Addio a Lucio Mariani

 

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Lucio Mariani nella foto di Dino Ignani

Presentiamo oggi alcune poesie tratte da “Traces of Time”  (Open Letter Books, 2015) di Lucio Mariani, poeta e saggista, nato a Roma nel 1936 e scomparso il 2 ottobre 2016. Tradotto in tutte le principali lingue europee, è autore di numerose raccolte poetiche. Traduttore egli stesso di poeti quali Bonnefoy, Warren, Corbiere, Gioia e Vallejo, Mariani esce in questi giorni negli Stati Uniti, per i tipi della Open Letter Books, con l’antologia Traces of Time, tradotta da Anthony Molino, volume che rivisita quarant’anni della sua produzione poetica.

 

 

L’INVIDIA DEGLI DÈI

 

Parla piano, dissimula e menti sui nostri giorni

gli dèi sono presenti anche tra le foglie dell’ulivo

tra i disadorni petali della camelia rosa, nella maglia

di piume che il pettirosso in posa ostenta al mondo.

Sono all’ascolto nella limonaia, al riparo

nel folto della macchia, dentro il filo d’acqua

che sgorga raro e improvviso come una notizia

dalla faccia di pietra, sono lì lungo il bordo

del cuscino che ti incornicia il viso. Ricorda sempre

che la loro invidia non arretra di un passo

e ti ammaestra a non scoprire mai la nostra gioia.

 

 

THE ENVY OF THE GODS

 

Speak softly, feign and lie about these our days

for the gods inhabit even the leaves of olive trees

the unadorned petals of the pink camellia, the weave

of feathers that robin redbreast flaunts at the world.

For they hearken in the lemon grove, hide

in the thick of the bush, in trickles of water

that spring, rare and sudden, like a news flash

from a face of stone, there, in the edge

of the pillow that frames your features. Remember,

their envy takes no step back

but schools us never to reveal our joy.

 

PARLANO CON SE STESSI

 

 

Parlano con se stessi, con i gatti e le res inanimatae

di molta voce occupano il silenzio che li opprime

a motti, a frasi rotte, a parate verbali sull’affondo

d’un interlocutore inesistente, organizzano

chiacchiera e argomento in domande e risposte

saltando ogni confine di ragione, ripetono, ripetono

in preda a pentimenti del pensiero e spinti

dal terrore di imporrire, di restare sepolti dalle assenze

da fughe di memoria, salutano per nome scarpe

e libri, pazienti. Sembrano incauti passeri di canto

intenti a segnalarsi anche al nemico. In verità

noi vecchi parliamo con noi stessi per essere ascoltati

al buio del giudizio. Quando il gelo s’accosta

ci scaldano nei suoni conosciuti soltanto

quei giochi di prestigio che possono ridurre

il silenzio a cosa umana. Meritiamo destino

se ancora lavoriamo la parola, misura d’esistenza.

 

 

 

TALKING TO THEMSELVES

 

 

They talk to themselves, with the cats and all that’s inanimate

a surplus of voice occupies their oppressive silence

pat phrases, broken sentences, verbal skirmishes

with an absent interlocutor, gossip and disputes

alike organized according to question-and-answer

all reason shot to hell, as they repeat and repeat

prey to thoughts of repentance, driven

by terrors of putrefaction, of being buried by ghosts

by fugues of memory, they greet shoes

and books by name, patiently. Careless snowbirds

they seem, intent on warning even the enemy. In truth

we old folk talk to ourselves so as to be heard

in the darkness of judgement. When the cold closes in

all that warms us amid familiar sounds

are those magic tricks that can make of silence

something human. And we remain deserving of destiny

if still we manage to ply words, measure of existence.

 

DICE IL MERCANTE

 

Sei niente, niente. I versi zoppi,

i tuoi scazonti, sono niente. Non puoi certo

mangiarli né ti danno per altra via

 

da vivere, nessuno li può usare

come leva o per mare, da farmaco,

da stocco. Utili a chi, utili a che?

 

Sono soltanto prova di neghittosi geni,

antenne per segnali convulsi, gagliardetti

di latta, pinnacoli che confondono

 

i giochi della sorte, che annunciano

la morte. Non servono a niente,

come non serve la perfida allegria

 

di Mozart, il discorso sull’ente e sul non ente,

un ossimoro o il pianto d’una madre,

come i colori del tramonto alpino, il canto

 

d’un bambino e le fusa del gatto.

Così non serve un matto che si ferma

e farnetica agli astanti perplessi.

 

 

 

SO SAYS THE MERCHANT

 

You are nothing, nothing. Your lame verses,

your rhymes, are nothing. Surely

you cannot eat them, nor do they otherwise

 

earn your keep, no one can use them

as lever or sail, as medicine

or sword. Good for whom, then, for what?

 

They are but proof of listless genes,

antennae for convulsive signals, pennants

of tin, pinnacles that confuse

 

the moves of fate, and only herald

death. They serve no purpose,

useless as the wicked andantes of Mozart

 

as any discourse on being and non-being,

as oxymorons or a mother’s cry,

as the colors of an alpine sunset, the song

 

of a child or the purr of a cat.

Likewise we have no use for madmen

who stop and rant at baffled bystanders.

 

LA BITTA

 

E un giorno, figli miei, vidi che ne partiste

colmi di libri, di guasti ereditati e d’allegrie

libere navi che salpavano a mete sconosciute.

Io lì nel porto, sul porto, vi ammirai scomparire

senza sapervi seguire neppure con la mente

mentre scrutavo il solco delle scie e il fumo

delle vostre sigarette che imitavano ardenti ciminiere.

Tenni il confine come una bitta bruna che non veglia

boghe o sartie né gomene e gasse. A volte

mi sembrò che tornaste a vicini ripari sfilando

davanti la mia costa più in basso della linea

d’orizzonte. Forse, fu di notte e di brume ma

non vidi scafo che gettò le cime ad ancorarsi,

ad abbracciare il ferro sul bordo della banchina vecchia.

Forse, soltanto non vi riconobbi.

 

 

THE BOLLARD

 

And came the day, my children, when I saw you leave

saddled with books, with inherited scars and cheer

ships free to set sail for unknown arrivals.

There, from the pier, on the dock, I watched you disappear

unable to track you even with my mind

while I eyed the furrows in the water and the smoke

of your cigarettes burning like chimney stacks.

Me, I marked the boundary, a brown bollard

who won’t keep watch over bogues, riggings, ropes and knots.

There were times, I thought, when you’d return

to take refuge, as you hugged the coastline beneath my horizon.

Perhaps, but it was nighttime and misty, and I saw

no ship cast anchor, no ropes wrapped

around the iron on the old wharf. Or perhaps

I simply failed to recognize you.

 

OSPITI

 

Gli occhi di questa casa lungo Ripa

si ostinano sul fiume

che procede caracollando

per onde e strie di melme verdibrune

e più celere appare dagli squarci

nel fogliame dei platani concordi

che ci affrontano armati di alabarde

come grigi guerrieri marezzati

beccheggiando alla cima sotto il vento.

Ci scherniscono i passeri dai rami.

 

Siamo ospiti, mia donna, non possiamo

ignorarlo. Ospiti a pagamento nel pensiero

ospiti nei ricordi, tollerati. In prestito

l’amare, in prestito ogni storia traversata

e la nuvola che balla allegra

nel cielo di giacinto

malgrado la presenza degli dèi.

Prendemmo in uso transitorio

il pianto per i visi perduti nei cassetti

in uso colpe e affanni reperiti per via, in uso

la scena madre al freddo d’un lampione

e la soglia di estatica emozione

che sfioriamo senza capire

contemplando la Maestà di Piero.

Puri accidenti da rendere alla svelta

quinte precarie come l’acqua viola dell’Egeo

che felici ci accolse nel crepuscolo.

Queste parole stesse sono zattere

prese a nolo sul lago del silenzio

rapide a scomparire nel gran salto.

 

Sii salda e stammi accanto. Ogni cosa

abbiamo già pagato con la vita.

 

 

GUESTS

 

The eyes of our home along the Tiber

stay fixed on the river

as it bounces and breaks

in rapids and streaks of greenish-brown slime

its sweep all the faster when viewed

between the leaves of the orderly sycamores

that face us armed with halberds

like grey marbled warriors

staggering on treetops under the wind.

And from the branches sparrows scoff at us.

 

 

We are guests, my lady, let us

not forget. Guests in thought for a fee

guests of memories, indulged. On loan

our love, on loan every affair we cross

and the cloud that dances merrily

in the hyacinth sky

despite the presence  of the gods.

Borrowed were the tears

cried for faces now lost in drawers

borrowed the guilt and anguish found along the way,

the crucial scene in the cold air of a street lamp

and the threshold of ecstatic feeling

chanced upon but never seized

in our contemplation of Piero’s Majesty.

Sheer mishaps to be returned on demand

scenes improvised like the purple Aegean

where sunsets greeted us, happy.

Even these very words are rafts

rented on the lake of silence

quick to vanish in the final leap.

 

Be steadfast and stand by me.

Everything’s been paid for

just by living.

 

A UN TRADUTTORE

Non è dato sapere come gli astri

abbiano cospirato a trasferire

le mie ossa d’inchiostro fra i tuoi lidi.

Un uomo di rispetto ha asseverato

che era tuo giusto compito

raccogliere il sale che resiste

nel mio verbo, la storia inconsumabile

ordinata per non smutarsi in polvere,

che solo il tuo talento era capace

di preservarne gli echi in altro idioma

giocando lungo il filo dell’enigma.

Allora ci soccorrano

i saldi resti e non ingrate lune

perché prodighe le farfalle del tuo sangue

siano fide compagne nel viaggio

a un canto solitario.

 

TO A TRANSLATOR

 

There’s no knowing how

the stars conspired

to float my bones of ink to your shores.

A man of some stature maintains

that your proper task

is to sift the salt that resists

in my words, the irreducible story

undestined to dust

whose echoes only your talent

in play along the riddle’s edge

could preserve in another tongue.

May, then, the trusty remains

and not ungrateful moons assist us

for the prodigal butterflies of your blood

to be the faithful companions

of a solitary song.

(Traduzione di Anthony Molino)

 

lucio_marianiBibliografia essenziale di Lucio Mariani

Traces of Time, trad. di Anthony Molino,Open Letter Books, 2015;

Canti di Ripa Grande, Crocetti, 2013;

Farfalla e segno, Crocetti, 2010;

Qualche notizia del tempo, Crocetti, 2001;

Il torto della preda, Crocetti, 1995;

Pandemia, Edizioni dell’Elefante, 1990.

 

Anthony Molino è psicoanalista e pluri-premiato traduttore di letteratura italiana moderna e contemporanea in inglese. Ha pubblicato, per alcune delle principali case editrici americane (City Lights, Graywolf, Columbia e Wesleyan University Press), opere di Valerio Magrelli, Antonio Porta, Eduardo De Filippo (di cui ha reso “Natale in casa Cupiello”) e Manlio Santanelli. Traces of Time è il suo secondo libro delle poesie di Lucio Mariani dopo Echoes of Memory (2003).

 

 

 

 

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