Tecniche delle conversazioni, “L’assoluzione”

Lorenzo Lotto, Santa Lucia davanti al giudice (1532), Pinacoteca Civica di Jesi

A Milano sabato 20 maggio 2017,  a Palazzo Cusani (ingresso da via del Carmine 8), si terrà il Seminario L’Assoluzione a cura dell’Accademia delle Tecniche delle Conversazioni dalle 16:00 alle 19.30. Introduce i lavori Giampaolo Lai.

di Pierrette Lavanchy

Che cos’è l’assoluzione e perché ce ne occupiamo?

L’assoluzione è la liberazione da una imputazione di misfatto contro persone o cose. Assolvere qualcuno vuol dire liberarlo da una imputazione di misfatto. Le fattispecie di misfatto vanno dalla frode al tradimento, dall’omicidio al furto. Ogni assoluzione presuppone il compimento di una mala azione, di un’azione che ha provocato un danno. L’assoluzione ha a che fare con il perdono. Tra il misfatto e l’assoluzione si trova un ampio spazio. In questo spazio si precipitano gli oggetti più diversi gli uni dagli altri: oggetti psicologici, oggetti di movimento, oggetti soprannaturali, quali il pentimento, il senso di colpa, il risarcimento, l’amnistia, il condono, il perdono di Dio.

Ora, se è chiaro il significato di risarcimento o perdono o pentimento, meno perspicuo appare il concetto di senso di colpa. È un oggetto psicologico? O non è un oggetto di pertinenza filosofica o religiosa, da studiare su Heidegger, Agostino, le Scritture? O non è altro che una negoziazione tra argomenti dominanti in un dato periodo storico? E infine, c’è o non c’è nello spazio tra misfatto e assoluzione?

Chi vi scrive non ha le idee chiare in proposito. Per questo, nell’invitarvi tutti molto cordialmente al Seminario, vorrei parimenti invitarvi a riflettere, ciascuno a modo suo, sulle relazioni tra il senso di colpa, il misfatto e l’assoluzione, ammesso che ce ne sia qualcuno.

Per l’incontro del 20 maggio, ci saranno due relazioni di 30 minuti ciascuna, una tenuta da Rita Erica Fioravanzo, che studia la connessione tra assoluzione e trauma, l’altra da Giampaolo Lai, che indaga il problema dell’assoluzione dei viventi per i misfatti dei loro spettri. Sono previste poi tre relazioni di 15 minuti ciascuna: una di Rodolfo Sabbadini, il quale si è imbattuto con grande frequenza nel problema dell’assoluzione nei suoi lavori di counselling; una di Marco Piccinelli, che osserva il fenomeno dell’amnesia autobiografica globale quale sostituto dell’assoluzione dopo un trauma; la terza, infine, di Pierrette Lavanchy, che pone il problema dell’assoluzione in un trattamento psicoanalitico sullo sfondo della teologia del peccato nei primi secoli dell’era cristiana.

PROGRAMMA

– Giampaolo Lai – Introduzione: Modelli dell’assoluzione nella letteratura: Guido da Montefeltro, Elvira, Beatrice
– Rita Erica Fioravanzo – Assoluzione e trauma
–  Rodolfo Sabbadini – Vendetta e assoluzione nel counselling
– Marco Piccinelli – L’assoluzione tra memoria e oblio.
– Pierrette Lavanchy – L’attesa dell’assoluzione
– Giampaolo Lai – Gli atti dell’assoluzione

info@tecnicheconversazionali.it

Ma che modi sono questi?

di Giampaolo Lai

 

Avevamo già incontrato, nel preparare il nostro lavoro sulla Assoluzione, due poemi, costruiti sotto il medesimo titolo, La Belle dame sans Merci, il primo, cronologicamente, scritto in francese dal parigino Alain Chartier nel 1424, e il secondo in inglese, dal poeta romantico John Keats, quattrocento anni dopo, nel 1819. Il tema dei due poemi è la fanciulla che si mostra sans merci, senza cuore, crudele, verso i due cavalieri che la amano, e che per lei arrivano allo sfinimento e alla morte. Anche a Dante, prima di loro, prima dei due cavalieri morti d’amore, era accaduto di imbattersi in una Belle dame sans merci, chiamata Petra, nelle rime a lei dedicate con il nome di Rime petrose, proprio in riferimento al cuore duro come una pietra dell’amata, scritte da Dante tra il 1296, anno della morte di Beatrice e prima del suo esilio, dal 1302. Bisogna dire che Dante non aveva lesinato invettive di vendetta con la sua dura Petra, augurandosi che i propri versi potessero colpirla al cuore fino a spezzarlo. Dante aveva già incontrato una prima volta Beatrice, quando entrambi avevano nove anni, nel 1274. Nove anni dopo, Dante incontra per la seconda volta Beatrice: «questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo [nel primo incontro Beatrice indossava un abito ‘sanguigno’, color rosso], in mezzo a due gentili donne, le quali erano di più lunga etade; e passando per una via, volse li occhi verso quella parte ov’io era molto pauroso, e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutoe molto virtuosamente, tanto che me parve allora vedere tutti i termini de la beatitudine.»[1] Dai vertici della sua beatitudine Dante scrive le liriche della Vita Nova, tra le quali ‘Tanto gentile e tanto onesta pare[2]. Di Beatrice Dante ci fornisce altre immagini, nella Divina Commedia, fra le quali sceglieremo la prima dall’Inferno, Canto II e la seconda dal Purgatorio, canti XXX e XXXI. Nel canto II dell’Inferno abbiamo a che fare con una Beatrice soccorrevole e commossa fino alle lacrime, che dalla sua dimora in Cielo, dove è ascesa, si precipita in Inferno per sollecitare Virgilio a correre in aiuto di Dante che sta per essere sopraffatto dalle tre fiere che gli impediscono di salire il colle. Dice Virgilio di Beatrice: «e donna mi chiamò beata e bella [3]», e poi «lucean gli occhi suoi più che la stella [4]»; aggiunge che, dopo aver chiamato Dante «l’amico mio [5]», Beatrice giustifica il suo sia pur transitorio abbandono del Paradiso per avventurarsi nell’Inferno con queste parole: «amor mi mosse che mi fa parlare»; e completa l’immagine amorevole dell’amica e pietosa dell’anima beata dicendo che, accomiatandosi, Beatrice «li occhi lucenti lacrimando volse».

Che cosa accade nell’arco di pochi giorni, se il viaggio ultraterreno di Dante dura sette giorni, da venerdì 8 aprile a giovedì 14 aprile dell’anno 1300, perché questa immagine amorevole, diciamo pure innamorata, per quanto abbia senso utilizzare un aggettivo simile per un’anima beata, piena di carità, subisca la stravolgente metamorfosi nella Belle Dame sans Merci che Beatrice indossa nei canti XXX e XXXI del Purgatorio? Andiamo a vedere.

Nel Canto XXX del Purgatorio Dante ha percorso, assieme a Virgilio, guidato da Virgilio, un lungo tragitto nell’altro mondo, quando improvvisamente, gli appare l’immagine soffusa di Beatrice: «Donna m’apparve sotto verde manto, / vestita di color di fiamma viva./»[6] Basta l’immagine ancora velata, «sotto candido vel», d’altra parte sotto c’era il vestito rosso come al loro primo fatale incontro quando entrambi avevano nove anni, perché Dante senta muoversi da quella immagine una virtù occulta che nuovamente lo travolge, come vent’anni prima. Sbigottito, quasi morto, Dante cerca disperatamente Virgilio per cercare un appiglio: «men che dramma / di sangue m’è rimaso che non tremi: / Conosco i segni dell’antica fiamma./[7]» Ma Virgilio non c’è più, ha esaurito il suo compito di guida, che da lì in avanti sarà assunta proprio da Beatrice. E di fronte a un Dante perduto, travolto dall’amore di un tempo che ritorna, smarrito e in lacrime per la scomparsa dell’unica guida che aveva, Virgilio, che cosa fa Beatrice? Gli urla addosso il suo nome: «Dante», per precisare che non è proprio il caso che si metta a piangere così presto per la perdita di Virgilio, non ha che aspettare per accorgersi di avere motivi ben più gravi per farlo: «che pianger ti convien per altra spada[8]», cioè per una ragione che ti procurerà una ferita ben più profonda e un dolore ben più grande. Da far crollare chiunque, non d’amore, ma di terrore. Il pellegrino non può non notare che Beatrice si mostra «proterva[9]» nell’atto di qualcuno che, pur avendo già detto cose tremende, ha lasciato le più orribili in riserva. E infatti Beatrice riprende, ostinata e proterva: «Guardaci ben! Ben sem, ben sem Beatrice / Come degnasti d’accedere al monte?[10]» Dante, umiliato e confuso, non sa come rispondere, se non abbassando il volto pieno di vergogna, e pensando tuttavia che Beatrice, se pur nel ruolo di madre, gli «par superba», «perché d’amaro / sente il sapor de la pietade acerba.» [11] Al posto di Dante, rispondono però gli angeli che intonano «in te, Domine, speravi[12]», mettendogli in bocca le parole del Salmo, per dire che anche se colpevole, l’uomo può sperare fiducioso nella misericordia di Dio: in altri termini, che ha fatto bene a degnarsi, a osare, sperando, nella misericordia di Dio, che non ha incontrato in Beatrice. Gli angeli vanno poi ancora più in là, nel mostrare compassione verso Dante, così almeno a Dante pare, rivelando, nei loro accordi, nelle armonie del canto intonato, più che se avessero detto a Beatrice: «Donna, perché lo stempre?[13]». Perché lo consumi, portandolo alla confusione e allo sconforto? Sentendosi infine compatito e compreso, per il peccatore duramente accusato da una parte e misericordiosamente compatito dall’altra, «lo gel che m’era intorno al cor ristretto, / spirito e acqua fessi, e con angoscia / de la bocca e de li occhi uscì da petto [14]», arriva il disgelo del crudo inverno sotto forma di lacrime e sospiri. Ma Beatrice, ostinata, non si lascia mettere al proprio posto soccorrevole e pietoso, nemmeno dalle argomentazioni degli angeli, e insiste presso gli angeli convinta che occorra per Dante che egli senta un dolore pari alla colpa commessa: «perché sia colpa e duol d’una misura[15].» Nel ragionamento di Beatrice, non è opportuno che Dante dimentichi il male commesso, senza pagarne lo scotto con le lacrime del pentimento. E così si chiude il Canto XXX.

Il canto successivo, XXXI, si apre sulle medesime note, con Beatrice, tremendo pubblico ministero accusatore del Tribunale supremo, che non solo pretende che Dante confermi le accuse a lui rivolte, ma esige che sia il peccatore stesso, Dante, a parlare e a accusarsi. «dì, dì, se questo è vero; a tanta accusa / tua confession conviene esser congiunta. /[16]». Perché una simile ostinazione? Lo si apprende dai versi 37 a 42. Là dove Beatrice dice brutalmente, che se anche Dante tacesse o negasse le accuse che gli ha contestato, le sue colpe, dal Giudice del tribunale dove la causa si sta discutendo, cioè Dio, sarebbero comunque note. Ma quando l’accusa esce dalle labbra dell’accusato, nella nostra corte, nel nostro tribunale divino, precisa Beatrice, accade la cosa straordinaria, e cioè che la confessione della bocca non serve a condannare l’imputato, come accade nei tribunali terreni, bensì è ragione e causa di assoluzione. Alla fine, spossato dalle accuse dalla vergogna e dal rimorso, Dante cade vinto, viene meno, sviene: «Tanta riconoscenza il cor mi morse, / ch’io caddi vinto; e quale allora femmi, / salsi colei che la cagion mi porse.[17]»

A questo punto conviene chiedersi qual è la colpa tremenda da Dante compiuta che meriti la istituzione di un tribunale talmente severo come viene mostrato nei canti XXX e XXXI del Purgatorio e che richieda un impegno accusatorio fuor di misura ostinato e crudele (come riconoscono perfino gli angeli nel rimprovero: ma perché lo stempri, perché lo struggi, lo sciogli, portandolo alla disperazione e quasi alla morte dello svenimento?) La ricostruzione documentale pignola di Beatrice si basa sui manoscritti delle opere di Dante, in particolare le liriche delle Rime e della Vita Nova. Dove si parla non solo di un generico traviamento, con un preciso riscontro nell’inizio della Divina Commedia dove Dante confessa che, nel mezzo di cammino della sua vita, «la diritta via era smarrita.» Beatrice si mostra particolarmente delusa e irritata per lo smarrimento di una persona, Dante, alla quale la natura aveva fornito il dono di un intelletto grande, eccezionale, alla grandezza del quale Beatrice stessa aveva contribuito con la sua bellezza, come viene detto nei versi della Vita Nova, Donne che avete intelletto d’amore, un inno d’amore alla sua donna Beatrice, e alle possenti virtù della sua unica bellezza che, secondo i dettami del dolce stilnovo, aiutano a trasformare in atto tutto ciò che in potenza è nell’uomo che ama. Ma, una volta Beatrice morta, a 25 anni, ecco il fattaccio: «questi si tolse a me e diessi altrui. / Quando di carne a spirto era salita, / e bellezza e virtù cresciuta m’era, / fu’ io a lui men cara e men gradita.[18]» Drammatico il rimprovero deluso di Beatrice: dopo che fui morta, e passata dalla leggiadria delle forme corporee, alla bellezza spirituale, più perfetta, quindi, ecco che Dante corre dietro alle giovani fiorentine dimenticandomi. Tra queste, quella che sembra più presente a Beatrice è nominata ‘pargoletta’, nel verso 59 del Canto XXXI: «Non ti dovea gravar le penne in giuso / ad aspettar più colpo, o pargoletta / o altra novità con sì breve uso.» Alla ‘pargoletta’ Dante aveva dedicato uno o due lavori nelle Rime, tra cui quello che inizia «I’ mi son pargoletta bella e nova.» Ma non bisogna dimenticare, nella sezione delle Rime petrose delle Rime, quelle dedicate a Pietra, la fanciulla dal cuore duro, tra cui quella che comincia «Così nel mio parlar voglio essere aspro / com’è negli atti questa bella petra, / la quale ognora impetra / maggior durezza e più natura cruda.» Siamo nel pieno di una scena di gelosia. Non valgono i tentativi di alcuni commentatori che cercano di vedere nella ‘pargoletta’ una figura allegorica, tipo la filosofia, dietro la quale si sarebbe perduto Dante. Nello stesso tempo, non si può non notare l’imbarazzante conflitto di interessi in cui si viene a trovare Beatrice, pubblico ministero del suo grande amore, la cui colpa maggiore sembra consistere nell’averla abbandonata per seguire altre pargolette.

Alla fine comunque Dante viene assolto, dopo lo svenimento conseguente alle torture inferte da Beatrice durante l’interrogatorio. Viene sostenuto e immerso nel fiume, da una bellissima fanciulla, Matelda, a rinnovare il rito penitenziale che sta per la purificazione dell’anima dai suoi peccati, non diversamente dal lavacro del battesimo.

Conclusione

I due argomenti che ci hanno guidato in questo scherzo, in senso musicale, su Dante e Beatrice, erano, il primo, in forma interrogativa, su che cosa Dante intendesse per assoluzione, il secondo, in forma assertiva, che la forma della relazione di Beatrice a Dante, nel loro terzo incontro in Purgatorio, dopo i primi due a Firenze, ricalcava nei modi il modello della Belle Dame sans Merci, quello della dama crudele, senza cuore.

Quanto al tema dell’assoluzione, abbiamo visto che l’assoluzione passa per Dante attraverso il sacramento della confessione: la confessione è la sola causa della assoluzione. La confessione è preceduta dal riconoscimento dei peccati, che può evidentemente essere fatta nel nostro foro interiore. È la recognitio erroris, che già morde il cuore, sotto forma di contrizione del cuore, contritio cordis. Ma non basta. Occorre che la confessione fatta nella proprio intimità sia seguita dalla confessio oris, la confessione della bocca, la narrazione puntigliosa per punto e per segno fatta a voce sulla piazza pubblica, che già di per sé, per il modo, può aspirare a una certa clemenza. Questo è l’insegnamento che ricaviamo dalla teologia di Dante, basata essenzialmente sull’insegnamento di Tommaso, quanto al nostro tema della assoluzione, che intendiamo non solo in senso teologico, ma anche, come andremo a vedere per il nostro seminario del 20 maggio 2017, in senso contrattuale giuridico, e naturalmente terapeutico, sulla Piazza del Mercato.

Quanto al tema della Belle dame sans Merci, lo studio dei Canti XXX e XXXI del Purgatorio ci hanno fornito un materiale più che sufficiente per rivedere l’immagine in fondo stereotipata di Beatrice, donna angelicata secondo i canoni del dolce stilnovo, e considerare l’immagine di una donna più complessa e in definitiva più vera, nella quale convivono sia le prerogative di bellezza e dolcezza che trascinano chi le contempla verso le beatitudini celesti, sia quelle della crudeltà che la portano a infierire sul suo amante, per un motivo così umano come quello della gelosia, quando questi da lei si allontana per seguire lusinghe d’amore più terrene e immediate, magari con una qualche ‘pargoletta’ di passaggio.

Note

[1] Dante, (1292-1293), Vita Nova, III.

[2] Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia quand’ella altrui saluta, / ch’ogni lingua deven tremando muta, / e gli occhi no l’ardiscon di guardare. / Ella si va, sentendosi laudare, / benignamente d’onestà vestuta, / e par che sia una cosa venuta / da cielo in terra a miracol mostrare. / Mostrasi sì piacente a chi la mira / che dà per li occhi una dolcezza al core / che ‘ntender no la può chi no la prova: / e par che da le sue labbia si mova / un spirito soave pien d’amore, / che va dicendo a l’anima: Sospira. / Dante, 1292-1293), Vita Nova, XXVI.

[3] Dante, Inferno II, v. 53.

[4] Dante, Inferno II, v. 55

[5] Dante, Inferno, II, v. 67.

[6] Dante, Purgatorio, XXX, vv. 32-33.

[7] Dante, Purgatorio, vv. 46-48

[8] Dante, Purgatorio, v. 57

[9] Dante, Purgatorio, Canto XXX, v. 70. Nei dizionari di Cortellazzo Zolli e Devo Oli, ‘protervo’ sta per altero, superbo, arrogane, insolente che oltrepassa i limiti imposti dalle convenienze.

[10] Dante, Purgatorio, Canto XXX, vv. 73-74. ‘Come ti sei permesso, colpevole come sei, di salire al santo monete di Dio, dove l’uomo ha la perfetta felicità?’ Così commenta «come degnasti», Anna Maria Chiavacci Leonardi, Dante Alighieri, Commedia, Purgatorio.

[11] I commentatori scivolano via sulla crudeltà di Beatrice. La Leonardi commenta: «Beatrice assume ora –pur mantenendo severità e durezza – quella [figura] materna, propria dell’amore e della protezione.» E aggiunge: «la pietade acerba …. indica come gli aspri rimproveri sono, da parte della madre, solo una forma del suo amore materno. Pietade ha il senso latino di pietas, qui amore materno; acerbo, detto di parole dure a sentirsi.» E se pietade acerba fosse preso, come ‘sentimento di dolorosa e premurosa partecipazione all’infelicità altrui’, vicino a ‘compassione’, tuttavia ‘acerbo’, nel senso di ‘non ancora giunto a maturazione, immaturo’? Come si vedrà subito nel testo, gli angeli sembrano pensarla un po’così.

[12] Dante, Purgatorio, Canto XXX, 83.

[13] Dante, Purgatorio, Canto XXX, 96.

[14] Dante, Purgatorio, Canto XXX, 97-99.

[15] Dante, Purgatorio, Canto XXX, 108.

[16] Dante, Purgatorio, Canto XXXI, vv. 5-6. Nel sacramento della penitenza ciò che pretende Beatrice è detto ‘confessio oris’, confessione della bocca, che va al di là della ‘contritio cordis’, ovvero del pentimento intimo del cuore.

[17] Dante, Purgatorio, Canto XXXI, vv. 87-89. ‘Riconoscenza’, nota opportunamente Anna Maria Chiavacci Leonardi, sta per rimorso, conoscenza delle proprie colpe, recognitio erroris. Sempre in nota alla medesima terzina, si legge che la cagione dello svenimento è la bellezza di Beatrice, e non la sua violenza di pubblico ministero.

[18] Dante, Purgatorio, Canto XXX, vv 126-129.

 

 

 

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