Rita Pacilio, “Prima di andare”

Cosa ne faremo di questi souvenir
quando ansiosi andremo lungo il fiume
di sera con le stampelle sotto il braccio?
Cosa diremo al resto del mondo
della beffa e dell’insulto amaro,
di ciò che è accaduto alla donna
con il cilindro in testa e al coniglio
scappato durante lo spettacolo
per liberarsi dalla finzione? Così fa l’amore
quando è semplice, senza impostura,
si svuota di fuliggine, diventa responsabilità
lasciandoci
persone degne di audacia, di premura.

Nota di Antonietta Gnerre

Quando leggiamo un libro di poesia riceviamo delle emozioni che si posizionano lentamente neipensieri. Riceviamo uno slancio che ci fa comprendere che il viaggio umano non è riconducibilesolo a un ordine vissuto, ma spazia in tanti disordini che solo la poesia ricompone.

Avviene anche leggendo l’ultimo libro di Rita Pacilio (Prima di andare, La Vita Felice, Milano
2016), nel quale la poetessa ci consegna una parola che si rigenera di continuo, con una forza che non si arrende. E questa particolare forza – benché faccia pendant con quella dimensione della dimenticanza di cui l’opera è permeata – ci fa capire l’importanza della vita e al tempo stesso della poesia. Siamo dunque in un viaggio, tra poesia e prosa, che varca un’energia di ombre che toccano il reale, il sentire e l’invisibile (Alcuni ricordi spariscono/ fanno in fretta/ usano una combinazione chimica/ chiamata dimenticanza), elementi che fanno riaffiorare un leitmotiv personale e universale insieme. Così la sostanza di questo libro, diviso in cinque lettere d’amore e trentasei poesie (suddivise in quattro sezioni), è attraversata da un continuo interrogarsi sul tempo, sull’amore e sul
dolore. La poetessa, in questo excursus, si fa portavoce della sofferenza umana con un pensiero che arriva a sfiorare la morte tramite la verità della scrittura. La domanda è: prima di andare via da questo mondo comprendiamo davvero la morte? La sappiamo spiegare a noi stessi? No, possiamo solo intuirla: come fa la poesia. Perché quando i poeti piangono, il tempo del dolore è già stato posizionato altrove: in un presunto tempo che è già futuro.

Prima di andare è il libro di Pacilio più eterogeneo, dal punto di vista sia ritmico che letterario: una donna anziana che, grazie al suo amore, tiene in vita la materia invisibile del tempo, in maniera evidente e cifrata tra sonno, veglia e dimenticanze “Non sento la tua voce/ manca la tua voce a/ questo tempo, a queste irrequiete/ piogge”. Insomma, la poesia, qui, non salva. Lo sguardo della protagonista – come nei romanzi – ricongiunge i vari elementi nell’amara inconsapevolezza di ricordare così poco dell’uomo con cui ha condiviso una vita: di non conoscerne più i sogni, la sua essenza (l’odore che identifichiamo quando amiamo). Sia le lettere che le poesie attingono dal
mistero di un’intuizione per arricchirsi della quotidianità e della metafisica dei segni. I segni di un alfabeto che bussa, con tutte le sue lettere, alla porta della mente come un bisogno primitivo perché “La memoria è un’ombra estesa/ un disegno per recuperare la vita/ rimasta indietro, la tradizione,/ ogni cosa omessa”.

Non è possibile considerare le poesie e le lettere come distinte l’una dall’altra: il titolo del volume le comprende a giusta ragione tutte, perché nell’intero lavoro si ripercuote lo stesso nucleo centrale d’ispirazione. Ciò che ci sembra notevole è questa ricchezza di modello interiore: l’elaborazione di una scrittura profonda, civile e spirituale (del resto Pacilio attinge da più versanti: la letteratura, la musica, la sociologia, il teatro, la religione). Una parola in movimento che incide sulla pelle l’antico respiro che anima le creature del mondo. Quindi questo intenso itinerario, impregnato dal gioco cosmico dell’essere e del divenire, ci insegna ad amare ancora di più la vita. Ad amarla e basta (“Il qui in cui sono e amo vivere” come asseriva Yves Bonnefoy).

La vita così accade: gli uomini nascono, vivono e poi vanno via, lasciando le cose che hanno amato senza saperle più elencare. Scriveva Umberto Eco in Vertigine della lista: “Di fronte a qualcosa di immensamente grande, o sconosciuto, di cui non si sa ancora abbastanza o di cui non si saprà mai, Omero ci dice di non essere capace di dire, e pertanto propone un elenco molto spesso come esempio, accenno, lasciando al lettore di immaginare il resto”. Quel resto lo immaginiamo quando, Rita Pacilio, scrive: “Si diventa così quando si va via/ un nome senza nome/ rimasto tra le palpebre e la mente/ giovinezze disperse in un altro viaggio”.

Poesie tratte da ‘Prima di Andare’ – poesie e lettere d’amore di Rita Pacilio – La Vita Felice, 2016

a tutti di essere una boa
mezzo al mare, una boa
forma di pesce supino
voce umana con braccia di violino
al posto delle branchie l’anima
spugna polposa e fili d’erba i capelli.

Si diventa così quando si va via

un nome senza nome
rimasto tra le palpebre e la mente
giovinezze disperse in un altro viaggio.
quando anche le viscere svuoteranno

residui della traversata
resteranno bucce vuote
involucri rancidi, mezzi sorrisi,
il seno ormeggiato.

Questo siamo quando lasciamo
una casa, un fiore, chi abbiamo amato.
Capiterà a tutti di essere una boa

in mezzo al mare, pesci, uccelli dal ventre tremante.

***

Quando sono qui non ho parole
lascio fuori il mio uragano
incustodito, lascio a casa

la rabbia di cenere e carbone,
la tua bestemmia
pronunciata in basso, fino allo scorno
persuadendo il vizio dell’amore.

Le ore e i giorni ci portano contro
ci scontentano la vita, il letto,
questa miserabile ombra che scende
prima del tramonto, prima dell’inedia.

Certo non lo fai apposta ad andare via
fanno così le persone anziane, senza
speranza, fanno come te quando ti bagni
gli occhi e poi scompaiono naturalmente.

***

Si mantengono così gli autunni passeggeri
gli sforzi pericolosi e senza amore
fatti di capigliature arrangiate
giovinezze spettinate, sognanti e rossicce

tenerezze dischiuse, vissute per anni
nel volo delle rondinelle sciocche e felici.
Che strano effetto saperti audace
quando soppesavi l’anticipo della natura

i mesi settembrini, le speranze nelle piume
ritornate selvagge ogni volta incuneando
gli anni, l’attesa dello sciame irresistibile
esiliato nel cuore, nel greto della voce

in cui si rifletteva un’altra fibra pallida.
Chi può dirlo dove ti ho mischiato, cullato,
doppiamente rotto, vestito e ricomposto
nascosto in un fazzoletto di lino, piegato e profumato.

Commenti

  1. Belle e suggestive immagini quelle che la poetessa descrive, emozionanti e realistiche. Quando la poesia è quella vera e giusta per soccorrere la vita.
    Complimenti per la nota di lettura molto esaustiva e centrata.

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