Poesie della strage

Matteo Fantuzzi / Credits Daniele Ferroni

di Eleonora Rimolo

Dal 2 agosto del 1980 sulle orizzontali tracciate dai binari della stazione di Bologna non si muovono solamente treni e viaggiatori: il silenzio della memoria, infatti, sussurra continuamente la storia terribile di una strage, e così farà per sempre, perché è lì che si comprende/il senso di una strage,/quando il silenzio avvolge e copre/senza scelta e senza distinzione. È con questi versi che Matteo Fantuzzi, ne La stazione di Bologna (Feltrinelli 2017), delinea immediatamente la quiete attonita che segue per un attimo l’esplosione. In questa sua raccolta di versi tutta dedicata al senso di quel massacro e all’estrema umanità con la quale Bologna si è rialzata, Fantuzzi descrive in maniera puntuale i fatti di cronaca, citando i nomi delle vittime, ancorando responsabilmente il verso alla realtà, e quindi assegnandogli il fondamentale compito di sottrarre all’oblio un evento che ha cambiato la storia italiana degli ultimi trent’anni. L’esigenza della luce è quella che muove l’autore verso un duplice scopo: denunciare l’orrore e la bestialità di cui l’essere umano può essere capace (persone che molto spesso sono peggio/delle bestie perché non riconoscono più pietà/né pena, perché non sanno più cos’è il rimorso) e allo stesso tempo riconoscere la fratellanza che in caso di necessità avvicina indistintamente tutti (Ora che qui sotto siamo veramente soli, così soli/da rimanere assieme come una famiglia vera […]).
Entrambi gli scopi agiscono su una terza, superiore necessità: quella di perpetuare il ricordo di uno scempio disumano (ogni momento ha una sua storia/che preme e urge come l’esigenza di memoria) alternando ai versi stralci di articoli di cronaca e dichiarazioni da parte di esponenti politici (Pertini, ad esempio, del quale vengono riportate le parole all’uscita dall’ospedale). Il movimento di tesi, antitesi e sintesi crea un andamento lineare e coerente nella disposizione dei testi che guida il lettore attraverso le varie fasi e i vari aspetti della disastrosa circostanza, tratteggiata, così, nella sua totalità: un viaggio nella coscienza collettiva che risveglia sentimenti individuali eterogenei; dalla vergogna per quanto accaduto, al dolore profondo per le morti, fino all’orgoglio di riconoscersi come popolo. Terra e parola si fondono dunque nel gesto puntuale del poetare, che ci spinge ad una riflessione sempre troppo trascurata sulla nostra heimat, patria originaria a cui bisogna tornare con l’anima ogniqualvolta si rende doverosa un’azione civile. Il poeta traccia con convinzione i confini dello spazio di appartenenza comune, cerca disperatamente di riconciliare la parola con una terra devastata, distrutta, sgretolata, dove macerie e corpi si confondono in una mistura orrorifica. Dove ritrovare la parola, dove risuonerà/la parola? Non qui, che qui il silenzio non basta domanda Eliot, e Fantuzzi risponde che la parola risuonerà nel gesto della ricostruzione (Ricostruire la città partendo/dai cantieri, coprire con le mani/polvere e sudore, tirare via l’amianto), nella solidarietà della ginestra leopardiana (che in Poesia della vecchina viene espressa con commovente efficacia: perché pure un caffè può dare del ristoro,/un gesto in tutta quella roba, quaranta gradi/tutto il giorno a togliere la gente a mani nude […]) e infine negli sguardi innocenti dei bambini, simbolo di una purezza che dovrebbe restare a tutti i costi incontaminata (I bambini non dovrebbero sapere/cosa sia il male o cosa sia il dolore/dovrebbero poter giocare ore sotto al sole/al fresco delle tende o sulla spiaggia […]), poiché la nascita è il più tenero ed efficace contrario della morte. Ma la strage rappresenta pur sempre il tempo della tensione fra la morte e la/nascita (Eliot), e a tal proposito in diverse occasioni Fantuzzi dà voce al tormento della separazione da amici, amanti, familiari: il punto di trazione più significativo tra nascita e morte è rappresentato da Viviana e Paolo, sposi da poco e in attesa del primo figlio, entrambi vittime dell’attentato che impedisce di fatto la nuova vita (Rivedo Paolo e poi Viviana che attraversano/la strada, lei si tiene il ventre/come a proteggere il suo mondo […]).

La morte uniforma i volti (chi […] scambia il proprio volto con qualcuna/delle vittime […]), confonde i lineamenti dei singoli individui, i quali dopo lo scoppio dell’ordigno non sono altro che brandelli di materia confusa ad altra informe materia: irriconoscibili, riversi a terra, in quel momento gli uomini riconoscono di avere tutti lo stesso volto/gli stessi occhi grandi. Ma c’è un ulteriore sentimento comune che contribuisce a renderli tutti uguali: la paura,/che è sempre quella, sempre, e che crea una frattura sanguinante sulla quale il popolo bolognese non ha però collassato, ma che anzi ha cercato di ricucire senza mai perdere la preghiera, l’impegno e la forza vitale, da cui nascono la consapevolezza del terrore e il desiderio di libertà. Qui il silenzio della morte è fede/di un civile silenzio di uomini rimasti/uomini dice Pasolini (che Fantuzzi per altro ha cura di salutare nella sua Lettera a Enrico), poiché rimanere umani significa anche dover combattere quotidianamente con gli spettri di un trauma psicologicamente poco gestibile: Si cerca di tenere fermi/i cocci, rifugiarsi in mille gesti quotidiani,/accendere la radio, la televisione, non restare soli/con se stessi, non affrontare i mostri. Orfani della propria madre terra e di immediato futuro, gli uomini ricordano orgogliosamente chi sono (come si fa sempre qui a Bologna,/con dignità e fermezza: senza paura di portare/avanti la memoria. E col rispetto per i morti), e si spingono con le proprie sole forze fino a ricreare l’equilibrio preesistente al disastro, per amore della propria comunità: adesso c’è quest’aria che è cambiata e solamente/in pochi anni. Ruspe e cingolati che ricuciono il terreno riconquistano il diritto inalienabile alla vita, annullano la stanchezza di chi ha sofferto tanto e improvvisamente, diventano armi di lotta alla ricerca di un senso che prima sfuggiva, ma che si è rivelato con tutta la sua chiarezza all’indomani del terribile evento (Ma tutto ha un senso, tutto va portato a termine:/ogni viaggio, ogni discorso vale la pena sempre,/fino in fondo/finché ci sarà cuore e sangue qui tra le due torri). Ed è dunque in questo modo che Fantuzzi ci mostra come la sola possibilità di accettazione e di superamento di tali travagliate vicende storiche sia l’amore, quell’amore sensuale violento e ingenuo che Pasolini riconosce come l’unica ragione del suo amare ancora il mondo (Mentre la città ricuce le ferite/e passa avanti io mi fermo spesso adesso/e piango. Dov’eri mentre ti cercavo,/perché non sei comparsa?). È, tuttavia, ancora possibile oggi parlare di amore? Un testo dell’autore ci pone, infatti, di fronte ad un interrogativo attuale, complesso: se fosse esploso in questi nostri anni un altro ordigno, se avesse ucciso i pakistani, gli africani e gli spacciatori che sempre più numerosi popolano la stazione di Bologna, li avremmo mai soccorsi, portati in spalla, caricati:/li avremmo mai raccolti? Sarebbero rimasti nostri?

E’ giusto, alla luce di quanto detto, affermare che La stazione di Bologna è un chiaro manifesto di impegno civile e di denuncia della malvagità individuale che può devastare una collettività (d’altra parte Patrikios affermava che una fialetta di malvagità/può avvelenare innumerevoli vite), ma non basta: l’opera è anche una raccolta di intensa vocazione lirica, che con lucidità trascina il lettore in un vortice emozionale variegato, al termine del quale si acquisisce la ferma consapevolezza del proprio essere individui sociali. Matteo Fantuzzi si muove con grazia tra le rovine di una città, fin nelle piaghe più profonde della sua disperazione, e lo fa con un verso piano, sussurrato, che non nasconde artifici ma coraggiosamente affronta il peso della verità, fino a raggiungere il margine di risalita, il raggio di luce che torna ad abitare quel cielo grigio di polvere, il punto di sutura che riconcilia la morte con la vita, se è vero che la letteratura vale qualcosa – e allora vale molto – quando traduce in forma un passo reale del movimento (Lukàcs).

TRE ESTRATTI
Da: La stazione di Bologna
di Matteo Fantuzzi, Feltrinelli 2017
(libro disponibile in e-book)


Il senso di una strage

 

C’è un attimo avvenuta

l’esplosione, tra le macerie

e i vetri, in cui si quieta tutto

prima delle grida, delle sirene

concitate: è un attimo

nel quale non si crede veramente

che sia accaduto quello che si vede.

 

È lì che si comprende

il senso di una strage,

quando il silenzio avvolge e copre

senza scelta e senza distinzione

come la gente attorno a una stazione

che prende il treno per lavoro

o per le ferie, a inizio agosto

di mattina, come sempre.

 

Viviana e Paolo

 

 

Noi siamo come le farfalle

che vivono finché non restano corrotte

e un po’ di sabbia non rimane sulle loro ali,

non le abbatte. Nel corpo dorme un seme

adesso che non chiede nulla

ha un cuore appena, un suono dolce.

 

Esplodono i detriti e vola la materia, si aprono valigie e vanno via le poche cose di una vita.

 

Rivedo Paolo e poi Viviana che attraversano

la strada, lei si tiene il ventre

come a proteggere il suo mondo,

lui la guarda e già conosce tutto:

sono felici, vanno a controllare le partenze

gli ultimi dettagli con quella gioia che soltanto

poche volte accade, fragilissima impalpabile.

Esistono quegli attimi e molte volte solo quelli

in tutta un’esistenza, piccoli squarci in un cemento

sempre così profondo, sempre così grande.

 

I coniugi Zecchi sono morti assieme, si erano sposati da meno di un anno. Lei era in attesa del primo figlio.

 

 

Ricostruire la città

 

Ricostruire la città partendo

dai cantieri, coprire con le mani

polvere e sudore, tirare via l’amianto.

Dare una stanza ai figli che di là

ti guardano come se non esistesse

altro a questo mondo. Nel cuore

della notte gli stabilimenti

industriali continuano a rimuovere

le macchine. Se ne va un tempo

e già si aspetta che ne nasca un altro.

Così indifeso, fragile si affaccia al vetro,

dice due parole appena, respira piano

eppure cresce. Cresce ancora.

____

Matteo Fantuzzi è nato nel 1979 a Castel San Pietro Terme (Bologna), e vive a Lugo di Romagna, in provincia di Ravenna. Ha pubblicato Kobarid (Raffaelli 2008, Premio Camaiore Opera prima, Premio Penne Opera prima). Suoi testi sono apparsi su molte riviste tra cui “Nuovi Argomenti”, “Il Verri”, “Yale Italian Poetry”, “Italian Poetry Review”, “Gradiva” e antologie tra cui Jardines Secretos. Antologa de la joven poesa italiana (Sial 2009) e Poeti italiani del Duemila (Palomar 2011). È co-direttore delle sezioni “Creative Writing” e “Anthologies” della rivista “Mosaici” della St. Andrews University (Scozia) e direttore della collana di poesia contemporanea della Ladolfi Editore, coordinatore delle redazioni della rivista “Atelier”. Oltre ad essere creatore del portale UniversoPoesia, ha curato La linea del Sillaro sulla Poesia dell’Emilia-Romagna (Campanotto 2006), La generazione entrante sui poeti nati negli anni Ottanta (Ladolfi 2011) e, assieme a Isabella Leardini, Post ’900. Lirici e narrativi (Ladolfi 2014). Scrive sulle pagine online del quotidiano “l’Unità”.

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