 1986. In quegli anni curò la doppia edizione di “La Terra Santa” (in realtà si tratta di due libri completamente diversi). A Taranto scrisse “La gazza ladra” e una serie di raccolte che saranno pubblicate quivi in maniera artigianale ma successivamente raccolte, dopo il ritorno a Milano, a partire da “Vuoto d’amore” e destinate finalmente al grande pubblico. Maria Corti, che frequentava Pierri dagli anni Cinquanta, essendo docente all’Università di Lecce, fu stregata dal loro amore che descrive le loro visite come “epifanie”.

In alcune biografie sulla poetessa viene raccontato che dopo la morte di Michele Pierri, Alda è stata internata in un manicomio a Taranto. Qual è la verità?

La verità è molto semplice: a Taranto non è mai esistito un manicomio (né una istituzione similare), inoltre: da dieci anni la legge Basaglia aveva chiuso agli “internamenti”, come tutti dovrebbero sapere, e ai manicomi stessi. Eppure gli aggettivi su quel “presunto” internamento si sprecano, dando alla permanenza tarantina (e implicitamente alla figura di Michele che alla città è legata) un’impronta negativa, come se i quindici anni trascorsi nel manicomio di Milano fossero stati, al confronto, un piacevole soggiorno!
La verità è questa: nell’estate del 1987 Pierri viene ricoverato per via del male incurabile che ne causerà la morte e operato una prima volta. Dopo una lunga degenza e una provvisoria dimissione, è ricoverato e operato una seconda volta, ma ormai è vicina la fine: resterà allettato ancora per alcune settimane e si spegnerà nel gennaio 1988. Alda non ha più chi si occupi di lei e in “Delirio amoroso” spiega, con una certa chiarezza, che non accettava in nessun modo la sua morte e che comunque non sarebbe stata in grado di occuparsi di Michele. Cade, perciò, in una crisi profonda, perché capisce che quel capitolo della sua vita sta per finire, e fa ricorso al reparto neuro dell’Ospedale, i cui medici ben la conoscevano perché, come lei racconta a Maria Corti, Michele l’aveva fatta visitare, ottenendone un quadro clinico soddisfacente. Dopo un brevissimo ricovero Alda, che si descrive “malata di nostalgia” per Milano (altrove dice, rispetto a Taranto: Sono andata via perché le grandi passioni uccidono), si fa accompagnare in aereo a ripa Ticinese da due dei figli di Pierri.
La leggenda dell’internamento nasce dagli stessi racconti di Alda che, nei due anni confusi che seguiranno, vivrà un periodo tormentato di cure, nella sua Milano e non certo a Taranto (come alcuni hanno pensato). Chi ha conosciuto Alda, poi, sa perfettamente come spesso lei considerasse anche la fantasia come parte integrante della realtà.

michelepierri_aldameriniCome ha ricostruito la relazione fra Alda Merini e Michele Pierri?

Ho frequentato casa Pierri negli anni della loro unione: già da qualche tempo ero redattore del quotidiano edito a Taranto “Corriere del giorno di Puglia e Lucania” e seguivo l’attività della coppia anche per lavoro, inoltre ho sempre scritto poesie che sottoponevo a Michele a Giacinto Spagnoletti (che curò la mia prima raccolta) e che anche Alda leggeva. Inoltre, ho avuto per le mani materiale inedito che sono andato raccogliendo anno dopo anno, presso amici, presso alcuni dei figli di Michele o da altri privati. Soprattutto conservavo le foto di Giulio De Mitri, assiduo frequentatore di quella casa (sua moglie Delia fu testimone delle nozze oltre che amica e collaboratrice di Alda), la raccolta che Alda gli aveva dedicato per ringraziarlo della pubblicazione di “Le satire della Ripa”, assieme a lettere inedite scritte a Michele, a Giulio, a Spagnoletti, ma anche ad articoli pubblicati sulla stampa locale. Tutto il materiale raccolto, soprattutto le lettere dense e spesso drammatiche di Alda, mi hanno consentito di costruire con precisione assoluta la scansione di quegli anni e in particolare il periodo della permanenza a Taranto, i rapporti tra Alda e Michele e la loro avventura culturale nella città che, nei confronti di Alda, è stata sempre amorevole, anche nonostante le sue stravaganze. Ma a indurmi a pubblicare quel materiale, che considerava mio patrimonio privato, è stata la considerazione di come molti scritti apparsi negli ultimi anni, inducessero in errore circa la storia di quell’unione, che per Alda è stata fondamentale. Ho letto con piacere quanto la figlia Barbara ha dichiarato in un’intervista al Corriere della sera, qualche settimana fa, ricordando i giorni in cui fu ospite di sua madre e di Michele a Taranto: “Sono rimasta una settimana e sono stata trattata come una regina”. Nello stesso modo veniva trattata Alda. È bene che si abbia il coraggio di riscrivere quegli anni.

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Silvano Trevisani, giornalista professionista, già responsabile dei servizi culturali del “Corriere del Giorno di Puglia e Lucania”, è nato a Grottaglie dove vive.
E’ laureato in Filosofia, ha collaborato per anni alla redazione pugliese di “Repubblica” e con “L’Osservatore Romano”. Collabora con giornali e riviste.
Saggista, poeta, scrittore e critico d’arte, ha pubblicato numerosi volumi e saggi di storia, economia, arte, letteratura, oltre a opere di narrativa e poesia.
Per il settore artistico, ha coideato le celebrazioni ufficiali per il ventennale di Giorgio De Chirico nel 1998, realizzando un saggio  per il catalogo “De Chirico e la Metafisica del Mediterraneo” edito da Rizzoli.
Ha curato il diario inedito di Carlo Belli, il teorico dell’astrattismo geometrico, (1997), e vari studi su Emanuele De Giorgio e altri artisti pugliesi.

 

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