Chandra Livia Candiani, “Fatti vivo”

La bambina pugile è tornata. La riconosciamo, la ritroviamo con la sua insonnia, la sua febbrile sensibilità, le sue debolezze e la sua incredibile forza. La seguiamo in un percorso poetico che evoca una sorta di narrazione emblematica. Si parte dalla casa. La vita di una persona emana dagli spazi dove è cresciuta. Portone, finestre, pavimenti, muri, scrivania, frigo, letto e così via: la bambina è come diffusa nelle cose, negli oggetti che l’hanno accolta. Poi esce nel mondo e deve inventarsi gli strumenti per percepirlo. Il libro diventa un viatico per «saper leggere le stelle | ma non la grammatica». O forse, più che guardare il mondo con occhi diversi, il passo ulteriore è essere il mondo: essere piuma, essere nuvola, essere luce. Infine c’è chi cade, tutti prima o poi cadono, ma nessuna caduta impedisce di «farsi vivi». Al di là di questo traliccio strutturale, la raccolta è molto fluida e per niente schematica. Nodi irrisolti si alternano e si intrecciano con un’esperienza mistica quotidiana, mite, senza enfasi di spossessione. Quella particolare voce, come d’infanzia, che già abbiamo conosciuto via via nei libri precedenti dell’autrice è ormai un meccanismo ad alta precisione con il quale Chandra Candiani riesce a far affiorare nella maniera più efficace ciò che non è visibile.

ESTRATTI

Dalla sezione Dov’è mondo

Non ci sono più
sono andata via
silenziosissima.
La mia vita
spoglia di me.
E tutto brilla.

**

Sotto la pelle
c’è ancora casa per te
anche se non hai lo stesso nome.
Non avevo cortile
e nemmeno stanza
solo vento
senza cappotto
né cantina né solaio
ma regni smisurati
steppe e altopiani,
per regni così occorreva
maestà bambina.
Avevo un pugno di anni
in busta di carta
con identità di spazzolino e sapone
bocca chiusa fulmine di sorriso.
E un giardino.
Apriva il mondo
come fanno i fiori.
Le belve non arrivavano mai
nonostante le mie preghiere:
«Che io possa essere sentinella
delle ginocchia sbucciate,
del cuore cartuccia,
ho bisogno di parole accese
che sfamino
lasciando un orlo
dove mettere la pelle sottile
il tremito
le sirene di tutte le emergenze.
Parole vino
parole mollica abitabili
e sconsiderate,
parole e fare oasi
per gli agguantati».
Pregavo gli animali e le piante
la resina
i sassi della ghiaia
le cose che non fanno mondo
fanno frontiera di vivo
calamita di sonno.
Di notte le gambe
percorrevano la pista
a ritroso
scricchiolando nel legno,
tornavano
i passi fino
alla fonte della madre
dove le urla si sfogliavano
in voli obliqui fronte
a fronte con il buio
dei ladri e degli assassini.
Il padre all’alba
mendicava un saluto
dal cielo dalla figlia
ma il grembiule di scolara
aspettava all’uscio
e scriveva da solo
le parole della notte:
«Io assassino i fiori
con pensieri piombo
sguardi.» Io padre raccolgo
i tuoi sguardi li infilo
padre sul filo della memoria
ne faccio lucciole e cavigliere
e ballo ballo nella luce tenue
naturale dove solo gli alberi
e ogni filo d’erba canta
che sono nata per diritto
sono nata per mondo.

**

Mandami uno
dei tuoi messaggi illimitati
quando dici io
di’ aria e rami
friabili foglie
di’ l’inconsistenza.
Con l’autorità dei fiori.
Qui c’è ora.
E tu.

____

Chandra Livia Candiani è nata a Milano nel 1952. È traduttrice di testi buddhisti e tiene corsi di meditazione. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Io con vestito leggero (Campanotto 2005), La nave di nebbia (Vivarium 2006), La porta (Vivarium 2006), Bevendo il tè con i morti (Viennepierre 2007, Interlinea 2015) e La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore (Einaudi 2014). Da anni tiene corsi di poesia presso alcune scuole elementari di Milano: da questa esperienza è nata l’antologia, curata da lei e Andrea Cirolla, Ma dove sono le parole? (Effigie 2015) che raccoglie poesie scritte dai bambini.

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *