Giulio Maffii, “Giusto un tarlo nella trave”

dalla Postfazione di Bernardo Pacini

Il prolifico poeta toscano ha voluto spalancare una porta, aprire per sé e per gli altri una sua stanza, esplorarla e compitarne gli oggetti fingendo di essere solo, eppure sapendo di dar luogo a uno spettacolo: la scrittura-suppellettile che inganna la vita, la poesia-oggetto che cauterizza gli squarci. Giusto un tarlo sulla trave: la manutenzione della casa-presente, la consapevolezza della sua reale esistenza, del problema da lei significato, prende le mosse da una minaccia risibile: il tarlo che si intravede sulla trave, ovvero un minuscolo insetto che offende la struttura portante del tetto di un luogo abitato da persone che invecchiano e che a quel legno non sopravviveranno. E il poeta sa bene che in fondo non c’è niente da temere, nessuna torma da disinfestare.
[…] Maffii, scrivendo questo libro, ha compiuto un gesto archeologico, un tentativo di indicizzare la memoria, di metterla in relazione con “il tono della voce” e della lingua, seguendo una zona deluminata del subconscio.
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