Canto della caducità degli uomini tutti

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di Danilo Mandolini

Ciò che immediatamente sorprende incontrando nella lettura l’ultimo lavoro in versi di Pasquale Di Palmo (Trittico del distacco, prefazione di Giancarlo Pontiggia, postfazione di Maurizio Casagrande, Passigli 2015, € 12,50) è l’assoluta precisione data alla struttura organizzativa dello stesso. Non si tarda infatti a verificare che si è di fronte ad una tripartizione, che diremmo speculare e quindi, in qualche modo, perfetta, in cui la sezione di apertura, Addio a Mirco, consta di nove testi come la sezione di chiusura intitolata I panneggi della pietà, e che la parte centrale dell’opera, Centro Alzheimer, il cuore vero del libro, contiene quindici liriche anticipate e seguite da una poesia (per un totale dunque di due, nell’economia di questa sezione) composta in dialetto veneziano.

Pare altrettanto evidente, poi, addentrandosi in una prima analisi approfondita della silloge, che ad ognuna delle suddette sezioni l’autore attribuisce un registro linguistico ed una tonalità assolutamente coerenti con i vari – si passi l’espressione – soggetti trattati.

Annota Giancarlo Pontiggia, nel suo testo di prefazione, che nella prima parte «L’andamento è insieme lucido e allucinato, ma la lingua più povera, volutamente semplificata rispetto alle raccolte precedenti…». Questo particolare approccio non può che risultare come ideale per la buona riuscita della narrazione in versi di quelle figure umane a vario titolo sconfitte – sopraffatte dalla morte, ma anche dalla loro semplice diversità, e spesso offerte al lettore insieme al ricordo di luoghi del reale in ogni caso persistenti nel tempo – che risultano centrali nella memoria dell’autore perché incarnano, introducendola, qui, l’idea della fine ineluttabile. Non è casuale neanche la scelta di inserire una breve selezione di prose (alcune delle quali recuperate, con minime varianti, dalla produzione passata) a chiusura del volume. La “forma-prosa” sembra difatti essere, in questo specifico frangente, ancora, la migliore pronuncia possibile per raccontare – insieme ad una nuova e sempre toccante carrellata di personaggi e di luoghi della memoria (si ricordano le partite di calcio da bambini, alcune foto tra le quali quella della giovane madre incinta dell’autore) – anche la necessaria razionalità derivante dall’accettazione della condizione umana nel suo divenire spietato, ciclico e collettivo (la penultima prosa offre esattamente l’immagine di un cimitero; nel testo di chiusura, infine, la poesia è vista come forma, si direbbe, di incosciente resistenza al vivere-morire; forse, per questo, speranza allo stato puro).

Nella parte centrale, Centro Alzheimer, che come si è detto in precedenza è il cuore vero del libro, l’altissimo lirismo di cui il poeta è capace si manifesta attraverso una modalità espressiva in versi se possibile ancora più asciutta e diretta. Gli stessi versi, nonché i periodi che questi contengono, spesso paiono dotarsi di una misura tendente al breve proprio per dire meglio la drammaticità della malattia del padre (malato terminale, appunto, di Alzheimer). Quanto appena descritto vale sia per le quindici liriche in lingua che per la prima e l’ultima in dialetto veneziano (il prologo e l’epilogo di quella che, di fatto, è sì la sezione centrale della raccolta, ma anche una sequenza). È a proposito del dialetto che non si può non affermare, qui, che grazie all’utilizzo di questo Di Palmo sembra riuscire pienamente a pronunciare le parole più intime da rivolgere al padre. Quell’«Adesso ti xe un albero, papà» non può lasciare indifferente il lettore attento e sensibile che riconoscerà altresì, in questa ed in altre immagini della parte principale dell’opera (su tutte: il «carapace della carrozzina»), il legame forte che, come dichiara Maurizio Casagrande nella sua nota di postfazione, è tipico del nostro e di qualsiasi altro poeta radicato nel Veneto.

Va sottolineato che molte altre sono le immagini, non necessariamente connotate da una componente naturalistica e diverse a dir poco folgoranti, che costellano questo segmento nodale di Trittico del distacco. Una che andrebbe in assoluto conservata è senza dubbio quella accolta nell'”attacco” del decimo componimento: «Io, divenuto padre di mio padre. / Tu, divenuto figlio di tuo figlio». Si tratta di due versi, semplici ed inequivocabili, che rappresentano la sintesi estrema della tragedia della perdita di un genitore da parte di un figlio.

Ancora, e per avviarsi decisamente alla chiusura di questa nota, non si può non dichiarare che il Centro Alzheimer del titolo della sezione fondamentale e fondante del lavoro è, a differenza degli altri luoghi descritti nella raccolta, un luogo statico, come sublimato. È il luogo della sofferenza e del distacco. È il luogo narrato nel tempo presente, come nel tempo presente è narrato il crescendo della fase finale della malattia del padre. È il luogo – l’ultimo della sua vita – che il padre malato attraversa in quindici, inesorabili tappe.
Che siano le stesse quindici stazioni della Via crucis?

L’ultima, nonché indispensabile, avvertenza da consegnare al lettore è quella di guardare, sì, a Trittico del distacco come ad un canto, struggente ed alto, dedicato alla figura del padre scomparso. La più recente delle “fatiche” in versi di Pasquale Di Palmo, però, deve essere considerata a tutti gli effetti – per lo sviluppo esemplare e per la resa davvero autentica delle tematiche affrontate – anche un canto, altrettanto struggente ed alto, dedicato all’indicibile e perpetua caducità degli uomini tutti.

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